Čechov ai tempi del colera

di Giovanna Menegùs

Cechov

 

1892. A Melichovo, venivano da lui [Čechov] i contadini a farsi curare, e il cortile era sempre affollato di malati in attesa. Venivano anche da lontani villaggi. Lui non si faceva pagare, perché erano tutti poveri.
Scoppiò nelle vicinanze un’epidemia di colera. Egli fu chiamato dal Consiglio della Regione, e ricevette l’incarico di organizzare le difese necessarie.
Fece costruire dei baraccamenti in tutti i villaggi della zona. Correva da un villaggio all’altro in un tarantas sgangherato. Si sentiva l’ultimo dei medici, senza denari, senza un mezzo di trasporto solido, senza salute, sempre molto stanco. Fra le autorità locali, aveva trovato gente seria, coraggiosa, operosa. In qualche momento, mandava al diavolo i contadini e il colera, che gli impedivano di starsene seduto a scrivere nella sua stanza. Ma era contento di aver collaborato con quelle persone del luogo, trovandole tanto migliori della gente che usava frequentare in città.
Nessuno si ammalò di colera nel territorio, grazie alle sue misure preventive. Non sembrò che egli traesse, da questo, nessuna sorta di fierezza e compiacimento.

La casa di Melichovo, che nei primi giorni gli era parsa splendida, presto aveva rivelato i suoi molti difetti. Scricchiolava in ogni parte. C’erano dappertutto scarafaggi e topi. […]

Sul «Pensiero russo» uscì, nel novembre del 1892, Il reparto n. 6. È un lungo racconto che si svolge in un ospedale di provincia. Un medico subisce il fascino di un pazzo, sembrandogli quel pazzo il solo essere che sia dotato d’intelligenza e meriti ascolto. Prende allora a rifiutare la frequentazione dei sani. Da anni il medico accettava tutto, passava indifferente in mezzo alla sporcizia dell’ospedale, fra i malati nell’abbandono e gli infermieri brutali, e non cercava altro piacere che il sonno, la vodka e i cetrioli salati. D’improvviso in compagnia del pazzo scopre l’ansia della conoscenza. La sua anima si sveglia e chiede un mondo migliore. Così egli finisce a sua volta nel padiglione dei pazzi.

L’inverno, a Melichovo, mise a Čechov una tremenda malinconia. Non c’era che neve, campi deserti, qualche contadino infagottato. Se ne andò per un poco a Pietroburgo, da Suvorin.

(Natalia Ginzburg, in Anton Čechov, Vita attraverso le lettere)

*

A Lidija S. Mizinova – Melichovo, 16 luglio 1892

Un dottore qui di passaggio m’ha detto d’aver constatato due casi di colera nei pressi di Char’kov e precisamente a Marefa. Se la voce giunge fino a Sumy, Maša scapperà via. L’aspetto per il 20 luglio. Non posso assentarmi perché lo zemstvo distrettuale mi ha già nominato medico dei colerosi (senza stipendio). Ho da fare fin sopra i capelli. Giro per i villaggi e le fabbriche a tener prediche sul colera. Domani c’è un raduno sanitario a Serpuchov. Io disprezzo il colera ma, chi sa perché, sono costretto a temerlo tal quale come gli altri.

Alla letteratura, beninteso, non posso nemmeno pensare. Sono stanco e maledettamente seccato. Soldi niente, e non ho né il tempo né l’umore adatto per guadagnarne. I cani abbaiano come disperati. Ciò significa che morrò di colera o riscuoterò il premio dell’assicurazione. La prima alternativa è la più probabile, giacché gli scarafaggi non sono ancora scappati. M’hanno assegnato venticinque villaggi, senza neppure un aiutante. Io solo non basto e farò la figura dell’imbecille. Venite a trovarci, così aiuterete i contadini a picchiarmi.

Quanto a voi, mia cara fanciullina, perdete molto vivendo a Toržok e non da noi. Grazie al colera, che non è ancora comparso, ho fatto conoscenza con tutti i vicini. Ci sono fra loro dei giovanotti interessanti. Per esempio il principe Šachovskoj, che ha ventisette anni. Egli trascorre intere giornate da me. […]

 

Ad Aleksej S. Suvorin – Melichovo, 16 agosto 1892

Voglio esser dannato se vi scrivo ancora. V’ho scritto ad Abbazia, a St. Moritz; v’ho scritto una decina di volte per lo meno. Siccome non m’avete mai mandato un indirizzo esatto, nessuna delle mie lettere è giunta fino a voi e quindi sono andate perdute le mie lunghe descrizioni e dissertazioni sul colera. È una vergogna. Ma ancor più vergognoso è che dopo una serie di lettere in cui vi parlavo dei grattacapi che il colera ci ha dato, voi mi scriviate a un tratto dalla gaia Biarritz, color turchese, che invidiate i miei ozi. Be’, Allah vi pedoni!

Dunque, sono vivo e vegeto. Abbiamo avuto un’estate magnifica, asciutta, calda, prodiga di frutti; ma, a cominciare da luglio, le notizie sul colera hanno guastato tutto il fascino. Quando, nelle vostre lettere, m’invitavate a raggiungervi ora a Vienna ora ad Abbazia, io ero già medico di settore presso lo zemstvo di Serpuchov, acchiappavo il colera per la coda e a gran velocità organizzavo un nuovo settore comprendente venticinque villaggi, quattro fabbriche e un monastero. Al mattino ricevo i pazienti, al pomeriggio vado in giro, viaggio, tengo conferenze agl’indigeni, li curo, m’arrabbio, e siccome lo zemstvo non m’ha dato un soldo per attrezzare gli ambulatori, vado a mendicare ora dall’uno ora dall’altro riccone. Mi sono dimostrato un bravissimo accattone, grazie alla mia eloquenza mendicatoria il mio settore possiede adesso due ottimi lazzaretti attrezzati di tutto punto e altri cinque che sono più scadenti che buoni. Ho risparmiato allo zemstvo persino le spese di disinfezione. La calce, il vetriolo e ogni sorta di porcherie puzzolenti le ho ottenute a furia d’insistere dagli industriali, per tutti i miei venticinque villaggi. Insomma, A. P. Kolomnin può essere fiero di essermi stato compagno di liceo.

La mia anima è molto stanca. Sono annoiato. Non appartenere a se stessi, pensare soltanto alle diarreee, sussultare di notte a ogni latrato di cane, a ogni colpo bussato al portone (vengono a chiamar me?), girare con cavalli arrembati per strade sconosciute, leggere soltanto notizie sul colera, aspettare soltanto il colera e, nello stesso tempo, essere completamente indifferenti a questo male e alla gente a cui rendi servizio – questo, signor mio, è una zuppa che non fa pro a nessuno.

Il colera è già a Mosca e nel distretto di Mosca. L’aspettiamo qui da un momento all’altro. A giudicare dal suo decorso in città, c’è da supporre che sia ormai in declino e che il bacillo virgola cominci a perdere la sua virulenza. Inoltre è lecito pensare che ceda velocemente alle misure prese a Mosca e da noi. L’intelligencija lavora a tutto spiano, senza risparmio d’energie e di denaro; la vedo ogni giorno all’opera e ne sono commosso […].

Il trattamento del colera esige dal medico prima di tutto molta disponibilità di tempo; bisogna, cioè, dedicare a ogni ammalato da cinque a dieci ore, se non più. Siccome mi propongo d’applicare il metodo di Kantani – clisteri di tannino e ipodermoclisi – mi troverò in una situazione quanto mai idiota. Mentre m’affannerò attorno a un paziente, altri dieci avranno il tempo d’ammalarsi e morire. Vedete, io sono solo per venticinque villaggi, a parte un infermiere che mi dà dell’Eccellenza, non osa fumare davanti a me, non muove un dito se non ci sono io. Finché si tratterà di casi isolati, sarò all’altezza della situazione; ma se l’epidemia dovesse estendersi foss’anche a cinque casi giornalieri, non farei altro che stancarmi, arrabbiarmi e sentirmi in colpa.

Alla letteratura, naturalmente, non c’è nemmeno da pensare. Non scrivo nulla. Per riservarmi un minimo di libertà d’azione, ho rifiutato ogni compenso e mi trovo perciò senza un soldo. […]

Quando saprete dai giornali che il colera è finito, significherà che avrò ricominciato a scrivere. Finché, invece, sarò al servizio dello zemstvo, non mi considerate uno scrittore. Non si possono far due cose alla volta.

*

Cechov lettereAnton Čechov, Vita attraverso le lettere, profilo biografico e scelta a cura di Natalia Ginzburg, traduzione di Gigliola Venturi e Clara Coïsson, Einaudi, Gli struzzi, n. 366, Torino 1989

La fotografia in apertura e quella sulla copertina del volume Einaudi ritraggono Čechov a Melichovo, nel 1897

 

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