“Lunga notte nella Petite Passe”, racconto di Lino Pastorelli

Lino Pastorelli, “Lunga notte nella Petite Passe”

A J.C., con riconoscenza

– Guarda un po’ quanto manca, va’! ‘Sto Loran lampeggia, non prende… ne puoi fare regate, funziona un cazzo qui! –
– Quella piastra di massa, scommetti? Comunque quello lì è il faro del Titan, ce lo lasciamo a dritta e filiamo giù fuori delle isole, il temporale arriva da terra. Se non fa scherzi per le due entriamo a Tolone –
Il lampo ammicca vicino, intenso. Gian armeggia con la bussola, il compasso punge la carta umida.
– Ce l’abbiamo per 235°. Ecco, in pratica, più o meno, siamo qui. Dobbiamo arrivare su Cap d’Armes per essere tranquilli. Lo scopriamo tra poco, ha il lampo più lungo del Titan. Oh, Cap Camarad è ancora lì dietro, sembra di muoversi ma con ‘sta bava d’aria… –
Lontano a ovest, cumulonembi vorticano su Tolone, castelli inquieti sui profili bui. Lo zenit sfuma in striature di stelle.
– Che dici, lo chiamiamo? – Gian si volta al timoniere, si aggiusta il cappellino umido. Scotte e drizze sono ben in chiaro nelle loro tasche, il pozzetto è in ordine. Interminabile quel quarto di guardia, il primo dell’ultima notte di regata. Ricky lascia la barra, fruga in tasca, cerca cartine, tabacco, accende il pilota, lo disconnette.
– Lascialo dov’è, finché dorme. Quando è sveglio non finisce più di rugnare. Tieni un momento la barra che me ne faccio una, con ‘sta poca aria il pilota… –
– Però se arriva quel brutto là deve salire, sonno o no. Belin, è sua la barca, non possiamo mica decidere noi! Con l’altro a bordo, ancora… –
– Ok, e chiamalo, allora! Sacramento, guarda se per fare passare uno dobbiamo fare ‘sto cinema! Ci siamo tutti dentro se ci fermano, sai che ridere… Non bastava portarlo in macchina da Ventimiglia, no? Chi cazzo ti controlla più, dico –
Nell’alito di brezza il Citoyen sbatte di randa, rolla, sbanda appena, ma a ovest l’orizzonte è una striscia nera, inquieta nell’ombra. Dita adunche, le raffiche graffiano striature sulla calma piatta.
– Diamo su l’olimpico che tra un po’ è groppo, dai! Viene dritto in qua, quel fronte. Chiama Walter che salga, e anche Pièr, per le mani alla randa è meglio essere in tre. Dormiranno dopo. Quella borosa si pianta di continuo … Pompa l’idraulica, siamo appruati –
Sibilo di olio e il paterazzo che stride con la barca che si alza in prua. L’odore del mare è una glassa di alghe e ozono lontano.
– Anche da laggiù, dal largo, arriva qualcosa. Guarda quella roba là, per centottanta –
– Sveglia Paolo, va’! Non mi piace. Fa salire anche l’ingegnere, ce n’è per tutti se incomincia. Forse, entrare a Lavandou sarebbe meglio… –
– Anche l’americano faccio salire? –
– Lascialo dov’è. Zona militare questa, lo sai, no? Ci manca un visore notturno e uno stronzo volonteroso. Lascialo giù, se racca un po’ non muore. Tre giorni che è in cala vele ormai, po’ più, po’ meno… –
Lame ciano fendono d’improvviso il cielo, flashano saette sui profili dolci delle isole. Ricky conta, a mente. Il rombo rotola minaccioso. Dritto in prua ad almeno dieci miglia, sì e no su Port Cros. Laggiù al largo, lontana, l’altra sfulminata che, peggio, sale senza rumore; una ragnatela di scintille silenziosa, veloce, avvolta sul nero dei cumuli.
Dall’osteriggio Paolo strizza gli occhi, assonnato, lo sguardo cattivo. Spunta solo la testa. Gli uomini si aggiustano veloci le cerate, creste bianche danzano in prua. Rinfresca di brutto.
Il ringhio ha toni bassi, biliosi. Ogni volta di notte è così. E pure di giorno.
– Frega un cazzo, chiaro! Passiamo dentro, invece che fuori dalle isole, ma di entrare in porto non se ne parla, tempesta o no. Non facciam puttanate, ora che ci siamo. Dobbiamo essere a Tolone in piena notte e ci saremo. Nella Grande Rade saprete il resto, non prima. Ci controllano a vista, si aspettano di vederci regatare. E noi regatiamo. Ricky, dai dieci gradi alla barra, ci teniamo dentro. Oh, flebo di sveglia e al lavoro! Subito la seconda, poi fiocco e via sottocoperta gli spi. Cazza a ferro anche base randa, dai! Molla ancora di drizza, dai, vai con sta borosa del cazzo! –
Il cannoneggiare di tuoni segue il lampeggio più d’appresso, incalzante, sincronico. Arriva. La barca picchia di mascone. Gian occhieggia torvo l’armatore. Flebo, medici, l’aria spessa dell’ospedale, l’agonia – pezzo di merda – lo guarda ancora, sputa sottovento nell’acqua nera. Suo padre morto da un niente, lui lì in regata, obbligato a non prendere a sberle quella merda. Lo ha promesso al vecchio. Salveranno lo yankee. Gocce di pioggia gli pungono gli occhi.

* * *

Nel bunker sull’isola il fumo aleggia in quinte sospese, appena smosse dai condizionatori, tra schermi, spie pulsanti, cursori, interruttori. Un bip ipnotico rimbalza dalle casse, prima di svanire sulla gomma del pavimento.
– I radar lo danno in avvicinamento da 43°. Regardez! Hanno variato rotta, ora passano tra noi e la costa. Almeno 10° a nord-ovest –
– Logico. Hanno visto i groppi che arrivano, non vogliono rischiare. E poi, quello laggiù al largo sale ruotando a nord-est. Se fanno rotta fuori le isole se lo trovano dritto sul naso, capite? Così lo anticipano e continuano il giochino della regata. Ben fatto, un buon skippeur, e in più non rischiano troppo; sapete cosa sale tra poco, qui fuori, no? –
– L’inferno. Avremo disposizioni quanto prima, il Comando ha già la nuova rotta. E nessuno li ha ancora avvicinati –
– Vorrei proprio sapere quando lo sganciano. Ci siamo, no? Dovranno mollarlo prima di entrare a Tolone, manca poco ormai, la regata è alla fine… –
– Ah bon, se escono dai nostri radar li acciuffano quelli di Giens e poi Toulon. Anche se gli venisse in mente di sbarcarlo con il tender ormai sono fregati con quella sventolata che sta entrando. Ma immagineranno di essere seguiti, controllati a vista? –
– Lo sospettano di sicuro. L’armatore è invischiato, pesantemente, e comunque non hanno tender. Si, son proprio curioso… Se a Sanremo la capitaneria non notava lo zodiac ce la facevano sotto il naso… In partenza è saltato a bordo, nell’ultimo minuto! –
– Il cacciamine li ha marcati fino in Giraglia e ritorno e lì siamo sicuri; non è sceso nessuno quindi è ancora a bordo, al sicuro, su territorio italiano. Ma sbarcherà prima o poi, stanotte. Primo Ministro, Servizi, Stato Maggiore! Putain di americani, chi sarà mai ‘sto tipo… –
* * *
Ci manca. Ci manca solo che insista di mettersi a murata, gambe fuoribordo – Assetto! – ha ringhiato. Assetto un cazzo. Lui ci ha provato in un temporale della madonna, di notte. Stronzo. Gian sputa saliva salata, lo sbircia obliquo. L’armatore ci ha provato. Sono tutti in pozzetto, l’acqua gronda a cascata, picchia su occhi, mani. Lo squadrano storto. Ci si siede lui, nella tempesta di vento e pioggia, di notte, abbracciato alle draglie a fare il pagliaccio. Gian seduto in faccia alla vecchia nera lo è stato già troppo in ospedale, a guardare quei capelli madidi, luminosi. I capelli sacri del suo vecchio che se ne andava. Notti interminabili, zanzare, infermiere, un libro. Poesie di Maunick feroci, dolcissime. Ma glielo ha promesso. L’americano arriverà dove deve.
– Oh, via dall’albero, eh! – ha cambiato tono. C’è un’esitazione o qualcos’altro. Nella voce di Paolo vibra la paura. Li conosce Gian, quei duri lì. Impressionanti, al circolo. Una raffica di saette esplode vicinissima.
– Ma l’albero lo è collegato alla piastra di massa? Se lo è come il Loran… L’hai fatto controllare? –
– Che ne so! Pièr, caccia la catena dell’ancora a bagno e dacci un giro alla base d’albero. Ma veloci! Ingegnere, dagli una mano, dai! È giù in sentina, sotto il pagliolo, ‘sta catena –
Il lampo li blocca in uno stroboflash. Una cannonata in faccia, vicinissima, paurosa. Zittiti, rimangono nel terrore sospeso dei kilovolt aleggianti. È andata. La pioggia aumenta, o sono le raffiche violente a amplificarla. Viaggia orizzontale, da prua, parallela al ponte, un nugolo di frecce fredde, acuminate. Visibilità zero.
– Qui ci arrostiamo il culo… – l’urlo degli scrosci copre la voce del capo .
– Prendiamo ‘sta cazzo di catena, dai. Su, Walter, ingegnere, venite! – Gian spinge deciso il tambuccio.
– Date un po’ un’occhiata all’ospite, se è vivo… –
Le onde sono ravvicinate, verticali, salgono sul ponte da sopravvento, dalla falchetta in acqua di sottovento, in un bailamme di schiume e spruzzi. Il mascone è preso a sberle dalla mano di un dio impazzito.
– Quanto abbiamo Paolo? Sento il timone un po’strano, bisogna ridurre ancora, non la tengo mica più… – c’è un vago panico nella voce di Ricky.
– Se funziona, qui da cinquantacinque nodi di reale. Terza mano e tormentina sullo stralletto, cappa filante subito. Dai, mettiamo prima ‘sta catena, sfulmina troppo, adesso. Ma qualcuno tiene d’occhio la rotta? –
– Paolo, cristo! Non si vede il ponte e ci mettiamo a fare i rilevamenti! Il log non va, il Loran non prende… – un tuono brutale azzittisce il timoniere – comunque, a stima, non siamo ancora sotto l’isola. Dai veloci con ‘sti terzaroli, sale ancora! –
Solo Gian non sente il vento, il fortunale, le frecce gelate negli occhi. Guarda qualche cosa a prua, oltre la pioggia, i frangenti, oltre la paura di disalberare, del fulmine, di morire. Lo ha sentito. Lo sente. Ha sospeso emozioni, paura, giudizi. Lo vede. Con i capelli bianchi, sacri, i tratti ieratici della morte, la figura a prua alza il braccio, indica in una direzione strana, nel buio. … “ i fiori sono false bandiere, mio padre è nel vento…”-
* * *
Sulla scogliera dell’isola il mare tuona soffiando spuma da mille pertugi, geyser luminosi nella luce dei lampi e i pini marittimi avvitano nella tempesta immense chiome, cigolano di tronco.
– C’è qualcosa di anomalo; la barca appare a tratti nei radar poi sparisce, quasi affondasse per poi riemergere ma non c’è così tanta onda. Strano davvero. Venite a vedere…
– Certo, comunque il protocollo di questo intervento non autorizza la perdita del controllo sul soggetto in assoluto, a nessun costo. Immagino sappiate che significa. Non possiamo farci nulla. Non siamo noi a decidere –
– Neanche loro possono far molto, colonnello. Sono in avvicinamento alla cappa, due miglia e mezzo da noi. La tempesta è in fase ascendente. Non bordeggiano neppure, viaggiano lentissimi sulle stesse mura puntando al centro del canale. Non so che intenzioni abbiano, non si capisce, con un bordo a terra sarebbero più ridossati –
– Possiamo immaginarle, le intenzioni. Significa che, a ogni costo, devono essere a Toulon in nottata, ma a questo punto io chiederei autorizzazione per attivare le procedure di emergenza. È facile perdere il controllo in momenti così delicati, farseli sfuggire. Chiamiamo Parigi – il tono è appena incrinato.
* * *
Lo sloop alza frenetico la prua, la sbatte sull’onda con colpi corti, secchi.
– Salvagenti tutti, anche voi due! – Paolo grida rauco, isterico. Il comando si perde nel vento – Gian, che cazzo di gesti fai, oh di, rispondi! Chi c’è a prua? –
– A dritta, è meglio tenersi a dritta. Ricky, viriamo, teniamoci più in terra. Non lo so chi c’è a prua, Paolo, piantala, stai zitto, cristo! Pronti alla vira! – Gian ha urlato violento, gli occhi accesi. Lo guardano straniti.
Abissi dentati di frangenti si protendono a mordere il ponte. Là in mezzo, saldo sul pulpito tra gli spruzzi, la figura continua a puntare un braccio avanti; brandelli gli svolazzano sulle spalle, tesi come bandiere, i capelli alzano ciuffi bianchi scomposti, indistinti dalla schiuma.
– Ma è in cala vele l’americano? Avete controllato? – Walter aguzza inutilmente gli occhi.
– Ricky, cazzo, non son mica scemo! Più morto che vivo, steso sui genoa che racca l’anima –
– E allora quello chi è? Ma si è affiancato qualcuno, uno zodiac? –
– Ricky, timona va, è meglio! Caviamocene fuori… Non bisognava fumare, lo sapevo… – la battuta non arriva a nessuno.
– Problema al timone, ragazzi, non risponde. Prendi la barra di rispetto, magari è solo un frenello… Preparate la zattera! Dov’è Paolo? Dov’è ‘sto stronzo?
– Ma che zattera e zattera, Ricky! È sul pontile dello Yacht Club, a Sanremo. Pesava troppo e la barra di scorta non c’è mai stata… Paolo è sotto, sta male –
Il tuono continuo è un dolore acuto sui timpani; si urla, si intuisce a vista gesticolando nelle flashate blu, tra raffiche d’acqua.
– Non governa più, va dove vuole – la voce di Ricky ha uno tono già neutro, lontano – Giù randa, lascate tormentina. Se va di culo spiaggiamo a Lavandou, se no… Ma quello lì sul pulpito, andate a vedere, dai, Gian, sarà mica uno spettro, cristo! –
* * *
– Signore, urgente, postazione tre in linea– l’ufficiale ha un’ansia strana nella voce.
I passi rimbombano nella penombra. Gli operatori si alzano in sincronia, aprendosi a ventaglio.
– Colonnello, sono spariti, stanno affondando, forse, non si capisce… La riflessione radar è minima, come fosse fuori dall’acqua solo l’albero, per brevi momenti. Ecco… – il graduato si sporge sullo schermo – … ora è tutta visibile! Com’è possibile? –
– Azionate le camere, sono vicini adesso. A quanto li abbiamo? –
– A un miglio e mezzo signore, per otto gradi. I visori termici rilevano attività in pozzetto e sottoponte a prua, ma pioggia e onda danno contorni poco definiti. Ora è ancora sparita! Vedete, lì, il vuoto…e ora c’è di nuovo! –
L’ufficiale socchiude pensieroso gli occhi, guarda gli astanti.
– Seguitemi, voi! Rimanete in allerta, non perdetela –
Poco discosto, il colonnello afferra il braccio dell’ufficiale. Lo stringe.
– Purtroppo il protocollo è davvero poco elastico, capite? –
– Ma colonnello, barca civile, disarmata… non è meglio aspettare, mandare una vedetta, forse… –
– Quelli si apprestano a farci fessi. Anticipiamoli. E poi una barca è una bara perfetta per dei marinai, no? Quando fondo c’è qui davanti? –
– Sui seicento metri. Corrente da est circa un nodo, vento cinquantacinque-sessanta nodi da più direzioni –
– Bene. Non è un gran problema dove toccheranno il fondale, comunque. Una deplorevole soluzione, capisco, ma… Allertate il centro tiro, preparare la batteria uno –
* * *
– Portiamoli su, se affondiamo almeno… – la pioggia spegne l’eco sinistra.
– Ok. Paolo è svenuto. Un salvagente per l’americano, ce n’è uno lì, sotto la seduta… –
Walter schizza fuori dal tambuccio, stravolto.
– Entra acqua, una falla sull’attacco del timone, si vede dov’è. Dai, aiutatemi con ‘sti due, poi cerco di infilare uno straccio… – la rollata adagia la barca, riempie il pozzetto di acqua gelida – restiamo a bordo il più possibile, fino all’ultimo… anulare pronto…
Gian alza gli occhi in quell’inferno. La figura è la, vagamente luminescente, attaccata allo strallo. La mano destra danza una grafia ipnotica, quasi stanca. Non sono gesti familiari. Il profilo invece lo è, con quelle spalle, il collo spesso e i capelli, quei capelli bianchi, scompigliati…” mi racconta l’infanzia dei cicloni… “ Deve, ora deve davvero farlo. Tacciono annichiliti, guardando Gian aggrappato alle draglie di sopravvento scivolare sul ponte inclinato, strisciare lento verso prua.
* * *
– Missili pronti, signore. Aspettano il vostro comando –
Si tormenta nervoso il pizzo, lo sguardo corre dal telefono allo schermo. L’operatore si volta all’improvviso, quasi urlando.
– Spariti definitivamente, signore! Evidentemente affondati. Anche le termocamere hanno perso il segnale –
Il colonnello Vincent respira profondo, guarda gli ufficiali.
– Bene. Meglio così. Due vedette in mare, cerchiamo i superstiti. Se ce ne sono-
* * *
La nottata si è rimessa al bello, una dolce brezza da est gonfia randa e spi. La Petite Passe è dietro di loro, in una pace di chiazze argentate che neppure lascia sospettare quell’inferno di notte. Le isole sono profili nei cieli purpurei dell’aurora.
– Dai, cazzo, con ‘sta pompa! Aggottate anche a proravia dell’albero. Pulite un po’tutta ‘sta schifezza la sotto. Walter, come va con ‘sta boccola? L’hai guardati i frenelli? Non si riparano da soli, non dir fesserie…Dai, facciamo assetto, su! Ricky punta in terra, che nella Rade la termica gira e ci da buono, preparate l’asimmetrico… –
– Oh, ti sei ripreso? E fa piacere! – Pièr alza gli occhi sopra la tazza fumante – ma dicci un po’, Paolo, se puoi, eh!, giusto un dettaglio: questo minchia di americano che non ha detto una parola, una sola, dico, in tre giorni, dove e quando ce lo leviamo dai coglioni? Tra un’ora neanche siamo sull’arrivo –
– Ragazzi, vi devo parlare – qualcosa allerta gli uomini, si fanno vicini. Paolo indietreggia un poco – non è americano. È italiano. Un sanremasco. No, non v’incazzate… –
Lo spettacolo delle bocche aperte dura poco, gli sguardi cambiano registro, scuriscono. Rincula ancora sul ponte. È Ricky a esplodere.
– Ma ci prendi per il culo o cosa? Cioè, tutto ‘sto casino per niente! Rischiamo la pelle per farti giocare al passeur? Se entravamo a Lavandou passava la buriana, perdevamo un paio d’ore che tanto siamo ultimi e niente era. Invece qui, eroici noi, eh!… E l’americano vero, se non è una balla anche questa? –
– Dovevamo restare in regata, non ci avrebbero creduto, altrimenti. Lui è passato in macchina. Sanremo, Ventimiglia, Francia, cazzo vuoi che ti controlli… Sarà già in Uruguay ora, ma aveva bisogno di un po’ di respiro per muoversi –
A est la macchia cremisi si allarga lenta, illuminandosi, passando a sfumature smeraldo. Ricky timona sdraiato, guarda le stelle pallide; la caduta dello spi è bella gonfia, con appena un po’ di orecchio.
– Stralla un pelo di braccio, poco… dai Walter! Oh, non ti addormenti mica! Iniziano le boe, stiamo in campana. Tieni ancora del caffè. Comunque – Pièr abbassa la voce – qualcosa che non quadra c’è. Che ne dici? Tutto normale, per te? – – Normale un cazzo! Accendimi una Gauloise, va’! Ne riparliamo. Neanche per lui è tutto normale… – Ricky ammicca verso la cerata rannicchiata a piede d’albero.
Gian, il mento appoggiato ai pugni, guarda il pulpito di prua deformato dalle lacrime. Immensamente vuoto ora, il pulpito, senza quell’alone luminoso, consolante della figura evanescente svanita, sparita con la tempesta. La Petite Passe è alle spalle, Tolone lì davanti, la regata finita.
* * *
– Imbecilli! Branco di imbecilli incapaci! Tutti a rapporto! – – Ma colonnello, non… anche voi eravate qui… è impossibile, lo sapete, lo sapete… C’est impossible!-

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