Frammenti di Cinema # 24

Se Kobe Bryant avesse avuto venti anni negli anni ’60 è molto probabile che non sarebbe diventato un campione di basket. La segregazione razziale infatti riguardava anche lo sport. E le squadre di pallacanestro erano composte solo da bianchi. Poi, ad un allenatore di liceo viene proposto di rilanciare la squadra dei Texas Western Miners, quella del college di El Paso. Don Haskins, questo era il suo nome, decise di rischiare e aprì la squadra anche agli afroamericani. Nel 1966, pur ostacolato e molestato dai segregazionisti, riuscì a conquistare l’accesso al campionato nazionale. Contro l’Università del Kentucky schierò, per la prima volta nella storia, un quintetto base tutto nero. Questi fatti sono raccontati nel film di James Gartner, Glory road (2006).

Passando dal colore della pelle al genere sessuale, memorabile è il match di tennis tra l’ex campione Bobby Riggs e la campionessa mondiale Billie Jean King. La sfida resta ancora oggi uno degli eventi sportivi più seguiti, con 90 milioni di spettatori che il 20 settembre del 1973 assistettero all’inattesa vittoria della King. La battaglia dei sessi (con questo nome fu immortalato lo storico incontro) è il biopic che la coppia Jonathan Dayton e Valerie Faris ha girato nel 2017 con Emma Stone che ci accompagna anche nella storia parallela di scoperta e accettazione della propria omosessualità.

Un altro grande evento mediatico è stato ricostruito al cinema. Si tratta dell’incontro tra Muhammad Alì e il campione del mondo in carica, George Foreman, allo Stade Tata Raphael di Kinshasa in Congo (allora Zaire) il 10 ottobre 1974. The Rumble in the Jungle è, infatti, il momento più spettacolare di Alì (2001), il film che Michael Mann ha dedicato al più grande pugile della storia.

Il pugilato è un inesauribile archivio di storie per il cinema. Più di ogni altro sport. A cominciare dal film che lanciò Paul Newman in Lassù qualcuno mi ama (1956) diretto da Robert Wise, fino alla saga di Rocky, passando al Toro scatenato di Scorsese, che ci ha regalato i titoli di coda più belli nella storia del cinema. Meno frequentato è stato il calcio, a parte Fuga per la vittoria (1981), dove il grande John Huston riesce a trovare un ruolo (in porta) anche per Silvester Stallone. Più proficui sono stati sport per noi noiosissimi come il football americano e il baseball, che ci hanno regalato due perle come Ogni maledetta domenica (1999) di Oliver Stone e L’uomo dei sogni (1989) di Phil Alden Robinson,  il film preferito di Walter Veltroni (che di cinema se ne intende). Gli amanti nostrani del calcio debbono accontentarsi di qualche incursione della commedia all’italiana, da Alberto Sordi (Il presidente del Borgorosso Football Club) ai sui epigoni (Lino Banfi). Di recente però ho scoperto una chicca girata interamente a Cerignola, Gambe d’oro (1958) con Totò, in un ruolo non protagonista.

Perché lo sport ispira così intensamente il cinema? Credo per due ragioni. La prima è la capacità di unire storie private e destini collettivi. La seconda è che esso è il campo tragico della verità. Ecco allora due film esemplari per queste due distinte ragioni. Invictus (20009) di Clint Eastwood, che lega la vicenda di Nelson Mandela a quella della squadra sudafricana di rugby. E The program (2015) di Stephen Frears, il biopic su Lance Armstrong, vincitore di sette consecutivi Tour de France, riconosciuto da tutti come eroe (per aver sconfitto anche la malattia), fino alla scoperta del doping. Nello sport, come per un vampiro di fronte allo specchio, non si può fingere a lungo.

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