Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara Editore, 2019)

Stefano Iori definisce la sua raccolta di poesie un taccuino, un diario. Il titolo è un invito al cammino. Ed un commiato felice, senza rimpianto. Musicale. Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo. Ecco, con il richiamo al comandamento divino ad Abramo nel Libro della Genesi, condividiamo il punto di partenza di questo percorso. Non ne conosciamo la destinazione. Non ancora, almeno. E abbandonare la propria “casa” è sempre lacerante. La terra ferma è il luogo della staticità, come pure delle certezze. Il cammino è il mare della scoperta, come pure delle insidie e del dubbio.

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L’ultimo sms

Sharon è così felice e impaziente di scendere in città stasera che le sembra ci stiano volendo tre ore a finire di truccarsi. Da quando aveva preso la patente non aveva più passato un sabato sera a casa, per sua madre non era un problema lasciarle la macchina per il fine settimana.
Sally prima le aveva messaggiato che Tess era già arrivata: aveva preso un take-away per tutte e tre, la aspettavano a casa. E che si desse una mossa, ché avevano fame − le aveva scritto aggiungendo faccine e emoji con cosce di pollo, patatine fritte, cuoricini e pazze risate.
Sto entrando in macchina ora!!! − le aveva risposto Sharon un secondo prima di aprire la portiera.

Era il primo sabato sera di dicembre di sette anni fa, e la statale per Philadelphia era trafficata sia da chi andava a fare serata in centro, sia dai reduci del primo shopping natalizio di ritorno nei ricchi sobborghi fuori città: zone residenziali piene di caprioli, scoiattoli, e stradine costeggiate da alberi cedui che ogni autunno era incantevole guardare.

Tra loro i McPherson: Mark e Lena con i figli adolescenti, Simon e Nick, seduti sui sedili posteriori. Chiacchierano a proposito delle vacanze di natale. A Simon piacerebbe andare dai nonni, mentre Nick vorrebbe restare a casa per poter giocare tutti i giorni a tennis, ché a gennaio inizia il torneo del suo club. Mark e Lena non commentano, si scambiano solo un sorriso, nella speranza che i ragazzi trovino da soli un compromesso equo.

Un po’ di traffico a entrare in città. Sharon si ricorda che c’è una partita di football stasera, ci vorrà un po’ a passare lo svincolo per lo stadio. Durante un momento di stasi della coda legge un nuovo messaggio di Sally − Quando arrivi???? – con cuori e baci. Mentre inizia a scrivere la risposta, le macchine dietro di lei si mettono a suonarle il clacson: ormai ci sono almeno cinquanta metri liberi davanti a lei. Si riscuote e solleva un braccio in segno di scusa, pigiando sull’acceleratore. Manca pochissimo allo svincolo, appena lo passa pigerà il tasto di invio del messaggio su cui ha scritto “Sono lì tra 10 minuti!! Aspettatemi e non mangiate tutte le patatine!”.
Un minuto dopo la strada è libera e Sharon prende il cellulare per inviare. Ma le pare che il suo messaggio abbia un tono lagnoso. Meglio aggiungere almeno una faccia con la lingua e magari due risate e forse anche un cuoricino. Fatto! Click sul tasto verde di invio.

Non fa neanche in tempo a capire cosa succede ma è in aria. La sua macchina volteggia nel vuoto per 40 metri e 180 gradi, poi uno schianto. Poi più niente.
Sally la chiama decine di volte, fino alle dieci di sera. Sempre solo la segreteria telefonica.
Finché non decide di chiamare la polizia.

Nessuno ha fatto in tempo a capire nulla nella macchina dei McPherson. La frase di Lena su “Cosa volete mangiare a cena” resta a metà nel momento in cui una tonnellata di metallo, gomma, plastica, benzina, vetro − e un corpo umano − impattano sull’abitacolo. Mark muore immediatamente, ma nessuno degli altri tre passeggeri lo verrà a sapere a breve: tutti e tre restano a lungo in coma. Il primo a uscirne è il più piccolo dei fratelli, Nick, che se la caverà con la rimozione di qualche organo non vitale. Lena sarà in coma a lungo, con danni cerebrali che ci è voluto più di un anno a recuperare, ma con un dolore che non passerà mai per il marito e per il figlio maggiore che − dopo un coma lunghissimo e una ancor più lunga riabilitazione − ha recuperato la mobilità fisica purtroppo non quella mentale: ha lesioni cerebrali permanenti che gli consentono solo una vita protetta.

Basta davvero un istante, un istante solo, e tutto è perduto, distrutto, danneggiato per sempre.

Anche se ho scelto di presentarla in modo narrativo, questa è una storia purtroppo vera e ha toccato la famiglia di una delle mie più care amiche. Per favore, pensateci. Grazie.

Foto Fahrul Azmi, Unsplash

 

ERCOLE PATTI. Tutte le opere

di Massimo Maugeri

Ogni libro contiene un mondo, ma all’interno del monumentale volume “Ercole Patti. Tutte le opere” (La nave di Teseo, 2019) curato da Sarah Zappulla Muscarà e a Enzo Zappulla c’è un intero universo: quello “sgorgato” dalla penna di uno dei grandi protagonisti della letteratura italiana del Novecento, Ercole Patti (Catania, 16 febbraio 1903 – Roma, 15 novembre 1976). Continua a leggere

Ornithology 53. Yeats

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I cigni selvatici a Coole

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale,
I sentieri del bosco sono asciutti,
E l’acqua nel tramonto d’ottobre
Specchia un cielo immobile;
Sull’acqua traboccante fra le pietre
Cinquantanove cigni stanno.
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La freccia

Probabilmente sottovalutiamo l’importanza dell’intercessione, la quantità di anime che potremmo contribuire a salvare con un semplice gesto. Quando mi mandi una freccia d’amore, dice il Cristo alla Bossis, la Mia onnipotenza la impiega subito per un’anima in angoscia, che non hai neanche bisogno di designare.

La poesia della settimana. Elio Pecora

Mai che l’attimo si fermi,
da guardare, capire.
Sempre una corsa.
Cogliere lembi.
Udire parole mozze,
promesse a metà.
Così risa, musiche, amori, sogni.
Tutto accennato e lasciato.

Elio Pecora, Simmetrie, Milano, Mondadori, 2007, p. 55.

Laura Guglielmi, “Le incredibili curiosità di Genova”

Estratto da Le incredibili curiosità di Genova. Uno sguardo curioso su più di mille anni di storia della Superba, di Laura Guglielmi (ed. Newton Compton, 2019)

RINA, LA TIGRE DI GONDAR E LA SUA CASA CHIUSA IN VICO LEPRE

Immaginiamo una studentessa ventenne, che vive in un carruggio nascosto del centro storico, nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento. A pochi passi da via Garibaldi, Strada Nuova, con i suoi palazzi un po’ cadenti, non ancora rimessi a nuovo, non ancora patrimonio Unesco. Vico Angeli corre giù in discesa, fa angolo con Palazzo Rosso, non c’è nessun negozio, in strada solo loro, le puttane. Lucia, la capa del vicolo, sta sempre in strada, dirige il traffico, ha tante ragazze negli appartamenti all’interno dello stabile da lei governato con un piglio da marescialla. Per ogni prestazione chiede cinquantamila lire, venticinquemila per le ragazze e venticinquemila per sé, che servono anche per la manutenzione degli appartamenti e tante altre piccole cose, come pagare Oscar che vigila pronto a scattare in caso di pericolo.

La studentessa vive in una soffitta che sbuca fuori dai tetti. Non c’è voluto molto tempo per conquistare il cuore di Lucia. Con gli anni è diventata la sua portinaia, ritira la posta o la scheda elettorale, le regala piccoli mobili di un certo valore, recampati chissà dove. E soprattutto la difende dai clienti importuni. E se qualcuno ci prova con la studentessa, Lucia alza la voce e lo caccia via in malo modo. Continua a leggere

Agota Kristof

a cura di Barbara Pesaresi

da CHIODI – ed. Casagrande

traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla

I paesaggi più belli

I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a 

treni in fuga

le lune più belle

in questi momenti cadono nel lago

eppure ogni assoluzione viene da te sotto

le tue palpebre stanche e dalla severità

dei tuoi baci custodi della nostra pallida solitudine

ti fermi sempre rivolto verso di me

anche nei giorni caduti

nel pozzo buio del mutismo

e nei minuti depredati della luce

qui dove i fiumi erodono le rive silenti

e domani saranno invecchiate le case

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