Agota Kristof

a cura di Barbara Pesaresi

da CHIODI – ed. Casagrande

traduzione di Vera Gheno e Fabio Pusterla

I paesaggi più belli

I paesaggi più belli sono costruiti di sera dietro a 

treni in fuga

le lune più belle

in questi momenti cadono nel lago

eppure ogni assoluzione viene da te sotto

le tue palpebre stanche e dalla severità

dei tuoi baci custodi della nostra pallida solitudine

ti fermi sempre rivolto verso di me

anche nei giorni caduti

nel pozzo buio del mutismo

e nei minuti depredati della luce

qui dove i fiumi erodono le rive silenti

e domani saranno invecchiate le case

Il tavolo

Si chinò sopra, vi scorse il viso,

Sul piano lucido, rosso vide il suo proprio viso,

Ed era profondo questo viso, come il sogno di un bambino,

Incredibilmente solitario, come gli anni a venire,

E perfettamente dimenticato, come i primi giorni della vita.

La guardava dalla cornice nera del tavolo,

Che non era quadrato, ma non era

Nemmeno tondo, forse ricordava

Più di tutto un’ameba.

La guardava, non le chiese niente,

Le ombre misero piede nella stanza e loro

Si allontanarono, come gli attimi l’uno dall’altro.

Di una città

Era davvero piccola e silenziosa

con basse casette rurali

e viuzze strette senza

alcuna bellezza strano

che io ne parli così tanto

ma se tacessi

mi crollerebbe addosso l’ombra dei monti

che la circondano alti e scuri

Ascolta il cielo lì a volte

era così colorato al crepuscolo

che le persone si piazzavano davanti le loro case

e provavano a dare un nome ai colori

ma quelli si mischiavano in maniera così singolare

che nessun nome andava bene

Sì di questo ho già parlato e mi sembra

anche della casa dove abitavo

ma ho dimenticato

gli alberi in giardino su uno dei meli

già all’inizio della primavera

trovavamo frutti che

anche acerbi erano dolci come il miele

come sarebbero stati da maturi

non ci fu mai modo di saperlo

perché li coglievamo sempre in anticipo

questo mi priva di un ricordo ma

come potrebbe saperlo questo un bambino

Ormai è tardi lo so le notti

lì erano immobili nemmeno le tende

frusciavano davanti alla finestra il silenzio 

tamburellava per le vie avevamo paura

perché c’era sempre un uomo nero

malvagio che si nascondeva sulle montagne

andava per il bosco

e a mezzanotte bussava ai portoni chiusi

Ancora non dormire prima che albeggi

devo raccontare tutto

il fiume il pozzo con la ruota

il cortile della chiesa

e questo è particolarmente importante l’autunno

iniziava qui ogni anno quando

una manciata di foglie rosse all’improvviso cadeva

cadeva stai forse dormendo

cadeva

Da anni ormai

Ogni mia mossa è inutile

questa è la sera

mi ha ricordato quei giorni

quando attraverso la finestra

guardavo le torri i tetti diversi

e cercavo di convincermi

che ero di passaggio in una città sconosciuta

Città sconosciuta una specie di vento leggero

risuonava per le strade cadeva scintillando sugli alberi

ogni campanula era un tesoro

e infiniti i campi

ammiravo i contorni d’argento dei comignoli

nel profondo di cortili dormienti sotto un cielo di ruggine

amavo i tuoi muri consumati

e gli alberi solitari moribondi

Penso che da anni ormai

non ho visto alberi da vicino l’incerto

guizzo di foglie bordò scuro

questo è tutto ciò che ricordo

e che c’era più sole

traduzione di Vera Gheno

Non morire

Non morire

non ancora

troppo presto il coltello

il veleno, troppo presto

Mi amo ancora

Amo le mie mani che fumano

che scrivono

Che tengono la sigaretta

La penna

Il bicchiere.

Amo le mie mani che tremano

che puliscono nonostante tutto

che si muovono.

Le unghie vi crescono ancora

le mie mani

rimettono a posto gli occhiali

affinché io scriva

traduzione di Fabio Pusterla

Un pensiero su “Agota Kristof

  1. sempre della stessa autrice dallo stesso libro [l’unico tradotto in italiano] ti tragica attualità:

    EMIGRANTI

    Camminare leggeri su strade dritte
    che non portano da nessuna parte
    noi ci sorridiamo come freschi innamorati
    mi guardavano pensose le case e i giardini
    non lasciano alcuna impronta su di voi
    sgusciate come nubi sopra torri e monti
    i vostri piedi senza radici non si feriscono
    da grande distanza guardare i vostri dolori
    senz’anima scaturiti da voi
    il domani ormai alle vostre spalle le nostre mille speranze
    annuiscono in lacrime abbracciamoci veloci
    dalle vostre labbra immobili sale il fumo
    così triste delle canzoni morte
    frusciano bianchi gli alberi sul ciglio della strada e
    voi salutate con mani prive di luce
    finché vi sciogliete nella corsa di un treno mattutino
    frastornati dallo sferragliare delle ruote
    ___________________________________________
    pag. – 43 –

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