CHIANCANCAGNA, di Giorgio Stella





                Allla memoria di Giacomo Bergamini che avrebbe detto: ‘sì bello forse troppo alla Gramigna [Giuliano] ma beviamoci sopra’.


                                                  

I


L’albero di Giuda è Cosacco, batte la bandiera dell’amore –
Il cerchio si apre e si richiude fino alla conca dell’alveare
poi con la traccia tra le taniche smarrite
nelle maschere del primo dell’anno o a carnevale
il vicolo cieco transita la muta della eco sorda a campana.
L’arsenale vanta questo tipo di nero di seppia, nella betoniera.




II


Casca blu l’arsura del colore nero al banco del pegno del bianco –
la mossa dell’arma mortuaria disarma la morte armata
dalla freccia tricolore in calore –
la corda é ancora appesa, Marina e Sergej ci giocano a palla
con il fiore della vita sbocciato nella foglia rapinata dalla pescheria  –
contagiata a lutto é la sottana passata per veste
da sposa come se fosse stata appesa alle croci dette sopra.


III


Mentre é meridiana la fontana all’orizzonte
Del prima del dove nel fare il pieno del
Gas per la bocca d’oro incenso e mirra
Troncata misura tra la distanza e la lunghezza
Posa l’ombra del faro sull’arco del giro di giglio
Quanto possa quando basta quel che avanza muore
E se si gira al poligono lo spirito é dell’anima non
Della serratura a sonagli della saldata cancellata
Nota a chi non ha più bisogno di chiuderla o aprirla.


IV

Notte di scolo orgia di reame antico ecco é adesso
L’armatura nell’elmo col pugnale nel grembo in
Fiore di latta perché il latte si beve con la canna –
questi lidi piatti di seni da vetro-ebreo [la colonna bilocale]
muovono lente le terre a misura d’uomo
nel tempo delle piogge/sole: la stagione del tempo
é quando tutto é diviso poiché non c’è addizione.


V


Sul quadro netto di angelo retto ai rami dei becchi
Alveari nella stretta dei cerchi l’inchino
Duro al tronco del torace
Muove il cuore alla fine del sangue:
le mutandine macchiate di porpora
stese al body sostenuto dal vento.
Il muro che casca é la torre del castello.
Passa chiaro, passa scuro. Passa l’inaudita giacenza.
Gli occhi sono gli ultimi a morire,
vedono l’inizio e poi la fine del bruciato
miracolo nell’infanzia a viceversa sbocciata nella muta
se resta la paura e poi ritorna taroccata.

[ROMA 11 febbraio 2020, notte.*]

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