Francesco Randazzo. Tre poesie inedite

Magie quotidiane

Il miracolo di un interruttore che accende la luce in una stanza buia.
La meraviglia di un rubinetto che fa sgorgare acqua, anche calda.
La potenza di un fornello che si accende e da fuoco per cucinare.
L’accoglienza di un materasso con le coperte, le lenzuola e i cuscini.
La sorpresa di un frigorifero aperto ricolmo di cose da mangiare.
Il confortante chiacchierare delle caffettiere e delle pentole.
L’avventura che i libri sul comodino promettono e mantengono.


L’allegria degli armadi e dei cassetti, pieni di vestiti, calzini, biancherie.
Le risate un po’ stralunate delle scarpe solleticate dai piedi.
Il canto delle stagioni che i cappelli appesi intonano allettanti.
La grazia degli occhiali che dissipano le nebbie degli occhi.
La briosità delle docce e la placidità delle vasche da bagno.
La generosità del gabinetto che si fa carico delle nostre sporcizie.
Il divertimento e la protezione delle porte che s’aprono e chiudono.
La salvezza dei tetti sopra le nostre teste e il respiro delle finestre.
La pietà degli ascensori sempre pronti a volare su e giù.
L’amicizia incondizionata di tutti gli strumenti musicali.
La struggente nostalgia delle foto stampate su carta lucida.
La militaresca obbedienza delle sedie, dei divani, delle poltrone.
L’umiltà infinita delle pattumiere che divorano tutti gli scarti.
L’armadietto dei medicinali stracolmo di piccole salvezze.
La scivolosa gioia delle saponette e il sollievo frizzante dei dentifrici.
Il soccorso pietoso della carta igienica, la maternità degli asciugamani.
Tutte queste meraviglie ogni giorno, sempre qua, per noi, smemorati,
inconsapevoli sfruttatori di ricchezze umili e perfette, come se nulla fosse.

Tutte le cose

Le rose iridate di Chateaubriand,
il coltellino d’argento di Mozart,
le nere scarpe consunte di Borges,
il fazzoletto ricamato di Proust,
il dente d’oro scheggiato di Mata Hari,
il rossetto intonso di Madame Curie,
il libro di matematica di Marylin Monroe,
la pietra pomice dell’imperatore Costantino,
la spazzola d’avorio di Cristoforo Colombo,
il cilicio di seta rossa di Lucrezia Borgia,
la saponetta allo zolfo di Albert Einstein,
lo spelacchiato cane di pezza di Goethe,
la pipa calabash di Sarah Bernhardt,
le biglie d’osso colorato di Montezuma,
il ventilatore rotto di Ernest Hemingway,
la dentiera bianchissima di Paolo D’Amato,
la chiave della prima casa di Escher,
l’orologio a pendolo di Luigi Pirandello,
la bambola parlante di Carla Bruni,
il topolino di gomma di Alain Delon,
la limetta per le unghie di Luchino Visconti,
il vaso da notte di ceramica di Rembrandt,
le perle di plastica dura di Elsa Morante,
il parrucchino sintetico di Napoleone III,
la collezione di tappi di Baudelaire,
la sedia rotta di Simone De Beauvoir,
il portasigarette d’oro di John Kennedy,
i fiammiferi svedesi di Sandro Pertini,
la scodella di terracotta di Socrate,
il cane bastardo che seguiva Shakespeare,
la gatta che leccava la mano a Giuseppe Di Martino,
l’arsenico contro i pidocchi di Vittoria Colonna,
l’ampollina di sangue nella tasca di Caravaggio,
i polsini sfilacciati delle camicie di Beethoven,
la crema depilatoria di Amy Winehouse,
i profilattici in budello di Cleopatra,
il barattolo di ceci secchi di Maiakovskji,
la caramella alla carruba di Aristotele Onassis,
i mutandoni enormi di cotone di Magritte,
la caffettiera d’alluminio di Antonio Gramsci,
la carota bianca nella tasca di Stanley Kubrik,
e i denti da latte di Zeus, Budda e Cristo,
e tutta la sabbia tra i capelli dei profeti,
e ogni piccola cosa tra ogni vita perduta,
tutte le cose dimenticate che furono di qualcuno
e sparirono, senza memoria, né importanza,
tutte le minutissime cose che resero vita
e poi non più, non più, eppure per sempre,
anche per noi, per ognuno di noi, sulla Luna,
perdute, invisibili, stanno là e ci ricordano.


Che

Che si aprano i fiori, nonostante tutto.
Che il mare continui a sussurrare sempre.
Che le stelle si gelino indifferenti.
Che i bambini ridano ignari.
Che le madri siano eterne.
Che i padri lascino buona memoria.
Che i solitari siano amati.
Che le pietre stiano immobili.
Che i libri profumino d’ignoto.
Che il tabacco bruci come incenso.
Che i bicchieri traspaiano di luce.
Che il respiro sia profumato di salvia.
Che la terra accarezzi i piedi.
Che niente sia perduto veramente.
Che gli sguardi aprano le porte.
Che le mani battano per volare.
Che i venti cantino canzoni.
Che le murene parlino in greco antico.
Che i cani sappiano perdonarci.
Che i gatti tornino a casa per noi.
Che i vecchi risolvano equazioni.
Che il deserto accolga il mare.
Che tutte le formiche scherzino tra loro.
Che i serpenti e le zanzare si estinguano.
Che tutto sia tutto, sia poco, sia molto.
Che i gerani scaccino tutto il male.
Che i pinguini invadano le austostrade.
Che il sonno sia un ponte sospeso.
Che tutte le fotografie si sveglino.
Che Beethoven recuperi l’udito.
Che Mozart muoia novantenne.
Che Lennon schivi la pallottola.
Che Kennedy sposi Marylin.
Che Anna Frank non scriva e viva.
Che Benjamin a Port Bou non ceda.
Che Ian MacKellan reciti per sempre.
Che Leopardi si sposi con Ranieri.
Che ogni rosa sia rosa sia rosa.
Che il tempo si apra in mille raggi.
Che nessuno sia scacciato dalla speranza.
Che gli ignoranti tacciano umiliati.
Che i rabbiosi si corrodano all’interno.
Che i puri non siano considerati imbecilli.
Che la paura renda saggi e non spietati.
Che il valore sia racchiuso nelle azioni.
Che il silenzio sia amico del cuore.
Che sbucciare un’arancia sia un alleluja.
Che Dio, Jahvè e Allah siano clementi.
Che crollino le chiese d’ogni tipo.
Che le foreste e le piazze siano templi aperti.
Che i nani crescano e i giganti meno.
Che ogni ape e ogni chiodo siano un nuovo inizio.
Che le coscienze siano pane, acciaio e cristallo.

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