Sessantaquattro cappellini da donna in feltro degli anni quaranta

di Kika Bohr

“Kosuth dice ciao a Ensor” (foto di Mauro Meschino)

Da piccola sempre col berretto di lana. Negli anni del liceo sempre a testa nuda, capelli al vento. All’università indossavo ampi cappelli di feltro da uomo, ereditati dai nonni o comprati alla fiera di Senigallia. In camera mia ho una cappelliera – dono di un’anziana vicina di casa – in cui custodisco ancora gelosamente quella decina di cappelli cui sono legati vari ricordi. Non avrei mai pensato di fare qualcosa con i cappelli che consideravo un significativo capo di vestiario – perché copre la testa – ma comunque capo di vestiario e basta.
Tutto è cambiato nel giro di pochi giorni.

La cosa è cominciata la sera di Halloween, una festa che non avevo mai preso in considerazione, ma eravamo stati invitati a cena da amici, e quindi siamo usciti di sera anche se pioveva a dirotto. Dovevamo prendere l’automobile e quindi girare attorno all’isolato. Ma ecco che appena girato l’angolo, sul bordo del marciapiede erano stati abbandonati cinque scatoloni enormi di cartone che si stavano inzuppando. Una scatola era un po’ aperta e ho subito notato che c’erano dentro dei cappelli. Cinque scatoloni di cappelli da buttare! Malgrado la pioggia e le proteste degli altri famigliari, ho trascinati i cappelli come potevo in casa pensando subito di regalarli alla mia amica modista, Fiammetta. Il feltro, si sa, è un materiale riciclabile e forse lei avrebbe potuto utilizzarlo.
Appena tornata dalla cena di cui non ricordo nulla, ho spacchettato il mio tesoro e visto che i cappelli – completamente fuori moda – erano piuttosto umidi e rischiavano di scolorare l’uno sull’altro, li ho tutti stesi per terra nel box che al tempo mi serviva da atelier. Il box non aveva riscaldamento e quindi ci vollero alcuni giorni per farli asciugare e così non potevo fare altri lavori perché tutto il pavimento disponibile era occupato dai cappelli. Cappelli destinati alla mia amica….
Ma un giorno che apro la porta del box e che un raggio di sole basso li illumina un po’ rimango colpita da questa folla di cappelli che mi paiono improvvisamente una folla di persone e da quei colori che mi ricordano quelli di Ensor. Ad esempio l’Entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889. Allora mi procuro una grande scala a pioli e li fotografo dall’alto. E decido di non darli più a Fiammetta.
Nei mesi seguenti l’idea della folla mi ha ossessionato. Per prima cosa, dovevo trovare il modo di esporre quei cappelli in modo da ricreare quell’impressione avuta il giorno in cui mi si sono rivelati. Trovare un modo. Il pavimento del box, lo sfondo della mia visione che faceva risaltare i colori era di gomma grigio-scuro. Avevo una grande pezza di stoffa quasi nera, a trama grossa. Dalla stoffa al telaio il passo non è stato lungo. E avevo giusto un grande telaio smontabile comprato per intelaiare un disegno di un amico. Esposti in verticale, i cappelli avrebbero affrontato direttamente lo sguardo dello spettatore, perché no? Ovviamente non si potevano più appoggiare semplicemente sulla superficie piana, bisognava fissarli in qualche modo. E qui iniziavano nuovi problemi. Incollarli o cucirli poneva il problema di un eventuale trasporto, se li avessi esposti in una mostra. Credo di ricordare che sia stato mio padre a consigliarmi di fissarli alla tela con dei laccetti. Ma come, dove fissarli? Ho trovato da un calzolaio dei lacci di scarpe tondi, abbastanza lunghi e così mi è venuta l’idea di trasformarli in maniglie. E di rendere i cappelli sollevabili. E di inserire sotto ogni cappello la foto di qualcuno, un ritratto. Ma di chi?
Ho cominciato allora a riempire la mia agenda di nomi: tutte le persone che in qualche modo sono state importanti per me, che mi hanno insegnato qualcosa, che mi hanno influenzato nel bene o nel male. La lista di settimana in settimana si faceva più lunga finché, arrivata a più di duecento nomi, ho deciso di chiudere la faccenda tirando a sorte il più imparzialmente possibile i 63 nomi di persone le cui foto sarebbero state messe sotto i 64 cappelli. Sì 63, perché uno di questi cappelli, invece della foto, ha sotto cucito uno specchio. Sono stata un po’ sorpresa dalla sorte che ha escluso ad esempio mio nonno paterno, scultore e l’amato scrittore Italo Calvino, mentre Gabriel Garcia Marquez che mi piace certamente ma non è dei preferiti (ed era il 137° della mia lista) è venuto fuori. Anche Bruno Munari ma perché non Lele Luzzati? I miei genitori sono curiosamente presenti entrambi e anche Giulia Niccolai, Maria Lai e Roland Topor. Sono usciti Roland Barthes, i miei nonni materni e il mio “nonnastro” materno, Franz Schubert e Hokusai, Galileo e Gandhi! Edith Piaf e Tina Modotti, Edward Munch e Marino Marini, Eugenio Montale e Saint-Exupery, Weiss & Fischli e Canova, Hanna Schigulla e Marguerite Duras, per fortuna Queneau e anche Kokoschka che però è un po’ triste. Una bella folla, eterogenea come una vera folla. Mi diverte quando qualcuno, sollevando una maniglia dopo l’altra, riconosce (a volte meglio di me) le varie facce di questi personaggi in foto, un incontro come se fossimo a passeggio, sotto i variopinti cappelli.
Il titolo “Kosuth dice ciao a Ensor” è nato così: mentre il mio pensare a Ensor era sorto spontaneamente associato a quel primo flash alla vista dei cappelli illuminati dal sole nel box, lavorando su di essi, rammentandomi e scrivendo i nomi nell’agenda, cercando le fotografie, mi è venuto in mente l’artista concettuale americano Joseph Kosuth. Lui, già a metà anni sessanta si era interessato al rapporto significante tra oggetto, definizione dello stesso e fotografia (l’esempio più famoso è quello di una sedia esposta nelle tre versioni, ma ho scoperto anche l’esistenza, sempre in tre versioni, di un suo cappello da uomo di feltro grigio).

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