Iosif Brodskij, Poesie

a cura di Barbara Pesaresi

“Poesie”, ed. Adelphi

a cura di Giovanni Buttafava

da Ninnananna di Cape Cod

ad A. B.

VIII

Metti in serbo per le stagioni fredde

queste parole, per le stagioni dell’ansia!

Come il pesce sulla sabbia, l’uomo sopravvive:

se si strascina agli arbusti e s’alza

su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,

nelle viscere stesse della terra.


Esistono leoni alati, sfingi col seno

di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:

a colui che sostiene sulle sue spalle il peso

di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,

sono più cari degli zeri concentrici nati

da parole gettate.

Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,

come la stella in cielo, va in declino, finisce.

Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,

c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,

terraferma. E le sue sabbie incanta

del nasello il quieto canto:

«Il tempo è più grande dello spazio. Lo spazio

è la cosa. In sostanza, il tempo è l’idea della cosa.

La vita è la forma del tempo. Carpa e tinca,

un suo coagulo. E sono coagulo anche 

articoli di genere più forte:

onde, suolo. E morte.

Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,

sorge un suono, echeggia una parola.

“Amare” forse, o forse solo “ehi”.

Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta

tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,

come dalle tue ciocche».

IX

L’uomo riflette sulla propria vita,

come la notte sulla lampada. A un momento dato

oltrepassa i confini di uno dei due emisferi

del cervello il pensiero, scivola come una coltre,

denudando qualcosa, forse un gomito; la notte

è ingombrante, questo è vero,

ma non così smisurata da pensare che ricopra

entrambi gli emisferi. E l’asia e l’europa

del cervello, e le altre gocce di terra in mare, e l’africa,

a poco a poco scricchiando sull’asse secca, ruotano,

esibendo la loro vizza gota,

verso l’airone elettrico.

Guarda un po’: Aladino dice «sesamo» ed ha davanti l’oro;

chiamando Bruto, Cesare vaga nel foro che dorme;

nel chiosco al Figlio del cielo parla d’amore l’usignolo;

una vergine dondola sotto il lume una cuna;

accenna sulla sabbia un papuaso nudo

un boogie-woogie.

Afa. Calciando al buio col ginocchio scoperto, in sonno,

capisci all’improvviso, a letto, che è un matrimonio:

che s’è voltato su un fianco a mille miglia di distanza

il corpo con il quale da gran tempo

hai in comune solamente il fondo

dell’oceano e l’esperienza

della nudità; ma non per questo ci si alza in due.

Perché mentre laggiù c’è chiaro, qui nel tuo

emisfero fa buio. Per così dire, un astro solo

non basta per due corpi ordinari. Ossia

il globo è stato messo insieme, come voleva Iddio.

E non bastava un sole.

da Kellomäki

a  M. B.

XIII

Come ci chiamavamo, tu ed io, non ha

importanza; basta dire per me cinghia per te camicetta,

per vedere nella specchiera (come fare la carità

a un cieco) che conviene a noi appunto l’anonimia,

come in fondo a ogni cosa viva, cancellata dalla faccia della 

terra, quando comandano in silenzio «fuoco!» tutte le cellule.

Le cose hanno dei limiti. La lunghezza, anzitutto,

l’incapacità di spostarsi. E il nostro diritto

al «qui» non si estendeva oltre l’ombra che in una giornata chiara

sopra i mucchi di neve cadeva dalla legnaia

XIV

a cuneo. Con lo sguardo in un altro paesaggio, questo cuneo

acuto riterremo che sia il nostro gomito comune

che sporge in fuori e, come nel proverbio russo,

mordere non è dato a te o a me,

né tanto più baciare. In questo senso

noi due ci siamo uniti; anche se

il letto non ha fatto neppure uno scricchiolio.

Esso ora è il mondo intero, con una porta sul lato,

ma anche quella porta – che sa solo le cose per sentito dire – 

serve soltanto per andare via.

1982

A Urania

a I. K.

Tutto ha un limite, compresa la tristezza.

S’impiglia lo sguardo alla finestra, come alla palizzata

la foglia. Puoi versare acqua, scuotere chiavi.

Solitudine è l’uomo al quadrato. Il dromedario

così fiuta con una smorfia il binario.

Si scosta il vuoto, come una portiera.

E cos’è poi lo spazio, in generale, io

dico? assenza di corpo in ogni punto.

Per questo Urania è più vecchia di Clio.

Di giorno, e al lume di lumini ciechi,

vedi che non nasconde nulla: cerchi

di guardare il globo, e guardi una nuca.

Eccoli, i boschi pieni di mirtillo,

fiumi dove si pesca a mano lo storione,

una città che non ti annovera più

nell’elenco del telefono. E a sud

anzi a sud-ovest, ecco montagne brune,

e vagano nel càrice cavalli prževali,

si fanno gialli i visi. Poi, più in là, corvette

navigano e si fa azzurro lo spazio,

come una biancheria con i merletti.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.