Trieste. La resa dei conti, di Marina Torossi Tevini

di Chiara Mattioni

Ci sono almeno tre modi di raccontare la Storia. Il primo è quello ufficiale, quello dei libri di studio che, ricostruito a posteriori, se pure rigoroso, perde l’anima degli avvenimenti. Il secondo, preziosissimo e insostituibile, è quello della testimonianza diretta, che aggiunge dettagli ricchi e tumultuosi e tuttavia ha sempre un’angolazione in qualche misura soggettiva.

Il terzo, sono le parole di chi, per legame acquisito o di sangue, è stato gomito a gomito con i protagonisti dei grandi eventi storici, molto spesso donne: madri, mogli, sorelle, figlie. Sovrapponendoli e incrociandoli probabilmente ci si può avvicinare alla realtà dei fatti. L’ultimo libro di Marina Torossi Tevini, Trieste. La resa dei conti (Campanotto, 2019), ha anzitutto questo grande pregio. Tecnicamente è un romanzo, per altro di lettura filata e godibilissima nonostante le 450 pagine, ma non è solo questo. E’ una ricostruzione storica basata sulla trasmissione di memoria. Qualcuno potrebbe dire parziale in quanto individuale, ma che aggiunge un tassello di verità importante. L’occasione è la lettura da parte dell’autrice degli appunti lasciati dal padre sulla sua militanza nel Corpo Volontari della Libertà, da cui scaturisce la riscrittura in forma romanzata delle due Resistenze, o meglio delle due anime della Resistenza partigiana a Trieste. Senza girarci intorno, senza filtri ideologici. Cosa che un romanzo, a differenza di un saggio, permette di fare. Tenendo conto che le parole femminili, per via di un rapporto emozionale diverso con i fatti, possono dare un apporto complementare di approfondimento, dal momento che la Storia ha una parte sommersa di cui poco si sa. Il periodo storico è quello difficilissimo di passaggio tra la caduta del governo Mussolini e l’immediato dopoguerra, tra il 1943 e 1945. Lo scenario è Trieste, in quel lasso temporale ferocemente contesa. La Storia è quella della cosiddetta “questione giuliana”, che ha segnato la storia d’Italia e delle genti che vivevano nelle terre del confine orientale. L’Italia sconfitta subisce il diktat degli alleati su Istria e Dalmazia che diventano merce di scambio nella più generale risistemazione delle zone di influenza tra i due blocchi. La Jugoslavia di Tito ottiene praticamente tutto, con il controllo della zona B cioè di tutto il territorio a est di Trieste che diventa presto una vera e propria annessione. Quello che non sempre si dice è che i 40 giorni di occupazione jugoslava (essendo la Jugoslavia alleata degli angloamericani e cobelligerante del regno d’Italia) sono stati di gran lunga peggiori per Trieste degli anni dell’occupazione nazista per tutte le efferatezze perpetrate dai titini. Ma il confine orientale non è solo storia di guerra e di trattati, è storia di persone e di vicende dolorose che non si cancellano. Questo scopre Alessandro, il protagonista del romanzo e, azzardiamo, alter ego dell’autrice. Tornato a Trieste da Roma, dove risiede, in occasione della morte della madre per sgomberare la casa, trova una manoscritto in cui riconosce immediatamente la calligrafia del padre Gianni. Per inciso, quasi quello che accade all’autrice, a dimostrazione che gli escamotages letterari non si discostano troppo dalla realtà. Quei fogli ingialliti che riportano il titolo “Nebbia sulla dolina” sono le memorie di Gianni degli anni di militanza partigiana sul Carso. A mano a mano che si inoltra nella lettura, al nostro protagonista si apre un mondo. L’attivismo e la fede di Sabbiolino, dello zio Pino, del popolo del Carso che vuole “riavere la propria nazionalità e la propria lingua” e persino del maggiore John che “doveva tenere in contatto i partigiani filo slavi con i comandi angloamericani”, lo catapultano negli ardori nazionalistici di quegli anni e dall’altra parte lo fanno rivalutare un padre vissuto nell’adolescenza come duro, anaffettivo e quasi violento: ”in fondo il padre che gli sbraitava sul viso che la guerra è l’igiene del mondo, che nessuna generazione si può sottrarre, non era stato poi così guerrafondaio. Anzi aveva con pietà e intelligenza preso atto delle atrocità e degli assurdi che la guerra comportava, massacri di civili, bombe che cadono dappertutto, fratelli contro fratelli”. Scopre un padre “ simile a lui”, un uomo tutto sommato pacifico ma trascinato dagli eventi. Un fraintendimento che ha portato Alessandro, a sua volta vittima dei fallaci ideali del ’68 – pace e benessere per tutti sfociati assurdamente negli anni di piombo – ad essere per contrappasso eccessivamente tenero e cedevole con il figlio Luca, la terza generazione rappresentata in questa storia familiare lunga quasi ottant’anni. Luca, con il suo amore per la natura, con la sua propensione per i temi sociali, pur essendo anche lui un idealista pericolosamente fragile, è forse l’unico che può nutrire ancora una speranza. Con un grosso punto di domanda, perché si trova in una società che ha perso contatto con la naturalità e senza il margine che conferisce senso e moralità alle cose.
Trieste la resa dei conti è di fatto un romanzo complesso, scritto su più registri, con una partitura ben organizzata che rende scorrevole la lettura. L’abilità dell’autrice sta proprio in questo, nell’armonizzare il racconto di tragici eventi storici con l’incomunicabilità generazionale e il senso di sgomento dell’uomo di fronte al fallimento degli ideali (“una primavera di entusiastiche idee che si era conclusa con la consapevolezza dell’inutilità di quei sogni”), tratteggiando la deriva di un secolo, il Novecento, che ha portato con sé un pauroso carico di sangue e lacrime ma anche il senso sempre più indomabile della libertà che, a sua volta, sta producendo mostri. E non offre soluzioni ma ci invita a un senso di responsabilità, e a renderci garanti per le generazioni future.

Un pensiero su “Trieste. La resa dei conti, di Marina Torossi Tevini

  1. Grazie, molto interessante, lo leggerò volentieri. Ricordo il sempre fondamentale libro di Claudio Magris e Angelo Ara, Trieste, un’identità di frontiera, Einaudi 1982/87.

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