Una motoretta, una mucca, Ferdinando e gli altri

di Barbara Pesaresi


Era la nostra Poderosa, una scoppiettante motoretta verdolina dall’anima ribelle che in salita toccava scendere e spingere.
Per mia madre era una festa salirci sopra e allontanarsi per qualche ora da un contesto familiare un po’ opprimente; caricava me sul sellino posteriore e via a gran velocità, si fa per dire, in campagna dai nonni. All’epoca, sottostavo svogliatamente a quelle fughe perché mi distoglievano dal mio passatempo preferito: avventurarmi in bicicletta in scorribande solitarie per le strade del quartiere.


La scarsa attrazione per la campagna la dovevo al terrorismo “da paura” messo in atto dalla nonna Marianna. Una serpeggiante vena blu di cattiveria dall’andamento carsico le affiorava in superficie quando sentiva minacciato il suo diritto di possesso. Gelosa dei nonni materni, di nascosto da mia madre e con il fare circospetto di chi è a conoscenza di segreti inimmaginabili, mi prospettava scenari terrificanti, per esempio  un esercito di galline in assetto di guerra pronto a scagliarsi contro le mie gambe.
I nonni avevano una mucca alla quale non dovevo stare molto simpatica, infatti quando le gironzolavo attorno si infastidiva e mi scansava col muso. I suoi occhioni bruni non mi perdevano di vista, acquosi e dai bordi tremolanti come se lacrime trattenute si riversassero all’interno in un oscuro spavento. Mi attraevano e al tempo stesso mi inquietavano.
Quando la motoretta sbucava dall’ultima curva, rendendosi visibile dall’aia, mio zio si affrettava a spazzarla dalle cacche di gallina, onde evitarmi di camminare per tutto il tempo in punta di piedi perché calpestarle mi faceva schifo. Fatica inutile, infatti le galline sono cacatrici indefesse, e di lì a poco l’aia era di nuovo costellata di lucidi mucchietti grigioverdi striati di bianco.
E fu inevitabile, un pomeriggio, cascarci sopra. Mi sporcai una gamba e mio zio, accorso per aiutarmi, tirò fuori dalla tasca dei pantaloni un fazzoletto da naso stropicciato e poco pulito, vi sputò dentro e mi ripulì la gamba. Cosa fu peggio, se il rimedio o il danno, non saprei dire. Le risate bonarie degli adulti mi offesero profondamente. Ma come riuscivano a ridere di fronte a una tragedia della quale non si potevano prevedere gli sviluppi? La mia preoccupazione per la gamba durò qualche giorno, dopodiché constatato che non si era né seccata né staccata dal corpo, mi rasserenai e tornai alle mie occupazioni preferite.
In quel periodo sperimentavo una singolare comunione di anime con Ferdinando, il toro protagonista dell’omonimo racconto di Munro Leaf. La vicenda si svolge in Spagna e narra le vicissitudini di un toro dall’indole pacifica che viene allevato per la corrida, ma la cui unica aspirazione è  trascorrere le giornate seduto sotto una quercia a seguire il volo delle farfalle e ad annusare fiori. Pure io sospettavo di venire allevata con uno scopo preciso ma a me ignoto, mentre l’unico mio desiderio era vagabondare in bicicletta guardandomi attorno col naso per aria.
A poche case di distanza dalla mia abitava l’Armanda, una donna sordomuta dall’aspetto trasandato e poco pulito. L’aria imbronciata e i capelli scarmigliati la facevano assomigliare a maga Magò. Non si capiva se fosse vecchia o giovane, l’età si era dimenticata di lei. Noi bambini, quando la scorgevamo nel cortile di casa appiattita dietro un muro a sbirciare, ci divertivamo a sfrecciarle davanti in bicicletta. Spaventata,  impugnava un sasso che teneva in tasca e sollevava il braccio nell’atto di tirarcelo. Quello che per noi era divertimento, per lei doveva essere fonte di profonda angoscia. Però quel sasso non l’ha mai tirato. I suoi occhi scuri si sovrapponevano a quelli della mucca. Come se ci fosse stato un passaggio di testimone, quegli occhi continuavano a incrociare la mia strada. Esigevano la mia attenzione come un mistero da decifrare.  
A incrinare l’innocente serenità di quel periodo fu un fatto di cronaca, uno dei primi  a cui la televisione diede risalto, il rapimento e l’uccisione di una ragazzina nel millenovecentosettantuno. Più grande di me di pochi anni, avremmo potuto essere amiche. Come in una favola, Milena aveva incontrato un orco ma non c’era stato lieto fine, non erano arrivati i nostri a salvarla come nei film western. E se neanche i genitori erano riusciti a proteggerla, cosa mi sarei potuta aspettare, io, dai miei? E quel Dio di cui parlava don Antonio durante le lezioni di catechismo, quello che vedeva e sapeva tutto, perché si era girato da un’altra parte?
Un colpo sordo prese a riecheggiare da un punto imprecisato dentro la pancia, e il tutum risalì a ondate a lambire lo stomaco e il cuore, accordandosi al ritmo del respiro e delle pedalate.  Durante i miei vagabondaggi cominciai a guardarmi attorno con circospezione. Poco importava che la vicenda fosse accaduta a centinaia di chilometri di distanza da dove abitavo, l’angoscia non contempla distanze, racconta una storia di spavento con una lingua tutta sua, una storia che parla di noi ma che non siamo noi a raccontare. 
Lo stato d’ansia e di confusione durò qualche settimana, dopodiché l’estate mi risucchiò nell’allegro caos vacanziero. Ma qualcosa era successo dal momento che diffidavo di ciò che i miei occhi registravano, non mi bastava più. Chi avrei potuto incontrare svoltando l’angolo di una di quelle strade che conoscevo a menadito? E chi si nascondeva dietro le facciate impassibili delle case davanti alle quali passavo tutti i santi giorni? C’era un mondo, al di là dei miei occhi, del quale non sapevo nulla. Era ostile o amichevole?  Sì, qualcosa era cambiato e per sempre.
A metterci il carico da novanta fu, in terza media, la professoressa di italiano. E che si inventò ‘sta benedetta donna? Ci divise in piccoli gruppi e a ciascun gruppo assegnò un libro che affrontava un tema di attualità e di rilevanza sociale. Al mio toccò “L’esclusione anticipata. Rapporto da 118 case di rieducazione per minorenni”, di Giovanni Senzani.
Per la prima volta sentivo parlare di carceri minorili, violenza, omosessualità, ma anche di solidarietà e amicizia. Parole nuove prendevano consistenza, esistevano, allargavano i confini del mio piccolo mondo. Lessi il libro avidamente, ancora oggi ricordo la vicenda di un ragazzino finito in riformatorio per il furto di una mela. Quelle storie si agitavano su di uno sfondo scuro oltre il quale cercavo di guardare senza però riuscire a vedere,  scuro come lo sguardo bruno della mucca, che risaliva come un secchio da un pozzo del quale non si conosce la profondità. 
In quegli anni Gaber cantava che libertà non è star sopra un albero, inseguire il volo di un moscone, libertà è partecipazione. Intuivo, anche se confusamente, che c’era una scelta di campo da fare. Poi, la scuola finì e arrivò l’estate. Ma ancora una volta, e non sarebbe stata l’ultima, qualcosa era cambiato e per sempre. 

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