Intervista a Massimo Morasso

Ti conosco come una persona dedita alla cultura a trecentosessanta gradi. E ho come la sensazione che la tua non sia solo una passione, ma una vera e propria “vocazione”. Quale significato attribuisci a questa tua attività letteraria? E cosa potresti dire, come scrittore, sul senso della letteratura in generale?

Esistono tante vocazioni, a questo mondo. Quando uno sceglie la letteratura come vita, tale scelta è già in sé una reazione contro il caos e la barbarie, un’attestazione di disponibilità alla militanza quotidiana per la salvaguardia dei valori spirituali. 

Se un libro si scrive solo per parlare di qualcosa, o per dare testimonianza della propria intelligenza, o, peggio, della propria supposta bravura, rientra in un’idea di letteratura che non m’intriga. Se al contrario volessimo nominare un libro fra migliaia per dar forma materiale all’impossibile, cioè a dire, qui, per fare un esempio perfetto del senso della letteratura per me, eccoti allora Le onde della Woolf. Possiamo parlare per questo libro inarrivabile di festa dell’immaginazione logica, nel senso etimologico di immaginazione insita nel lógos, nella parola, ed espressa dalla parola. Ma non, come ovvio, da una parola che si sia fermata alla sua funzione d’uso, la comunicazione (che a mio avviso è il contrario della letteratura), o che sia bastata a chi l’ha scritta come un più o meno fastoso veicolo narrativo, come strumento a disposizione per raccontare una storia: la letteratura più alta, a qualunque storia o non storia dia corpo, parla per amore di ciò che esiste, chiede l’amore in forma di riconoscimento, e lo fa tramite una parola creante, abitata da un occhio che ha visto l’invisibile e da un orecchio che ha sentito il respiro del pensiero.

Sei poeta, saggista, narratore, traduttore, critico letterario e d’arte, e hai pubblicato, ormai, quasi una ventina di libri. A quale, o a quali, sei più affezionato?

Io scrivo libri e controlibri, progettandoli secondo una specularità rigorosa tra simili e opposti. Da sempre ho avuto bisogno di frequentare nello stesso tempo ambiti del sapere, orizzonti intellettuali e procedimenti artigianali diversi per energizzare la forma scritta del mio mondo interiore. Il quale, a quanto vedo, gira intorno ad alcune ossessioni ricorrenti, che ho sviluppato insieme a un forte senso dell’eternità e a una grande familiarità con la morte. Per cui, a dispetto dell’apparenza, i miei libri non stanno quasi mai “a sé”, ma si intrecciano fra di loro seguendo dei ben precisi leitmotiv concettuali e immaginativi, così che all’interno del mio opus ogni libro ha una sua funzione.

In prospettiva, il mio percorso creativo fino a oggi delinea un primo tempo di scritture incentrato in prevalenza sul tema-problema identitario, fra i versi che costituiscono il ciclo poetico in tre nodi de Il portavoce (1995-2006), uscito a segmenti in cinque dei venti libri cui accenni, ma a tutt’oggi inedito in un volume unitario, i testi del “progetto Vivien Leigh” (1999-2001) e quelli di taglio saggistico e narrativo confluiti in Il mondo senza Benjamin (1998-2011), che è uno strambo, inclassificabile “zibaldino”. In questi ultimi anni mi sto impegnando invece nella scrittura di Unus Mundus, una pentalogia para-narrativa di taglio automitobiografico che vado pubblicando, capitolo dopo capitolo, con Lamantica, una deliziosa coppia di editori che stampano i loro libri in un centinaio di copie numerate su carta azzurra.

In quelli che mi sembrano i tuoi libri più ambiziosi, Il portavoce e Il mondo senza Benjamin, ti sei sforzato di trovare le forme adatte ai loro contenuti, con un passo mutevole, tra l’eclettico e lo stravagante… Una domanda sfacciata: dal momento che vari tanto, non hai paura di essere considerato uno scrittore senza un proprio stile?

Non avendo che una piccola cerchia di lettori colti, io non scrivo mai in base alla richiesta del mercato. Scrivo soltanto quando non posso fare a meno di farlo per esaudire un’esigenza interiore, che mi richiama a un compito di rivelazione di me a me stesso. Posto che ritengo che ogni argomento richieda una forma ad hoc, e una sua propria “temperatura linguistica”, se non cambiassi ogni volta toni e registri tradirei insieme i temi e lo stile, e rischierei di essere sopraffatto dal tedio, dopo essermi seduto davanti al mio Mac, o forse ancora prima. Detto altrimenti, con una schiettezza che vuol fare il pari con la tua sfacciataggine: detesto l’idea di ripetermi da un libro all’altro.

Più o meno ovunque, nei tuoi saggi, sei critico nei confronti della contemporaneità, e di alcuni dei suoi “campioni” letterari. Nella monografia che hai scritto, dieci anni fa, su Cristina Campo (In bianca maglia d’ortiche, Marietti, 2010) sei arrivato a parlare della “tribù dei letterati”. Ma non sei anche tu, in fondo, un letterato, anzi un letterato par excellence?

Saltabeccando fra la maggior parte di ciò che oggi si incontra smerciato in libreria, l’impressione è quella di trovarsi nel bel mezzo di un inganno collettivo: c’è chi inganna la letteratura, chi inganna se stesso, e chi inganna entrambi contemporaneamente. Poi, grazie a Dio, fuor di gregariato ci si imbatte talvolta nelle eccezioni, che non manifestano soltanto credibilità letteraria, che è un tesoretto alla portata di molti, ma il quid in più che è il segno di un’eccellenza poetica, e, perciò, il frutto di un dono.

In effetti, faccio uno sforzo enorme per riuscire a riconoscermi in quanto letterato. Preferirei forse, piuttosto, che mi si ritenesse – e in futuro, chissà, per quel che vale, mi si ricordasse – come un erudito intuitivo. 

A proposito della tua poesia, la critica ha parlato di “una visione che abbraccia la totalità dell’essere, del divenire e dell’apparire” (Giuliano Ladolfi), e di una “ventata di visionarietà conoscitiva e cosmologica” (Roberto Mussapi) che “offre sempre la lettura «spirituale» della realtà” (Bianca Garavelli). Queste definizioni corrispondono all’immagine che hai di te stesso e del tuo lavoro?

Lo scrittore e il suo buon lettore sono un’unità ideale. Ma nella realtà l’incontro di sensibilità vicine è una cosa infrequente, e l’esperienza mi dice che perfino lo sguardo di un amico corre il rischio dei malintesi. Nel caso specifico, questi tre miei acuti esegeti devono aver intuito che il mio discorso in poesia nasce da quanto mi viene da chiamare il ripensamento di un brivido metafisico. Ciò, al di là delle forme più o meno liriche, o più o meno narrative, nelle quali quel brivido si espone, ed esponendosi spesso si dissimula.

Ci sono buoni poeti in Italia oggi? E fra i giovani? 

La società letterata – mi sembra ormai evidente, ed è questione di interesse sociologico – sta producendo ed esibendo versi in quantità “industriale”. Ma la quantità rischia di essere una divinità terribile nel santuario di elezione dell’uomo post-novecentesco. Dal punto di vista della poesia pochi, anche fra i cosiddetti maestri, sono gli autori di oggi davvero interessanti. Per uno, come me, che ha avuto il privilegio di poter interloquire con Zanzotto e seguire da vicino lo svolgersi dell’itinerario mentale di Luzi dagli anni ’80 in poi, il panorama odierno non riesce a risultare entusiasmante. A dirla com’è, in libreria e on-line vedo più intrugli alchemici che oro. Ho l’impressione che di tutto il flatus vocis dei baruffanti che si agitano, ciascuno a suo modo, per risultare “significativi”, col tempo non resterà quasi niente. In quel quasi, e nei rari versi ispirati dei rari poeti che scrivono soprattutto per sé, ma con davanti a sé il miraggio dell’eterno, sta la mia speranza nella poesia come valore.

Dei giovanissimi, leggo e guardo con ammirazione le cose di Michele Bordoni. Fra quelle dei trentenni, mi hanno colpito per intensità e onestà le poesie di Pietro Cagni, Giorgio Casali, Claudia Di Palma ed Emanuele Franceschetti, a dirne solo quattro. Ma i poeti nuovi talentuosi sono tanti, e io non sono più, come un tempo, un divoratore di poesia.

***

Una selezione di poesie di Massimo Morasso:

Rainer Maria Rilke in visita a Sierre

Con il bastone da passeggio

dottore del cielo ti vedo

fissato dentro a un dagherrotipo sorridi

come un bambino assorto in un paesaggio amico,

se anche nessuno risponde tu insisti a concepire

parole come acute

note dell’aria,

scavi il profondo

infinito sereno oltre le cime

insegui l’orbita dell’anima, stellare,

tendi alla luce della sua memoria… 

Cadiamo innocenti verso la nostra morte

mi trovo per incanto a sillabare

senza sapere neanche più chi sillaba

fra noi chi sta invocando chi o che cosa.

Ma poi ritorno a credere all’immagine

di te che stai raccolto nel paltò

preda di un vento all’improvviso

gelido, che ti riporta allo scheletro,

medium che pensi ai versi come a svolte

del respiro, traduzioni di cose in uno spazio

interno, che ci abita, che è.

Vinto dal tempo ti guardo scomparire,

un turbine dall’ombra

e sei già andato via, tolto alla piazza del paesetto svizzero,

negato alla visione,

chiuso nel libro delle reticenze

in cui, fanciullo eterno, ami nasconderti

come una mite misura dell’umano

continui a farmi cenno dal lontano

a quel non-luogo senza negazioni

dove i morti hanno indietro ciò che persero

e il perpetuo si mischia con il tempo.

(da Viatico, Raffaelli, Rimini 2010)

*

Il senso della metamorfosi

Guardo tutto il verde oltre la porta

come si guarda, spesso, uno spettacolo

cioè stando dall’altra parte,

fra il pubblico, in platea.

Mi provo a esercitare l’attenzione sui dettagli, 

registro, per esempio, i chiaroscuri

visibili dell’erba sull’invisibile groviglio che sta sotto,

e appunto ciò che chiamo, per adesso, l’ansia dei pini,

condenso in un’idea l’informe

cupola del tozzo albero nano dei vicini,

ma mi accorgo che in realtà non mi interessa

l’erba in sé, né il singolo elemento di quel verde,

e neppure l’insieme che mi chiama a nominarlo.

Guardando

inseguo il senso della metamorfosi

che sconquassa il mio corpo in verticale

precisamente come il filo d’erba sotto il sole

a malapena dritto, a quanto vedo, dentro il verde.

(da “L’erba in sé” in Il terzo a parlare)

*

Sgobbando sui metafisici tedeschi

dal mio terrazzo vidi le catene

che legano le cose a noi mortali 

e in alto, nell’aperto, all’Incredibile.

Chiusi i miei libri, raccolta fra le nuvole,

mi piacque per intuito ritrovare

l’idea non più che la bellezza salva il mondo,

mistica russa, fra il folle

e il tracotante”,

ma che oltre ogni respiro

perfino nella morte non si spegne

la forza e la bellezza del vivente.

(da La caccia spirituale, Jaca Book, Milano 2010)

*

Stanotte il vento turbina, le nuvole

che scorrono in un impeto 

di irrefrenabile tempesta 

(ne è scosso tutto il corpo, e il mio gravato

cuore). 

Lo sai, io

sono una febbre di poesia,

una festa d’anarchi.

Sono un’intermittenza, in fondo, del visibile. Sto sotto

a un cielo nero attraversato dalle voci

come un qualsiasi parassita 

intriso d’altro sangue, abbarbicato

a una più vasta, incontenibile 

inconoscibile vita.

(da La caccia spirituale, Jaca Book, Milano 2010) 

***

Massimo Morasso è nato a Genova nel 1964. Germanista di formazione, è poeta, saggista, narratore, traduttore, critico letterario e d’arte. Nel 1998 ha curato la riedizione del “Supplemento Letterario del Mare”, il foglio italiano di Ezra Pound. Nel 2001 ha scritto la “Carta per la Terra e per l’Uomo”, un documento di etica ambientale declinato in tesi che è stato sottoscritto anche da 6 premi Nobel per la Letteratura. Ha collaborato a molte riviste, letterarie e non solo, e ne dirige una. Tradotto in più lingue, è presente nei cataloghi di editori quali Jaca Book, Marietti, Nutrimenti, Raffaelli, Moretti & Vitali, Passigli. Fra le altre cose, ha pubblicato il ciclo poetico de Il portavoce (1995-2006), due libri apocrifi nel segno unico dell’attrice Vivien Leigh, una monografia su Cristina Campo e una su William Congdon. I suoi ultimi libri editi sono Il mondo senza Benjamin (Moretti & Vitali, 2014), L’opera in rosso (Passigli, 2016 – Premi Prata e Gozzano 2017), Fantasmata (Lamantica, 2017), Rilke feat Michelangelo (CartaCanta, 2017 – Premio Catullo 2018) e Kafkegaard (Lamantica, 2018).

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