Il tempo innocente di Rosa Salvia


                                         di Andrea Galgano 

L’esergo di Tommaso Landolfi, posto all’inizio di questo intenso volume di Rosa Salvia, Tempo innocente, apre e abita queste linee, in cui la precisione, l’istante denso e sfrondato non si dispone attraverso una instabile assertività, bensì con un dispiegamento di innocenza.

L’«ultima tule» di Landolfi si protrae fino agli abissi dell’essere, all’agone della nullificazione, alla impareggiabilità demiurgica e, infine, all’oscuro rovescio delle cose.

Il tempo innocente di Rosa Salvia è un grido, nato da una scheggia di splendore che vive «nel fiume petroso del Tutto», «in un silenzio d’avvento che faccia quasi / sentire lo spazio che ascolta» e dall’ombra «che trattiene ogni sillaba di ogni parola / sacrificata nelle cerimonie del vivere».

La poesia lotta, così, nella precisione esatta dello sguardo. Tale precisione è l’ampio gesto umano, qui narrato in una sillaba di rarefatta sospensione, di mappa, di condensazione interiore e incisione materica: «Voci ideali e amate affondano / nella feroce morsa delle circostanze / e ti chiudi in un guscio rasente / alle cose, ai solchi, definendone il limite, / tenendo per te la ferita, l’invisibile / frangia che tutto separa – / ma un filo sbeccato diventa il tuo canto. / Nella cecità».                                                                                                                                                                       

La febbre interiore vivifica una profonda possibilità di destino, in cui la nostra sorte dettagliata è gemito di oscurità luminosa sia che abbia a che fare con gli astri, le acque, i gridi degli uccelli, e sia che affronti le ore incerte e le ombre mute e i giorni, in quella archetipica genesi innocente, cara a Ungaretti.

Il suo tempo innocente, dunque, abbraccia ogni incursione. Esso diviene esilio e incertezza senza alcuna difesa, opzione e incanto del vento «informe e diviso» dentro di noi, luce ferma di giorni che sbandano e sgretolano maschere, respiro e ombra (che ritorna ancora una volta) di Dio.

In questo lavoro convulso e vorticoso, l’io poetante avverte tutta la larga dimensione dell’adaequatio naturae, in cui il senso della finitudine e della sofferenza, come lo stesso tempo-ragno che «cuce la notte senza luce / su una lavagna bianca», l’abbandono e l’estraneità, l’immobilità dell’aria, la realtà del divenire si ritrovano in una elotiana compresenza di tempo incarnato e disincarnato. 

Tutte le rifrazioni, le percezioni inquiete, il cerchio dei segni, (come avviene in un testo dedicato ad Alda Merini) che unisce distanze e punti, accedono a una alterità rimbaudiana che diviene linguaggio vivo e memoria (materna, soprattutto) e taglio del reale che liberano, in un certo senso la metafora.

Essa avviene, descrive, sottentra un mondo, vissuto negli strappi delle figure (Laura, Annalena o in senso lato, la terra di Aleppo) e nelle pagine loro orfane, e poi, nella percezione creaturale e nel dolore: «L’urto acuto come un delirio di vene / travolge le maschere tragiche in suoni / di foglie ostinate, di alberi morti, di case / piegate su pietre sconnesse che un piede / cancella senza quiete di vento, ai confini / di un tempo che cresce più scuro di ogni / pensiero finché piega in una linea veloce, / circolare – a destra – a sinistra – ci precede, / ci segue, scricchiola sulle case popolate / di visioni incompiute, di oggetti imprendibili, / si scaglia contro gli uomini che tracciano / le loro presenze come gli uccelli nei loro voli / continuamente tolti da se stessi».             

Anche la rêverie assurge a ruolo convocante di istantanee, diventando sillaba di luce e custodia dell’io, eco e feriale ricordo.

Ma il tempo innocente non è l’illusorio gigante puro e non contaminato giaciglio degli occhi, bensì permane nel segno dello stupore attonito, che è conoscenza, densità dell’istante e principio.

Ecco che il contraddittorio, l’effimero, il lacerto doloroso, la scura infinità della pioggia si sommano all’ultimità di questa poesia senza enfasi, con un versificare vivido, una feritoia dove pronunciare il vivente, dire dove siamo, il destino e l’incanto di un battesimo di sementi, come «l’attesa di una parola già annunciata Altrove». 

Da Tempo innocente

III

L’ acqua del fiume va per la sua strada,

danza, dorme, aspetta, fra miseria

e grandezza, per infilarsi lontano

da dove penseresti di cercare, in quelle

particelle di polvere che volteggiano

là dove il tempo innocente langue

fra risa di bambini che guardano quel

che gli adulti non vedono: la tensione

di ciò che si manifesta prima che

la sintassi lo capti: il cammino dell’arco

sopra la radice che racchiude il dettaglio –

Sillaba simile al silenzio, Desiderio

aperto al Desiderio     così anteriori

al muro della terra.

In una nota uscita il 1 luglio 2018 su Anticipazioni (http;//www.milanocosa,it/recensioni-e-segnalazioni/anticipazioni), Progetto a cura di Adam Vaccaro, Luigi Cannillo e Laura Cantelmo – Redazione di Milanocosa, Luigi Cannillo  fra l’altro scrive: La sintassi è anche una forma del Tempo, di quello verbalizzato: nell’autrice questo è un percorso ricco e complesso che si snoda spesso per gruppi di versi anche in testi monofrase, con sequenze di proposizioni coordinate e  subordinate in immediata successione, oppure, in una modalità diversa di composizione, stilando

definizioni sintetiche, talvolta aforistiche. Ma qualcosa si manifesta: “prima che la sintassi lo capti”: è la tensione imprevista della materia negli eventi di microstorie, nelle atmosfere del quotidiano o in avvenimenti di portata epica, Questa è la radice della poesia.

In questi versi il linguaggio della filosofia e della poesia uniscono intenzionalmente il fascino del pensiero, dei concetti, e il processo di formalizzazione. 

VI

Qui siamo viaggiatori in esilio,

senza difesa.

Nulla fa l’esperienza per la vita

che si sbriciola fra caso e necessità

e spiana il vento informe e diviso

dentro di noi –

luci ferme al punto fermo della ruota

che gira, persa, attraverso strani feticci

e crudeli utopie –

notti che scivolano dai tetti inclinati

nella sosta che non cambia la sorte –

giorni che sbandano chiusi confini,

memorie che sgretolano, non volti

ma maschere –

ed è brivido di respiri che cadono,

di attesa di un tempo innocente che

giunga a una soglia di senso in cui 

l’universo sia la sua scia…

Dio la sua ombra… 

VII

Tempo innocente

in cui la poesia schiuma

e si perde – eterna e povera.

Ad Alda Merini

Ti inventi versi per consumare l’attesa –

parola dopo parola

il pane si mescola al sangue

con la luce della tua carenza di luce.

Le tue mani si aprono solo sul proprio ritrarsi

in un cerchio di segni che emergono, di ombre

che vaporano

nel tuo sguardo è a volte il tempo dei bambini,

a volte quello degli uomini

nel tuo canto è la più breve distanza fra due punti.

Da Tempo che soffre

*

Il tempo che soffre

mi dà quell’andatura vacillante

che alcuni chiamano     Doxa.

Cara Terra

Cara terra non essere pesante su di lui,

non pesò lui su di te quando

era in vita, bambino che rubava

miraggi nei cieli di Aleppo.

Per noi smemorati di stirpi

non più di un bisbiglio

nella pena dell’essere

non più d’un graffio d’unghia

sulla scorza del tempo.

Annalena

Lentamente una foglia si sgancia da un ramo.

Lentamente la Morte entra nel bianco silenzio

di una stanza ospedaliera.

Annalena era avvocato e difendeva gli ultimi.

Forse per questo è vissuta a lungo.

Perché gli ultimi sono tanti e hanno bisogno di difesa.

Era stata senza inaridire dove tutto è perduto –

se la sua mano avesse potuto dare freschezza al fuoco

si sarebbe tesa.

E non è solo memoria di ricordi quel labbro secco, 

quel livido grigiore –

Annalena era una donna straordinaria. E aveva l’anima.

Da Infinitesimi di logos

Eraclito

“Tutto persiste e accenna, mutando in infinite

forme, in metamorfosi più sottili di un capello,

più affilate di un coltello.

Vivi e morti, mano nella mano, scambiamo

i nostri volti –

il ragno sale e scende giù in cantina scavando

le cicatrici lungo i muri, il giorno si spegne 

nella notte che ci abbraccia come acqua di mare,

pura e impura –

ciò che sai non lo sai, in guerra perenne

sotto l’armonia contrastante di ogni cosa

nel logos, fuoco che vigila il tempo a ritroso,

disfacendone i passi; struggendosi”. 

Plotino

“Le nostre vite prendono il volo senza

di noi da un eterno Uno Bontà infinita

che emana i suoi raggi liberando l’anima

del mondo.

Le nostre vite come alveari intorno a cui

si raccolgono le cellule, i nervi, le fibre

e le linfe, lentamente si sciolgono come

il plenilunio nell’acqua lungo le zone d’ombra

che il raggio non perfora, unite nella stessa

rete, sepolte e risorte in altra forma, sotto

un impulso che attrae lassù come vertigine,

estasi, brama di contatto e di quiete, attraverso

il tempo, dentro il grembo del tempo come

in un mare, per uscire dal tempo e attingere

l’eternità”.

Spinoza

“Attraverso il filo spinato dell’anatema 

di mio padre passai come un soldato,

Solo, in mezzo alla battaglia. Ma guardai

in una lente la geometria di Dio, smisurata

natura. Come un pane appena sfornato

essa alita dentro di noi e in ogni più piccola

cosa. Tutto trascorre come un solo respiro.

In mezzo ai giorni scorrono eternità.

E, come me, i cigni che stillano il loro

canto di morte, non temono il Giudizio”.

Questi tre componimenti sono risultati finalisti per la sezione Poesia inedita

al Premio Internazionale di Poesia “Europa in versi” 2018.

Nella sezione In bianco e nero sono riportate prose poetiche in omaggio a dolenti e coraggiose figure femminili.

Infine da L’Eros

*

Fra i cipressi di Bolgheri mietiture 

di pioggia, orme fugaci i nostri piedi,

in un fremito di cose che svaniscono

come braci nel sonno della notte –

ricordare    ricordare dimenticare

la vampa d’agosto che ingoia il nostro 

toccare: buio chiarore che asciuga 

un sudore che è sangue –

Tra sillaba e sguardo far dormire

il dolore nella dolcezza che incanta,

nel piacere che uccide,

mentre il calamo annuncia la confessione

d’acqua in cui quel che siamo ritorna:

toppo fragile per andare in frantumi.

*

Inchiodarsi agli odori della terra,

alla segreta corrispondenza di tutte

le cose nominando ogni frutto:

è il forte amore umano –

respirare come respirano le pietre

nel luogo dell’anima dove il dolore

può parlare e bambino è il cielo

che per noi trasale: è il solo modo

per rispondere all’immenso.

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