Raffaela Fazio legge Stefania Di Lino

“Una parola muore appena detta: dice qualcuno./ Io dico che solo in quel momento comincia a vivere”. Emily Dickinson 

Con questa citazione all’inizio de “La parola detta” (La Vita Felice, 2017), Stefania Di Lino ci suggerisce il tema intorno al quale si snoda la sua raccolta poetica: il passaggio necessario di staffetta tra gli esseri umani, chiamati alla condivisione responsabile, non alla chiusura egoica. Ciò avviene soprattutto attraverso la parola, strumento di comunicazione privilegiato. Ma non solo.

Il libro, infatti, s’impernia a mio parere sull’idea di trasmissione e connessione nel senso di un legame più ampio. Questo legame può svilupparsi anche ad altri livelli rispetto alla comunicazione verbale: “il tuo sguardo è una frase perfetta/ che non contiene errori/ poco importano dunque, le parole/ se questo è il tuo sguardo// un gancio un rostro sulla fronte/ che si aggancia alla mia/ e fa di me nave attraccata/ da te nave pirata/ in un crocevia preverbale di passaggi/ linguaggio pretestuale/ prelude un tempo/ prepara la pelle al contatto/ lo sguardo che attrae/ attratto” (p. 96).
Nella visione dell’autrice, ogni realtà s’immette in un’altra, ogni tempo si concatena a un altro tempo, ogni essere vivente è collegato a un altro essere vivente. La stessa forma scelta da Stefania Di Lino nella sua scrittura, ovvero l’assenza di un punto alla fine dell’ultima frase, che termina con una virgola, e la mancanza di un “a capo”, a cui viene preferita la disposizione “per esteso” dei versi, ritmata da un segno grafico (singolo o doppio), pare essere specchio di un “continuum” esistenziale, che non è magma informe, ma flusso che respira grazie alle sue pause e alle sue accelerazioni.
Sin dalle prime pagine si percepisce che la vicenda del singolo è parte di un tutto, di una natura sia ctonia che celeste: il poeta (e l’individuo in generale) s’inscrive nell’universo, anche se non ne ha piena coscienza: “il poeta conserva in sé/ un’antica tragedia/ di cui ancora non conosce i versi,” (p. 14); “ecco il tempo in cui/ il ricordo passa/ di mano in mano/ passa/ come un testimone” (p. 23); “eco diffusa nell’aria/ si amplifica in cerchi/ eco straordinaria” (p. 34); “sarà lamento universale/ rimpianto astrale se ascolti” (p. 50); “- si nasce tutti dal bosco, sapete, e là si torna/ perché è la terra a chiamare” (p. 83); “di marcata solitudine/ si nasce già tristi nel corpo// le ferite passano/ di madre in madre/ passano/ di figlia in figlio/ le ferite passano in ogni carezza/ tra le dita,” (p. 91).
Il corpo, con il quale l’individuo entra a far parte del mondo, è un mondo in sé, è un corpo-mondo: “c’è un presagio di silenzio nel bosco/ e nel corpo che cambia/ sono fermi gli animali/ immobile è la felce/ tace il canto,” (p. 50); “semi spargiamo dalle mani/ e nella spina dorsale/ conserviamo le cellule dei figli/ di quelli mai nati e di quelli mai risorti/ e sul viso abbiamo i solchi delle strade/ lungamente battute/ percorse/ noi che sfidiamo il tempo/ e sul volto abbiamo/ tutte le età del mondo,” (p. 85); “noi siamo la nostra ombra/ come pini marittimi abbiamo/ inquiete radici/ e affondiamo tese/ le mani nel cielo” (p. 98).
Di legame, dunque, si parla, dall’inizio alla fine del libro. Come si accennava prima, però, questo legame non è piatta indistinzione. Il tessuto connettivo conosce anche la sospensione, la distanza, la separazione vista come elemento necessario, proprio come avviene nel parto, in cui un corpo abbandona un altro corpo per nascere: “quel dolore di parto che separa/ la pelle dalla pelle/ […] mentre ti donavo/ corpicino intorpidito/ carne di amorevole carne/ mentre scivolavi via dal mio corpo/ io la tua prima frontiera/ tu il mio canto nel mondo,” (p. 72); “e sarà lungo nominare/ scia futura/ sarà dolore staccare/ enumerare/ osso da osso/ scindere il mio dal tuo/ creare frattura/ labbra da labbra/ forzare/ distinguere i globuli/ della dura madre/ dalla dura figlia/ faticoso continuo cercarsi/ lasciarsi/ negare ciò che lega/ ciò che più somiglia,” (p. 34).
Il legame non è indistinzione, e non è neppure armonico irenismo, perché comporta anche il dolore. Ma dolore e gioia sono quasi sempre compresenti. Questo traspare, ad esempio, nelle pagine che Stefania di Lino dedica a sua madre e a suo figlio Edoardo e che, a mio parere, sono tra le più toccanti: “era un tutt’uno di festa che partiva dal collo/ e poi giù giù/ fino alle lombari/ […] e le coste vibravano e suonavano/ nel ristretto ambito toracico/ era orchestra/ gioia di vivere/ più spesso invece era dolore/ era sinfonia d’organi/ […] infermità di parole,” (p. 47); “l’aria era di un colpo al cuore/ e di fulmine caduto dal cielo/ e di pioggia torrenziale/ acquitrino esistenziale// […] buche sul selciato/ […] spasimi e sospiri/ imprecazioni/ […] poi ci fu un angelo con la spada a passare/ […] un improvviso fiorire/ […] e di quell’angelo la spada/ sublime affondava la mia carne/ e dal giorno in cui nascesti/ nel giardino piantato/ si erge ora un prunus dai fiori rosa/ che trema sintonico al vento/ si volta cantando/ se chiamo il tuo nome” (p. 54).
Ne “La parola detta”, la sofferenza si accompagna inevitabilmente al “canto”, anzi, non di rado ne è l’origine: “è quando tutto duole/ e senti persino il rumore/ di una foglia che cade/ allora ai poeti è dato lo scavo della tana/ e l’ebbro cantare della notte,” (p. 17); “non c’è scrittura/ che non batta/ continuamente/ sull’angolo acuto di un dolore,” (p. 62). Il dolore dunque non va temuto, perché non è segno di morte: la vera morte è piuttosto la mancanza di amore. In maniera incisiva, la poetessa lo afferma: “il morire vero è laddove mai è stato amore” (p. 19).
Chi non guarda in faccia il dolore, non coglie il senso delle cose; i “poeti spoetati”, così li definisce l’autrice, sono proprio coloro che si lasciano distrarre e ingannare: “a loro basta essere bagnati/ dalla lusinga di una finta luna/ per dimenticare la gamma di odiati scuri/ e il nero corvino/ il forte contrasto che unisce da sempre/ l’ombra alla luce,” (p. 66). Se non si accetta “il nero corvino” e “il forte contrasto” della vita, non si vive realmente, sembra suggerirci Stefania, che scrive, con non poca ironia: “la mia vita è piena di morti/ che erano tali/ ancor prima di morire/ […] sbadigliavo pigri sulle cose per me importanti/ erano tutti elegantemente scostanti/ borghesemente sobri/ poco visibili/ di colore grigio catrame/ da confonderli quasi con l’asfalto stradale/ al punto che io non vedendoli/ non feci in tempo a frenare,” (p. 49). Forse sono gli stessi che la poetessa uccide “metaforicamente” (facendo l’occhiolino al lettore); magari alludono persino a quegli atteggiamenti pavidi e a quelle pulsioni diluite che possono annidarsi dentro la mente e il cuore di ciascuno, e che vanno combattuti (chi sa?): “che fatica stamattina/ dover ripulire le tracce lasciate/ dai piccoli omicidi efferati/ perpetrati da ogni giorno che passa,” (p. 24); “e allora io prendevo la mira/ sappiatelo/ io prendevo la mira/ e tutti vi ho uccisi/ uno ad uno/ tutti vi ho uccisi/ con i miei versi,” (p. 28).
La scrittura, allora, significa anche questo: guardare in faccia la morte, per far crescere la vita. Non è un caso che, nel libro, venga usata spesso un’immagine che richiama subito alla mente il legame ambivalente tra morte e vita: la semina. Il seme, ben lo si sa, deve “morire” per trasformarsi in pianta. Qui, il nesso tra morte e vita contiene anche quello tra terra e cielo, tra accoglienza passiva (kenotica e fertile) e slancio attivo (vitalistico). La scrittura deve farsi in un certo senso svuotamento per essere fruttuosa: “lei estranea scrive/ ignorando persino se stessa,” (p. 87). Ricorrenti sono i termini che suggeriscono proprio il solco dove cade il seme: “interstizi”, “fenditura”, “lacerazione”, “crepa”, “cesura”, “fessura”, “solchi”. E frequenti sono i riferimenti espliciti: “orizzontale fui io/ […] pronta ad accogliere il seme/ orizzontale dunque fui/ e parallela alla terra/ ma verticale è la pianta nata/ che in alto il suo stelo tende” (p. 15); “lei lavora/ con sapienti mani di bambina/ terra riporta e ostinata scava ancora/ per coltivarci dentro una piantina” (p. 39); “porto un Dio dentro/ dannato e bello/ che coltiva pazientemente la mia cesura/ la semina mi rende fertile/ così fiorisce la mia scrittura” (p. 57); “quelli che gettano semi buoni in coni d’ombra/ […] frutti e germogli intanto salgono al cielo/ frutti e germogli e canti,” (p. 77).
La scrittura di Stefania Di Lino, non indietreggiando davanti alle asperità e non temendo di nominare la sofferenza che in fondo spetta a ciascuno o di denunciare le assurdità umane, rimane una scrittura di “resistenza” soprattutto per la fede che dimostra nel “domani”: “infinita ingenuità c’è nel crescere/ e nel portarsi avanti con la vita/ una gentilezza tenera e sacrale/ una proiezione che si nutre del domani/ e nel domani crede e spera,” (p. 15).
L’aprirsi al futuro è qualcosa di civile e insieme di “sacrale”.
Civile, perché coinvolge la responsabilità dell’individuo, che si salva solo nella solidarietà con l’altro, riconoscendo e rafforzando il legame che lo unisce al resto del mondo: “dimmi ora del sollievo/ che vince sul peso delle cose/ dimmi che il soma nel cammino/ si farà più leggero/ che insieme ci solleveremo/ presi come da infinita gioia/ dimmi che ci salveremo/ mano nella mano” (p. 26); “c’è sempre un uomo da baciare forte/ sulla bocca/ un bambino da proteggere/ un pianto da consolare/ un gioco da inventare insieme/ una testa da accarezzare/ una mano sicura da offrire stringere sodale/ un sorriso da lanciare come fune/ e una fune tesa da trasformare in ponte/ per riunire del fiume le due sponde// c’è sempre una guerra da smettere/ e l’amore da fare” (p. 35). È la solidarietà umana che permette di crescere verso un futuro di “diversità”, di “abolizione di ogni confine”, di “cesoie che tagliano fili spinati” (p. 86), ed è lo stare insieme che crea solidità, sono le “radici sotterranee/ rabdomanti della salvezza” che “cercano/ stringono forte/ legano,” (p. 83). Ma la solidità è fatta anche di quella fiducia che dà leggerezza, la stessa leggerezza provata dai bambini, ancora pieni di entusiasmo e di stupore. Mi piace molto che Stefania Di Lino menzioni una realtà-simbolo a me molto cara: quella del gioco. A questa si lega sia l’energia vitalistica che la genuinità: “avremo ancora bocche/ da cui far sgorgare/ come bambini sorrisi/ […] e ali grandi per volteggiare/ giocare planare” (p. 36); “avremo modo di provare innocenza/ spiegare stupore” (p. 40); “ora si tratta/ malgrado/ di conservare il fervore sudato del bambino che gioca/ e lentamente da solo svela il mistero/ e in quel gioco crede/ di quel bambino conservarne l’entusiasmo/ la fede,” (p. 100).
Proprio così. La fiducia è fede. Ecco la dimensione sacrale dell’apertura al domani. Una dimensione che fa spazio al mistero, alla forza che viene da fuori, all’imprevisto che l’essere umano non potrà mai controllare, proprio come un seme la cui crescita dipende anche da condizioni esterne. A me sembra che l’ultima poesia della raccolta esprima bene la natura laicamente sacrale del compito che interpella l’individuo e, nello specifico, il poeta. Si tratta di un invito, dunque di un appello alla responsabilità, alla presa di posizione. Ma la responsabilità non è un semplice schierarsi a favore di un partito: è rendere omaggio alla Vita, esperirla nella sua contrastata interezza, ricrearla con la propria arte, trasmetterne agli altri la bellezza inesauribile. E pare che sia proprio la Vita a rivolgersi all’essere umano in questo ultimo testo, che riporto per intero:
“sei ora sul punto di sella/ incidi sulla carta/ sulle labbra/ nella carne incidi/ il mio nome/ col fuoco acido delle stagioni che vanno// lascia che sia gesto/ un segno/ un filo di vento/ un tremore/ lascia che sia un segno/ amalgama preziosa di lapislazzulo/ che inventa un colore per questa volta celeste/ officina roteante di astri/ e che qualcosa resti al passaggio/ c’è tutto l’universo ancora da scrivere/ se solo tu sapessi,” (p. 101).
Se il poeta accoglie questo invito, la sua parola nascerà davvero per “vocazione”, e sarà in grado di rispecchiare il legame (esistenziale, storico, morale, cosmico) che tutti ci unisce: “tornerà il tempo/ della parola ritrovata e detta/ quando l’assenza sarà seduta/ finalmente stanca/ ogni parola sarà per vocazione/ ogni radice terra vicinanza,” (p. 80).

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