Rocco Morandi, “L’Appennino piemontese”

Rocco Morandi, L’Appennino piemontese – Percorsi, paesaggi, natura e storia del tratto piemontese dell’Appennino (Tarka Edizioni, collana “Appenninica”)

Contributo introduttivo di Marco Grassano: “Su per balze e in anfratti” dell’Appennino alessandrino

Su per balze e in anfratti d’una solitudine dura
su valli deserte ormai
se non per l’attraversamento orizzontale e infinito
di farfalle…

(Attilio Bertolucci)

L’Appennino è forse, almeno col sereno, la parte più bella della Provincia di Alessandria; senz’altro è la più incontaminata, la più ricca di biodiversità. Per questo ci siamo permessi di denominare questa porzione di territorio “Appennino piemontese”, così come esiste l’Appennino emiliano di Bertolucci. Siamo tuttavia ben consapevoli di quanto la sua cultura e la sua Storia la leghino alla Liguria. Di ceppo ligure sono i dialetti che si parlano in Alta Val Curone, in Val Borbera e così fino all’Ovadese. “Ligure” è aggettivo che contraddistingue la toponomastica di molte località (Cantalupo Ligure, Cabella Ligure, Carrega Ligure…). Liguri erano le popolazioni residenti prima della colonizzazione romana.

Ecco cosa annota lo storico ellenistico Diodoro Siculo, verso il 40 a.C.:

“I Liguri occupano una regione aspra e del tutto sterile, e vivono una vita gravosa e sfortunata per via delle fatiche e dei continui disagi che sopportano nella loro attività. Infatti, essendo la regione molto boscosa, alcuni di loro tagliano alberi tutto il giorno, armati di asce efficaci e pesanti, altri, che lavorano la terra, ne cavano soprattutto pietre, a causa della sua eccessiva asprezza. Infatti con i loro attrezzi non sollevano una zolla di terra senza una pietra. Poiché incontrano tale disagio nei loro lavori, è con la perseveranza che prevalgono sulla natura, e pur penando molto ricavano scarsi raccolti, e a stento. Per la continua attività fisica e l’insufficienza del nutrimento, fisicamente sono magri e vigorosi. A collaborare con loro in queste disagiate attività, hanno le donne, che sono abituate a lavorare alla pari degli uomini. Fanno di continuo battute di caccia, in cui sopraffanno molti animali selvaggi, compensando la scarsità dei frutti del suolo. Perciò, vivendo su montagne coperte di neve, abituati come sono ad attraversare luoghi incredibilmente aspri, nel fisico diventano vigorosi e muscolosi. Alcuni, per la scarsità dei prodotti del suolo che c’è presso di loro, bevono acqua, e mangiano la carne di animali sia domestici che selvatici, e si riempiono degli ortaggi del paese, perché il loro paese non fu raggiunto dagli dèi più benevoli, Demetra e Dioniso. Passano le notti nei campi, raramente in certe modeste baracche o capanne, il più delle volte nelle cavità della roccia e in grotte naturali che possono offrire loro sufficiente riparo. In conformità con queste abitudini fanno anche altre cose, conservando un modo di vita primitivo e rude. In generale, in queste contrade le donne hanno il vigore e la gagliardia degli uomini, e gli uomini quello degli animali selvaggi.”

(Biblioteca storica, a cura di Giuseppe Cordiano e Marta Zorat, Rizzoli BUR, 2014, Libro V, cap. 39).

I Liguri si scontrarono (e in parte si fusero) con i Galli, dando vita a una popolazione celto-ligure. Furono coinvolti (fornendo truppe sia ad Annibale che a Roma) nelle Guerre puniche. All’epoca, molti erano, fra essi, i mulattieri, attivi nel trasporto delle merci tra i due versanti appenninici. La loro alimentazione si basava prevalentemente sulla castagna, come del resto succedeva ancora in anni recenti. I castagneti fornivano anche legname da costruzione, e foglie per la lettiera degli animali. Al di sopra dei castagneti, sorgevano gli alpeggi per il bestiame, con le stalle e le baite per la preparazione del formaggio di ovini e caprini (eccellente è, ancora oggi, il Montebore).

I Liguri dell’interno, grazie alla congenialità del terreno, furono gli ultimi a essere assoggettati, sotto Augusto. L’imperatore organizzò quindi il territorio della Regio Augustea IX, il cui centro principale era Dertona (l’attuale Tortona), ma che comprendeva anche Acqui Terme (Aquae Statiellae, così chiamata perché città termale sita nel territorio dei Liguri Stazielli). La via Postumia arrivava fino a Libarna (Serravalle Scrivia) e a Tortona, col prolungamento della via Iulia Augusta fino ad Acqui, da dove la via Aemilia Scauri scendeva a Carcare e a Vado.

Oltre a queste direttrici maggiori, ufficialmente riconosciute, scendevano a ventaglio dall’Appennino le cosiddette vie del sale, il cui tracciato seguiva le creste e veniva di norma preferito ai percorsi di fondovalle, meno sicuri e spesso inagibili a causa dei corsi d’acqua esondati. Con la crisi dell’impero, la regione venne invasa, in successione, sia dai Longobardi che dai Franchi, malgrado fosse stato attivato, a salvaguardia del territorio, un sistema di segnalazioni ottiche, da torre a torre, che collegava i vari oppida (le cui tracce sono ancora presenti, com’è il caso del “Castello” di Dernice o di quello di Carrega Ligure).

Nel 950, il re Berengario I d’Ivrea la divise nelle tre marche Arduinica, Aleramica (Alto Monferrato, Acqui e Vado) e Obertenga (Genova, Tortona e Piacenza). Questo nuovo assetto amministrativo-militare consentì alla maggior parte del traffico commerciale tra la Pianura padana e Genova di transitare liberamente lungo le vie cabanere.

Dopo il Mille, sotto l’imperatore Ottone I, si affermarono, anche qui, le Signorie. A partire da quel momento, vennero edificati alcuni tra i più bei castelli dell’Appennino: Casaleggio Boiro, Lerma, Mornese, Tagliolo Monferrato, Borgo Adorno.

Il dominio genovese si estendeva fino a Ovada, confinando con quello dei Signori del Monferrato. Genova si assicurò il passaggio sulla vecchia via Postumia, il valico dei Giovi e Voltaggio, e acquistò dai Signori di Gavi la rocca del Passo della Bocchetta. Nel XV secolo, Garbagna, la Val Curone e una parte della Val Borbera erano feudo dei Fieschi. Il resto della Val Borbera faceva parte del feudo degli Spinola. Novi, Serravalle Scrivia e Gavi erano possedimento genovese. Carrosio, Silvano d’Orba, Ovada, Ponzone, Spigno e Acqui appartenevano invece ai Malaspina.

I boschi appenninici fornivano carbone (la carbuneina è stata, fino alla metà del secolo scorso, una delle caratteristiche della vita rurale sulle nostre montagne), ma anche legname: sia per alimentare le fornaci dove si lavorava il ferro proveniente dall’Isola d’Elba, sia per i cantieri navali liguri (rovere e pino per gli scafi, faggio per i remi). Ne conseguì il disboscamento di molte parti del territorio, impatto non del tutto rimediato nei periodi successivi.

Nel 1557, tra i galeotti buonavoglia (cioè rematori di mestiere, stipendiati) di Genova, tre risultavano essere di Novi, tre di Gavi, due di Voltaggio, due di Ovada e uno di Parodi Ligure.

Posteriormente al 1575, col nuovo stato genovese succeduto al governo di Andrea Doria, Novi divenne Podesteria Maggiore e Gavi, Ovada e Voltaggio Podesteria Minore. Durante la guerra del 1617, le truppe franco-piemontesi occuparono Acqui e Novi, arrivarono a Ovada e conquistarono, temporaneamente, Gavi e Voltaggio.

Alla fine del ’700, un gruppo di giacobini piemontesi tentò invano di suscitare una ribellione nello Stato sabaudo. Fuggendo sull’Appennino, i rivoltosi si asserragliarono a Carrosio – borgo piemontese in territorio genovese – con l’ausilio della guarnigione ligure insediata nel Forte della vicina Gavi. Dopo la Battaglia di Marengo, l’intero territorio fu ricompreso nella Repubblica Cisalpina, poi divenne parte del Regno d’Italia e infine fu annesso all’Impero francese. Caduto Napoleone, il Congresso di Vienna, per volontà espressa del Metternich, assegnò tutta l’ex Repubblica di Genova, territori transappeninici compresi, ai Savoia; l’annessione avvenne a far data dal 7 gennaio 1815.

Con lo Stato unitario, e l’organizzazione in dipartimenti, i territori che ci interessano divennero parte della Provincia di Alessandria.

Guardando all’oggi, nulla di significativo sembra cambiato, in oltre due millenni, rispetto alle annotazioni di Diodoro Siculo. I boschi crescono fitti, e sono pieni di animali d’ogni tipo, ma il terreno non concede molto più di un frumento sofferto, erba medica e qualche patata. Un mio tentativo di seminare fave e piselli – proteine vegetali – ha reso solo pochi tegumenti contorti e semivuoti. Si potrebbero tuttavia sperimentare, per il futuro, “altre agricolture”: piante aromatiche (lavanda, timo…) e frutti di bosco. In ogni riva di sentiero, o campo abbandonato, si trovano rovi da more – Rubus ulmifolius – rigogliosi e carichi di frutti. Una prateria di mirtilli – Vaccinium myrtillus e V. gaultherioides – tende a svilupparsi spontanea sui prati di vetta del monte Giarolo, non più adibiti a pascolo, come fase preparatoria al ritorno del bosco di faggio.

Gli inverni sono ancora duri, anche nei borghi che in estate si presentano come “perle” turistiche. “La luce del giorno è un barlume da cantina”; “la neve cade così fitta da diventare nera”, scrive efficacemente Jean Giono. E Paolo Rumiz ha raccolto, a Masone, questa massima: “Solo chi conosce la pioggia capisce il valore del sole”. Si comprende, allora, perché l’Appennino piemontese è, da sempre, terra di emigrazione: in Argentina, Stati Uniti, Canada o, più semplicemente, verso i centri abitati della Pianura padana e della Riviera ligure. Da molti villaggi si scendeva, ogni anno, a fare la campagna del riso, nel Vercellese o in Lomellina. Il Comune di Carrega contava, nel 1861, 3292 residenti censiti, ridotti all’attuale centinaio, con intere frazioni abbandonate. Eppure, a volte accadeva qualcosa di sorprendente: famiglie provenienti dalla Svizzera italiana, in transito per imbarcarsi a Genova, trovavano nell’aria o nel paesaggio qualcosa che le induceva a fermarsi. È il caso, nel tardo Ottocento, dei Guggiari, stabilitisi prima a Mongiardino Ligure e poi in frazione Riarasso di Gremiasco.

Perché mai, dunque, visitare l’Appennino piemontese, o viverci? Certo, perché l’ambiente e l’aria non sono, qui, contaminati quanto in pianura, e per la ricchezza di biodiversità, come dicevo all’inizio. Ma anche perché, soprattutto sui versanti esposti a meridione, si può godere di una luce spesso unica. A primavera, ci si ritrova avvolti dall’infinita declinazione dei verdi. Nel corso dell’anno, vi si fruisce il lento, sfarzoso trascolorare delle stagioni sul paesaggio, o il tramonto che rende le pendici delle montagne un solenne velluto viola. E dalla vetta di alcuni dei nostri monti (l’Ebro, il Chiappo, il Giarolo…) nei giorni limpidi si scorge il mare, come annotava, nel Settecento, il cartografo sabaudo Ing. Bergonio.

In noi dell’Entroterra, per quanto poco propensi alla “bieca balneazione”, la vista del mare produce un’emozione simile a quella che travolge i soldati di Senofonte quando arrivano sulla cima del monte Thékes: “A mano a mano che i sopraggiunti, ansimando per la corsa, si uniscono a quelli che sono già in cima e gridano, lo strepito aumenta per l’aumentare del numero delle persone. (…) Non hanno compiuto molte falcate, che sentono i soldati gridare: ‘Il mare! Il mare!’, e li vedono fare ampi gesti di richiamo. (…) Tutti, anche gli animali, sono sulla cima, in vista del mare: ciascuno getta le braccia al collo del vicino, senza distinzioni di grado, mentre dagli occhi di tutti scendono lacrime di gioia irrefrenabili.” (Anabasi, Libro IV, Cap. VII).

Analogo stato d’animo me lo ha descritto l’amico Mauro Cattaneo. Un giorno, giunto, in Vespa, sopra uno dei nostri valichi, ha notato all’improvviso, all’orizzonte, una lineetta che pareva sospesa a mezz’aria. Guardando con più attenzione, ha capito che si trattava di una nave. Auguro a tutti i lettori di sperimentare, sull’Appennino, sensazioni del genere.

Rocco Morandi, L’Appennino piemontese – Percorsi, paesaggi, natura e storia del tratto piemontese dell’Appennino (Tarka Edizioni, collana “Appenninica”)

Formato 14×21 cm – brossura con alette
Illustrato a colori
pagine 308 prezzo 18,50 €
ISBN 978-88-99898-97-7

Gli itinerari proposti in questo libro si sviluppano sul versante piemontese dell’Appennino ligure e raggiungono le cime principali poste sul confine tra Piemonte e Liguria.

56 escursioni, 50 montagne, circa 600 chilometri a piedi
tra le valli Curone, Grue, Borbera, Spinti, Scrivia,
Lemme, Gorzente, Piota, Orba, Erro e Bormida di Spigno.

Undici vallate appenniniche dai paesaggi indimenticabili, ignorati dal turismo di massa, abbandonati a cavallo tra mare e pianura, con la cerchia delle Alpi a fare da sfondo.

I percorsi proposti hanno un’impostazione classica, quasi alpinistica, a dispetto della quota modesta e delle difficoltà meramente escursionistiche: si parte da un paese di fondovalle, si arriva in punta a una montagna. Infatti, non è solo la quota a fare una montagna. Conta molto anche l’aspetto e questa porzione di Appennino lo dimostra pienamente. Il lungo e verdeggiante crinale che divide le valli Curone e Borbera, non supera i 1700 metri, eppure, dalla piana alessandrina, nelle giornate limpide, appare a est come una catena lunghissima, imbiancata fino a primavera.

Per rappresentare i sentieri è stata utilizzata come cartografia di base la Carta Tecnica Regionale della Regione Piemonte.

appenninica

Una nuova collana – e insieme un progetto ambizioso non solo editoriale – per raccontare l’Appennino, colonna vertebrale d’Italia e incredibile fucina di culture, tradizioni, storie, ma ancora poco presente nei cataloghi e nelle librerie italiane. La propone Tarka, casa editrice toscana con sede in Lunigiana, a Mulazzo (Pontremoli), che da anni sta battendo la strada della qualità e dell’innovazione per reagire alla crisi del mercato. L’ultima sfida è appunto questa collana, la cui cura è affidata a due scrittori quali Paolo Ciampi e Marino Magliani, particolarmente attenti alla narrazione dei luoghi. I primi due titoli della collana sono due romanzi: L’ultimo dei Santi, di Marisa Salabelle, e Incendio nel bosco, di Marco Candida.

“Un progetto – spiegano i curatori Ciampi e Magliani – che intende coltivare diverse ambizioni. Daremo voce a tutto ciò che è e può rappresentare, anche per il futuro, l’Appennino, malgrado nel nostro immaginario le montagne italiane siano piuttosto le Alpi. Guarderemo alla buona qualità di scrittura, puntando a storie che meritano di essere raccontate, col romanzo ma anche col reportage, passando per i vari generi. Cercheremo autori contemporanei di valore, ma tenteremo anche di riproporre titoli fuori catalogo e autori che vale la pena recuperare. E infine, speriamo di far leva sulla collana anche per creare una presenza e un punto di riferimento per tutti coloro che, con le loro attività, stanno provando a rilanciare i luoghi appenninici”.

 

 

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