Stefano Iori, Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo (Fara Editore, 2019)

Stefano Iori definisce la sua raccolta di poesie un taccuino, un diario. Il titolo è un invito al cammino. Ed un commiato felice, senza rimpianto. Musicale. Lascia la tua terra. Sinfonia del congedo. Ecco, con il richiamo al comandamento divino ad Abramo nel Libro della Genesi, condividiamo il punto di partenza di questo percorso. Non ne conosciamo la destinazione. Non ancora, almeno. E abbandonare la propria “casa” è sempre lacerante. La terra ferma è il luogo della staticità, come pure delle certezze. Il cammino è il mare della scoperta, come pure delle insidie e del dubbio.

Appena ci inoltriamo nella lettura di questi testi, subito comprendiamo che il viaggio che ci attende non è fisico. Riesploriamo il percorso misterioso della parola quale epifania del linguaggio, del pensiero e della coscienza. Il testo di Iori è poesia sapienziale. Non contiene dentro di se alcun significato, eppure, allo stesso tempo, li contiene tutti. E’ una riduzione allo zero, all’origine, alla prima parola pronunciata dal primo uomo. Ed in questo punto troviamo il nulla, ma anche lo stupore di ogni incipit creativo.

All’inizio era il Verbo. Non c’è sintassi, né verso in questa aurora terribile e meravigliosa. Il nome “essenziale” di Dio è impronunciabile, il tetragamma la cui prima lettera è Iod, la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, poco più di un apostrofo. Non c’è ancora la luce. C’è il Vuoto, la ruvida nube nera da cui prendono corpo i Salmi, così come si presentano a questa lettura. Il senso d’esistere/ ai minimi di legge/ prima del salto/ che mi farà nudo/ libero infine/ da congegno/ di menzogna. All’origine c’è questo Nulla in cui nascita e morte compongono la medesima condizione di inizio-fine-inizio. E’ il punto più buio che, però, preannuncia il primo bagliore. E crepa l’amore/ s’ammala si scioglie/ nel buio infinito/ il nulla rispende. Ogni nascita è un parto. L’abbandono del punto fermo ombelicale e l’inizio di un ignoto cammino. Così ogni parto è un taglio, una crepa, una lacerazione dell’inaudito continuum di dolore e gioia, buio e luce. Ai margini del nulla/ cieco sta un lume spento/ nella tenebra smagliante.

La (ri)nascita non ha certezze. Naviga nel dubbi della sopravvivenza. Ogni viaggio è un prendere il largo, lasciare la terra ferma per prendere un mare. Non mio il verso/ che nasce fantasma/ guizza e svanisce/ brilla e poi s’annebbia/ donando al bui/ candida memoria/ La presunzione/ di possedere il verbo/ passa dalla cruna/ del registro corto. Ci vuole un lungo apprendistato perché si diventi padrone della propria rotta, perché alla cieco restare vivo succeda un’esistenza consapevole. La nebbia che s’alza/ dal cupo lago/ toccherebbe il cielo/ se solo un cielo/ ci fosse davvero.

La (ri)nascita non è certezza. E’ stupore.  Questo è il vento che ci spinge in avanti. Morte si oppone a nascita/ non sa che farsene la Storia/ di preludio e ultimo assolo/ La sinfonia sta in mezzo// Mosaico di stelle/ fermo e chiaro/ Solo nel congedo/ lo spartito si disegna// Il dovuto il donato il rubato/ Di là da sé sboccia lo stupore. Quando il cammino è giunto al termine abbiamo scoperto che una direzione era chiara da subito, se non una destinazione precisa. La vita è oltre quel punto zero. E dopo il verbo e la parola nasce sempre un linguaggio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.