Frammenti di Cinema # 23

“J’accuse!” Anche i nostri tempi avrebbero bisogno di un Emile Zola, che nel 1898 denunciò l’ingiustizia subita dal capitano Alfred Dreyfus. Questo avvenimento ha conservato intatta la sua capacità didascalica se Roman Polanski lo riprende ne L’ufficiale e la spia (2019) per difendersi sotto traccia dalle accuse che lo hanno condannato da anni a non lasciare il territorio generoso della Francia. Nel 1969 a Zola fece ecco “Io so!” di Pier Paolo Pasolini sul Corriere della Sera, esplicito atto di accusa del (mal)governo democristiano. Nel suo cinema il tema politico non fu mai così esplicito e diretto: politici lo furono tutti i suoi film, o nessuno in modo attuale. Tra questi uno in particolare possiede, a rivederlo, un’inquietante carica profetica. Porcile (1969), infatti, (pre)annuncia il cannibalismo al quale l’ultima rivoluzione tecnologica ci ha ridotto. Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), invece, quale apologo sulla pornografia del potere è meno attuale in quanto più universale.


E’ strano. Uno dei film più politici del cinema italiano lo ha girato il nostro regista in assoluto meno (in apparenza) impegnato. Prova d’orchestra (1975) di Federico Fellini è la narrazione della crisi del nostro sistema politico. Ma non vi troviamo alcun giudizio, né alcuna soluzione. Si tratta di una descrizione dell’anatomia e dell’evoluzione patologica di un “sistema umano”. All’opposto, Elio Petri con Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970) punta il dito politicamente nel mezzo degli “anni di piombo”. Dopo di lui, Daniele Luchetti con Il portaborse (1991), prima, e Nanni Moretti con Il caimano (2006), successivamente (nell’altro film era stato attore protagonista), arrivano ad anticipare la cronaca giudiziaria con il partito socialista e con Silvio Berlusconi. Alla prima del film di Luchetti, l’allora vice-segretario del Psi Giulio Di Donato ne uscì sconvolto e intimorito. Passando dalla politica alla crime-story, memorabile, anche se ancora sottovalutato, resta Il camorrista (1986) di Giuseppe Tornatore che si permise di raccontare la “biografia” della Camorra. Quando uscì, quasi non se ne accorse nessuno, non sfuggì, invece, alla censura giudiziaria (allora in qualche modo ancora funzionava) che sequestrò la pellicola, che poi fu redistribuita mesi dopo.


Il migliore cinema politico, tuttavia, lo hanno fatto gli americani, sia perché sono bravi, sia perché devono confrontarsi con la storia della principale potenza mondiale. Non basta un frammento per raccontarlo. Possiamo, però, suggerire il più politico dei registi americani. Oliver Stone ha usato il cinema come un costante strumento di “J’accuse!”, benché con alterni risultati di qualità estetica. Forse, il suo film più duro è Snowden (2016), che narra la storia dell’esperto informatico della C.I.A., Edward Snoweden, condannato nel 2013 per spionaggio. Dopo averlo visto le nostre certezze sulla democrazia occidentale crollano per sempre.
Si può conciliare arte e politica? Questo è un vero dilemma. Riuscirci significa realizzare un piccolo capolavoro. C’è riuscito, per esempio, Marco Bellocchio con Buongiorno notte (2003), suggerendoci che la “notte della repubblica” sarà rischiarata solo quando libereremo Aldo Moro dal “caso Moro”. C’è riuscito Gianni Amelio, con più di un film, rinnovando la tradizione del nostro neo-realismo, ed infine con Hammamet (2020), (ri)consegnando il “latitante” Bettino Craxi alla storia d’Italia e al racconto senza fine della solitudine umana.

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