Franca Mancinelli, “Libretto di transito”

di Giuseppe Ferrara

Libretto di transito [1] è il titolo dell’ultima raccolta poetica di Franca Mancinelli pubblicata nel 2018 dalla casa editrice Amos.

A differenza dei primi due libri della poetessa fanese, Libretto di transito è composto da 33 prose poetiche, frammenti brevi ed incisivi che solo per la loro brevità richiamano i versi dei precedenti lavori.
Nella sua prima raccolta, Mala kruna [2], ogni poesia sembrava essere, riprendendo una efficace immagine di Angelo Andreotti [3], il segno di una puntura di una piccola corona di spine.

Il Poeta sa bene – e Franca Mancinelli nella sua opera prima lo dimostra – che il suo primo dovere è quello di fare da solo l’autopsia al proprio cadavere e di renderne pubblico il risultato.
Attraverso questa piccola corona di spine la Mancinelli pone davanti a sé stessa le proprie sensazioni restando un passo indietro da esse per considerarle nella loro nuda verità e esaminarle con distacco come se appartenessero ad altri.
In questo mo(n)do così notomizzato sono i sensi a farla da padrone, l’odore, la vista e soprattutto il tatto quasi a preludere la seconda raccolta dal titolo Pasta madre [4].
Anche in questo caso ci soccorre l’intuizione di Andreotti che svela: non la poesia è pasta madre ma l’”interazione” tra le mani e l’effimera materia poetica: la poesia è la mano nuda, forte e insieme dolce, sapiente e precisa che rinfresca la pasta stringendola e stirandola con la consapevolezza di dover onorare una promessa di nutrimento.[3]
Una delle convinzioni acquisite dal pensiero moderno è che non sia possibile superare in ingegno coloro che in epoca preistorica hanno scoperto (o inventato) come addomesticare gli animali, selezionare le graminacee e fondere metalli in leghe: in queste tre attività ci sono già tutti gli schemi di ragionamento utili per arrivare fino a noi e per riconoscere nella poesia una continuità naturale, antropologica al Lavoro, al Cibo, alla Cura.
La stessa Mancinelli in una sua intervista dice di sentire molto la poesia come una traccia lasciata dal corpo con tutto il suo peso e la lotta quotidiana per mantenersi in vita, per ridare senso a gesti semplicissimi che ci sostengono come preparare il cibo, il mangiare, l’abbandonarsi al sonno. Non è un caso che l’immagine emblematica della sua poesia sia il cucchiaio:

cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte

Le poesie della Mancinelli ci raccolgono e sono raccolte proprio come fa un cucchiaio con tutto quell’apparato iconico che il gesto di portarsi il cibo alla bocca comporta: parola che va soffiata per essere raffreddata (come faceva nostra madre quando da piccoli ci imboccava); parola che va masticata, deglutita e digerita prima d’essere pronunciata per fare qualcosa.
Ma va detto che da sempre la poesia è utilizzata proprio per tentare di soddisfare questo tipo di richiesta impossibile da esaudire: riuscire a fare qualcosa con le parole ma che le parole non possono fare [5] come, ad esempio, unire le persone al di là delle loro differenze; costruire qualcosa di nuovo a partire da vecchie rovine.
Tutti gli stratagemmi scelti dai poeti per fare questo servono solo a eludere aspettative impossibili. Per questo i poeti ricorrono alla frammentazione e al silenzio: per far provare quello che altrimenti non avrebbero potuto dire. Non essendo in grado di materializzare ciò di cui scrivono ne producono bagliori attraverso un collasso primordiale: un fallimento dunque che rende la loro arte fertile.
Una delle forme poetiche più rappresentative di questa catastrofe sono i frammenti poetici, gli epigrammi, gli haiku e gli haibun giapponesi. Questi ultimi in particolare sono una giustapposizione di prosa e poesia: una breve prosa poetica seguita da un haiku. A volte l’haibun registra una scena o un momento particolare in modo altamente descrittivo e oggettivo; altre volte può interessare uno spazio del tutto immaginario o onirico. L’haiku al termine di questa parte in prosa suggerisce una sorta di completamento all’intera narrazione.
Quando leggiamo i 33 frammenti del Libretto di transito non possiamo però che constatare un fatto: l’haiku a complemento delle brevi sequenze poetico-narrative non c’è, o, meglio, non si sente. C’è silenzio al termine di ogni frammento a suggerire il tema, lo stesso tema, di ogni frammento.
Nella Poesia, si sa, c’è sempre più di quanto si veda o si senta. Inutile dire che la materia di questo libretto (sostantivo con un evidente richiamo musicale, ma anche funzionale come il libretto, appunto, di istruzioni) vuole tracciare una transizione, un passaggio tra prosa e poesia, tra parola e silenzio, tra pieno e vuoto e via continuando: tra al di qua e al di là.
Questi frammenti più o meno visibili di silenzio sono dunque lo stratagemma scelto dalla Mancinelli per continuare a prendersi cura della nostra pasta madre, per lenire le ferite dei nostri corpi, per sollevarci nei transiti e farci giungere un unico messaggio di incalcolabile tenerezza: nel silenzio il mondo lievita.

***

Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.

*

Ma tu porti argilla. Aggiungi altra argilla dell’inizio del mondo. Vai verso i luoghi rotti e vuoti. Sei chiamato dagli spazi caldi, un manovale sudato che sorride del suo lavoro che crolla.
Sorridi, ricomincia il tempo. Una tunica tiepida ti avvolge fino alle tempie, ti riporta in cucina, nella tinozza sul tavolo. Ti bagna i capelli, tra le mani grandi di tua madre.

*

La mattina alzandoci reggiamo una brocca sulla nuca. Oltre la casa si apre una piccola radura di foglie. Anche quando arriviamo alla sorgente, il ritorno è difficile tra gli incroci e i rovi. Ma ciò che conta è che la brocca posi di nuovo sulla nuca la mattina dopo. Per questo con gli occhi fissiamo l’orizzonte, teniamo la nostra postura.

*

La sera, con una sigaretta tra le dita, guardando il cielo scurirsi come terra bagnata, mio padre annaffia. Quando è laggiù, nascosto dalle piante dei pomodori, nell’angolo più lontano del giardino, posso sentire dal pozzo l’acqua versarsi e scendere tra i granuli, fino alle radici dove è attesa. Qui, dove il flusso si perde, crescono erbe dure dal piccolo fiore, piante dal frutto velenoso. Ma non riesco a zapparle via, non riesco a riparare la falda.

***

Riferimenti

[1] – F. Mancinelli, Libretto di transito, Amos (2018)
[2] – F. Mancinelli, Mala kruna, Manni (2007)
[3] – http://www.angeloandreotti.it/franca-mancinelli-da-mala-kruna-manni-2007-a-libretto-di-transito-amos-2018-passando-per-pasta-madre-aragno-2013/
[4] – F. Mancinelli, Pasta madre, Aragno (2013)
[5] – B. Lerner, Odiare la poesia, Sellerio (2017)

http://thestrawberrypost.blogspot.com/2019/10/libretto-di-transito-i-frammenti-di.html

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.