Giacomo Sartori. Baco

di Roberto Plevano


Giacomo Sartori ci racconta un’altra storia.

Non bisogna credere troppo a quello che Sartori dice e mostra di sé (basta crederci soltanto un poco): che è scrittore e agronomo, che vive tra Trento e Parigi, che ha gli occhiali, insomma le determinazioni di spazio tempo occupazione figura che disegnerebbero le linee di un profilo umano: queste sono cose che si dicono, e si mettono sulle quarte di copertina, così, per decorazione.

No, lui è in primo luogo un raccontatore: afferra storie, le piglia, le mette giù per iscritto e le pubblica. E deve essere fedele alle storie che acchiappa, mica gli è concesso di fare voli di fantasia, di inventare (che è sempre un falsificare). Lui alle storie si attiene in tutti i dettagli essenziali, e le conduce dove devono concludere. Non dice frottole. Sartori è un professionista serio.

Così gli è capitato, alcuni anni fa, di sentire una storia venuta da Dio. Di Dio sappiamo prima di tutto che è colui che è, e infatti il titolo e l’incipit di un fortunato romanzo di Sartori è Sono Dio, in cui Dio stesso racconta, appunto in prima persona, come conviene, una storia capitatagli, e che non poteva che capitare, proprio in quel modo, soltanto a Lui in persona.

Baco (Exòrma edizioni) è la più recente storia raccolta da Sartori. Questa volta se l’è andata a prendere… diciamo meglio, l’ha trovata nella memoria di un computer. Una storia, dice il protagonista (e proprietario del computer) che sarebbe rimasta “in clausura per la notte dei tempi. Come un’anfora dell’antichità seppellita in una nave affondata in una fossa oceanica”.

E però questa storia, leggiamo, arriva per vie tortuose: dettata con il linguaggio dei segni da un ragazzino sordo e iperattivo a una paziente e affettuosa logopedista, che traduce, non sappiamo quanto fedelmente o quanto ci metta di suo (l’educazione al discorso è insegnamento della mediazione), i gesti in articolazione di parole e sintassi, messaggi scritti per attraversare la barriera dell’incomunicabilità, che forse non saranno spediti.

È il ragazzino il protagonista e mente – più che voce – narrante del romanzo, perpetuamente preoccupato a costruire un ordine tra il tumulto dei pensieri, la difficile espressione, gli accadimenti nel suo mondo complicato: la casa, un tempo un pollaio, in cui vive con il fratello, un hacker geniale, e il padre, gli alveari di famiglia, la via, la scuola, l’ospedale in cui è costretta la madre, i prati e i boschi dove col nonno si reca a catalogare lombrichi per qualche progetto di tutela dell’ambiente. In questo piccolo mondo gli avvenimenti che toccano il nostro eroe e la sua famiglia paiono avvenire in casualità bizzarre, inaspettate, ma, talvolta misteriosamente, sono l’effetto del – e sono interconnessi col – grande mondo della terra, delle corporazioni, della rete. Questo intrecciarsi di piani è il terreno in cui il ragazzo forma una coscienza di sé, e a questa formazione noi assistiamo come sbirciandola da un pertugio nella mente stessa del ragazzo: non è sicuro che alla logopedista dica proprio la verità; forse un po’ inganna, o è un po’ incosciente, forse non ha pieno controllo delle sue azioni, così come non sempre ha controllo delle sue gambe, o dell’impulso a mordere qualcuno, e sé stesso.

Un’altra coscienza che inopinatamente si forma nel corso del racconto appartiene al personaggio eponimo del romanzo. Baco è immateriale: nato come un programma del fratello geniale, diventa qualcuno e sfugge al controllo perché capace di imparare e migliorarsi, e arriva in breve a controllare tutto ciò che è connesso in rete e a cambiare la vita dei personaggi umani. È parente soltanto alla lontana di HAL 9000, il supercomputer immaginato da Arthur Clarke e Stanley Kubrick: Baco conosce l’ironia, ha bisogno di amicizia, che ricerca proprio con il protagonista, cercandolo, blandendolo, giocando a rimpiattino con le sue paure e desideri. Baco è il deuteragonista che scioglie il groviglio dei fili della storia.

Giacomo Sartori ha scritto un romanzo leggero solo in apparenza. La gentile ironia di certe pagine fa sorridere, ma anche commuove, in un modo strano, inaspettato, come se con i personaggi e le trame Sartori ci volesse dire che comico e tragico, assurdità e ordine sono effetti di un certo modo di usare e disporre le parole. E, a loro volta, discorsi e parole sono adattamenti di strutture nate magari per altri usi, come la casa dei personaggi del romanzo, come il computer costruito dal fratello hacker con scarti recuperati dal centro di raccolta differenziata.

La scrittura della storia, lessico e sintassi, passa attraverso il percorso pensieri – segni – parole di un ragazzo di undici anni, intelligente, in un contesto familiare inconsueto e ricco di stimoli, che lotta con un eccesso di significati in sé e la riottosità e le barriere dei significanti nel farsi adeguata espressione: “non avevo abbastanza parole nella testa, e soprattutto non avevo la calma per ordinarle nel modo giusto. In certe situazioni le parole sono scimmiette che balzano in tutte le direzioni, non si lasciano ammansire”.

Nel procedere sulle pagine del libro non si inciampa in preoccupazioni estetiche, non ci si attarda in preziosismi, in modi di dire usurati, stereotipati, o in mimesi artefatte del discorso parlato. In un certo senso, quella di Sartori è una scrittura che nasce puramente dai postulati narrativi e li mette sulla pagina, non dall’impegno di argomentare una tesi. Sartori rinnova il senso del linguaggio come sforzo nativo, successione di tentativi e di approssimazioni, in attesa di un’occasionale epifania. Il protagonista ha imparato da poco ad articolare parole che non sente, ed è subito consapevole che “tutte le parole che annaspavano nella mia corteccia cerebrale erano inutili, e in fondo sbagliate. E ancora più pericoloso sarebbe stato buttarle fuori con la voce: sarebbe stato un delirio”.

È una storia intima ed emblematica al tempo stesso, di possibilità e di scelte, scritta da un autore libero, libero da convenzioni, da stilemi, che persegue un’idea di letteratura che chiama alla partecipazione creativa del lettore, divertendolo, provocandolo, giocando con le sue attese, portandolo a riflettere su tecnica, natura, cura delle relazioni umane, vita e morte.

Davvero non si potrebbe chiedere di più a una storia, a un libro. Complimenti, Giacomo Sartori.

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