EMILY BRONTË, il potere dell’immaginazione

a cura di Barbara Pesaresi

da Emily Brontë – Poesie
ed. Einaudi
a cura di Ginevra Bompiani

Sono felice quanto più lontana
sospingo la mia anima dalla casa di argilla
nella notte spazzata dal vento e dalla luna,
e per mondi di luce l’occhio vagabonda –

Quand’io non sono e nessuno accanto –
né terra né mare né cieli puliti –
ma solo spirito che erra nell’aperto
e percorre l’immenso, l’infinito.

Verrò quando sarai più triste,
steso nell’ombra che sale la tua stanza;
quando il giorno demente ha perso il suo tripudio,
e il sorriso di gioia è ormai bandito
dalla malinconia pungente della notte.

Verrò quando la verità del cuore
dominerà intera, non obliqua,
e il mio influsso su di te stendendosi,
farà acuta la pena, freddo il piacere,
e la tua anima porterà lontano.

Ascolta, è proprio l’ora,
l’ora tremenda per te:
non senti rullarti nell’anima
uno scroscio di strane emozioni,
messaggere di un comando più austero,
araldi di me?

A.A.A.

Non dormire, non sognare;
questo giorno smagliante non è eterno;
la tua felicità avrà per prezzo
anni scuri di lacrime e di affanno.

Assai più dolce di un calmo piacere,
più pura, più elevata, oltre ogni misura,
ma ahimé quella che prima si tramuta
in pianto senza fine, né speranza.

Io ti amo, ragazzo; perché le tue fattezze
divinamente splendono, tutte piene di Dio.
Mio caro appassionato, benedetto fanciullo,
le battaglie del mondo sono indegne di te,
così vicino al cielo ora ma destinato
a raggiunger l’inferno nel cuore e nel tormento.

Cosa trasformerà la fronte di quest’angelo
offuscando il suo spirito di fuoco?
Leggi inflessibili che non danno accesso
alla virtù e alla gioia qui da noi.

E tu perdonami, se, quando la paura
di soffrire intorbida il tuo giovane capo
e dalla colpa e lo strazio portata alla deriva
la tua barca errabonda naufraga e si perde

anch’io mi staccherò, anch’io ti verrò meno,
e scioglierò dal tuo il mio cammino.
Così la mente umana si trasforma
sempre ugualmente al peccato e al dolore,
ma sempre gli occhi fissano lontano,
adoranti la stella remota del bene.

Amore e amicizia

Amore è come una rosacanina,
Amicizia è un agrifoglio –
È bruno l’agrifoglio quando la rosa è in boccio
ma chi dei due verdeggerà più a lungo?

La rosa selvaggia è dolce in primavera,
i suoi fiori profumano l’estate,
ma aspetta che l’inverno ricompaia
e chi loderà la bellezza del rovo?

Sdegna la fatua corona di rose
e vestiti di lucido agrifoglio,
perché Dicembre che sfiora la tua fronte
ti lasci ancora una verde ghirlanda.

All’immaginazione

Se stanca della lunga fatica del giorno,
e dell’avvicendarsi terreno delle pene,
e smarrita e pronta a disperare,
la tua voce gentile mi richiama –
o mia leale amica, non sarò sola
finché mi parlerai con questo tono!

Il mondo esterno è così desolato,
quello interiore mi è due volte caro;
il tuo mondo che odio inganno e dubbio
e il gelido sospetto non conosce;
dove io tu e libertà
siamo i sovrani senza discussione.

Che importa se tutt’intorno
dimorano il pericolo la tenebra e il dolore,
se nel recinto del nostro cuore
risplende un cielo immacolato,
tiepido dell’intrico di diecimila raggi
di soli senza inverno?

La Ragione a buon diritto si lamenta
per la triste realtà della Natura,
e dice al cuore affranto che i suoi sogni
sempre saranno vani;
e la Verità può calpestare i fiori
appena nati dalla Fantasia.

Ma tu sei sempre qui a richiamare
le ondeggianti visioni, e nuove glorie
a spirare sull’appassita primavera
e una vita più bella a evocar dalla morte,
bisbigliando con voce divina
di mondi veri che hanno il tuo splendore.

Io non credo alla tua larva di eliso,
ma nell’ora placata della sera
sempre ti sono grata, potere benigno,
e ti do il benvenuto,
consolatrice delle pene umane
speranza più lucente quando speranza dispera.

Dalla Introduzione di Ginevra Bompiani:
Emily Brontë non credeva al dialogo. Il suo amore fu per la Natura, Dio e gli animali. Per loro spiega la sua parola poetica, – segreta, cantante, univoca. La sua poesia è privata. Difficile a chi legge ritrovarvi se stesso o la propria esperienza; più segreta di un canto mistico che coinvolge ogni esperienza mistica, di una confessione che condivide tutte le colpe, non è stata scritta per nessuno. Quando Charlotte, nel’45, scopre per caso in un cassetto le sue poesie, le ci vogliono molti giorni per riconciliarla con la sua scoperta, ed è un vero lavoro persuaderla a una pubblicazione. Fino alla morte Emily insiste furiosamente per l’anonimato, perfino dentro casa. A quell’epoca tuttavia aveva già mutato atteggiamento: considerava il suo lavoro come «opera». Ma proprio perché era «opera» lei doveva sparirvi. Fu probabilmente lei a distruggere tutti i manoscritti che non potessero considerarsi con interesse oggettivo e riconducessero alla sua persona per via mediata. Ma è sicuro che il romanzo e le poesie riconducono a lei molto più direttamente, proprio per la loro qualità di «opera», compiuta e perfetta, assoluta personificazione della sua essenza più intima, e insieme oggetto totalmente distaccato.
Cercare l’autobiografia nelle sue poesie o nel romanzo sarebbe come cercare il ritratto o l’immagine di una persona sulla persona stessa”.

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