Diventare se stessi

di Sabrina Trane

Dalle profondità della storia, e della poesia, Pindaro ci lancia questo paradossale invito: “Diventa ciò che sei” e, nella seconda parte della frase, ci indica la direzione da seguire: “avendolo appreso”. Per diventare se stessi, dunque, bisogna fare un cammino di autoconoscenza.

Facciamo un salto di più di mille anni, ed entriamo nella cultura ebraica contemporanea, attraverso le parole di Martin Buber: “Rabbi Sussja, in punto di morte, esclamò: Nel mondo futuro non mi si chiederà” perché non sei stato Mosè?; mi si chiederà invece: perché non sei stato Sussja?”. Qui conoscere se stessi diventa così rilevante da costituire il senso non solo di questa vita, ma anche di quella futura. Recentemente il Dalai Lama ha scritto un libro che si intitola -guarda caso- “Conosci te stesso”,  commento a un capitolo di un grande classico del buddismo. All’interno di questa religione, dunque, il percorso verso un più alto livello di coscienza passa attraverso la stessa strada. Approdiamo, infine, alla visione della religione cristiana, citando alcune frasi del teologo Romano Guardini: “Ho il dovere di essere chi sono…e assumermi il compito che in tal modo mi è assegnato nel mondo…Acconsentire ad avere quelle qualità che ho. Acconsentire a stare nei limiti che mi sono tracciati…solo dall’accettazione di se stessi parte una via che conduce al vero futuro, per ciascuno il proprio. Poiché crescere come uomini non significa voler uscire da se stessi”.
L’idea di un cammino da compiere, partendo da se stessi, per approdare a ciò che di più elevato esiste nell’uomo, a quella scintilla di sublime che abita le profondità dell’anima, attraversa i secoli e le culture. Si potrebbe dire che la saggezza dell’umanità intera si condensi in queste tre parole (conosci te stesso), e ci invita ad inoltrarci per questa via. L’ identità allora, intesa  come conoscenza delle proprie caratteristiche, che rendono unici e inconfondibili, diviene un cardine da cui è impossibile prescindere, pena la perdita del senso e della direzione. È ciò che accade nelle patologie che coinvolgono quest’area fondamentale e delicata: la dispersione dell’identità comporta incoerenza, molteplicità, un fluttuare tra uno stato di coscienza e l’altro, senza riuscire a ricucirli un un’unità coerente. Quanta sofferenza e quanti fallimenti  comporta questa condizione! In particolar modo nel campo delle relazioni. Come ci ricordano Lilgendahl e McAdams, “il concetto di identità personale è collegato alle memorie autobiografiche e si esprime in un processo di pensiero riflessivo attraverso il quale formiamo collegamenti tra gli elementi della nostra vita e, di conseguenza, la memoria autobiografica può essere considerata un indice indiretto del livello di integrazione e coerenza delle identità”. In altre parole, l’identità è intrecciata indissolubilmente con la nostra storia: ciò che sono implica ciò che sono stato, e l’elaborazione del passato determina lo stato di salute del presente. Come in botanica esiste un forte legame tra lo sviluppo della radice e quello del germoglio, così accade a noi.
Potremmo dire, con Ghandi, che se vuoi cambiare il mondo devi cominciare da te stesso, e per riuscire in questo arduo compito è fondamentale immergersi nella propria realtà interiore e nella propria storia, per accoglierle pienamente: si può cambiare soltanto dopo essersi visti per quello che si è, ed essersi accettati. Una missione urgente per tutti se, come riporta un rapporto Censis dell’anno scorso, gli italiani si sono incattiviti, e il resto del mondo è verosimilmente incamminato sulla stessa strada.

3 pensieri su “Diventare se stessi

  1. Esiste poi davvero l’identità? Riconoscersi un’identità, obbliga continuamente a ridefinirsi, per fare i conti con la propria e altrui diversità-alterità. Forse meglio continuare il cammino e accettare la precarietà, il rischio che la vita comporta. Affidarsi, se occorre.

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  2. Personalmente vedo una continuità tra il ridefinirsi continuamente, e l’accettare la precarietà.
    Affidarsi, si, lo trovo fondamentale, ma non a chiunque, bensì a chi ne sa più di noi, a Dio, che è Persona per i cristiani. Ciò vuol dire entrare nella logica del dono, perché l’identità è donata, e si può donare. La perdita dell’identità è l’incapacità di amare con questa potenza dell’essere persona. Non si sente più l’amore perché si è smarrita la consapevolezza del dono radicale e disinteressato.

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