Vincenzo Celano, “La scomparsa di Anice Zolla”

Testo introduttivo e intervista di Marino Magliani

Vincenzo Celano, La scomparsa di Anice Zolla (Avagliano, 2019)

Solitamente i narratori che si occupano di territorio, della cura del territorio, intendo, e delle sue forme di vita, animali legati a una ruralità, domestici come gli asini e i cani, ma anche animali selvatici, lupi, fiere, producono narrazioni che in qualche modo si piazzano ben salde contro la caccia. Sotto quest’aspetto, pare che Vincenzo Celano, lucano, di Castelluccio Inferiore, autore di romanzi e racconti da tempo ben accolti dalla critica, rappresenti un’eccezione. La caccia rientra nelle sue prose, la giustifica se è ben regolata e se si muove all’interno di un recinto per nulla anarchico, con i suoi codici. In Celano troveremo ad esempio l’amore per i setter, i migliori cani da piuma (chissà se predilige un irlandese o un gordon) e per quella grande selvaggina che è la beccaccia, insomma in Celano troviamo natura e caccia, una tradizione di cura e conservazione del territorio, un rispetto, come dire, per la natura, da buon cacciatore. Forse tante volte l’armonia sta nel riuscire a prendere il buono di ogni mondo? Celano fa qualcosa di simile anche in campo letterario: egli racconta il territorio attraverso una prosa visionaria, e anche sotto quest’aspetto, rappresenta in qualche modo un’eccezione: la sua prosa visionaria riesce a mappare le sue vallate aspre e ai margini (ai margini persino del Sud) meglio di quanto non facciano romanzi studiati a tavolino per contenere un microcosmo o una regione.

Ci può dire, Vincenzo, come nasce questa prosa − la prosa di un “navigatore di boschi” − così personale e ormai così ben definita e riconosciuta nel panorama italiano?

Anice Zolla, sociobiologo, è ben lontano da quel che si potrebbe definire un “sugainchiostro”. Benché abbia a che fare per ragioni del suo ufficio con le scartoffie, in effetti è uno stagionato “giovane di campagna”, che dalla campagna ha succhiato tutti gli umori, nutrendosene fino al punto che potrebbe essere lui stesso uno di quegli elementi che compongono l’habitat in cui, insieme al suo cane, si muove per godere della vista di beccacce e pernici e di altre specie di fauna, soprattutto per monitorarne consistenza e stato di salute. E potrebbe nel contempo, Anice, identificarsi con il suo stesso cane compagno di questa specie di caccia sublimata e sostenibile: un setter inglese ammantato di pelo con cui egli va in tandem, mai stanco di cercare l’introvabile e di capire l’incomprensibile, che poi è la metafora della vita di un uomo che  muove i suoi passi guardando tutto quel che gli tocca guardare con occhi personali. Ed è appunto, io credo, la necessità di registrare questo sguardo non banale e non fugace del protagonista del romanzo, che con passo meridiano, per percorsi che custodiscono natura storia e tradizioni particolari, indugia ed esplora e coglie esseri ed elementi sotto una luce nuova, ciò che forse consente a chi è chiamato a raccontarne lo stato e le vicende di far uso di un dettato dalla prosa particolare.

Uno dei concetti fondamentali della sua poetica è il mosaico, lei lo spiega bene in un’intervista che le fanno in mezzo alla gente, il giorno della prima nazionale, presumo, del romanzo di cui parleremo: La scomparsa di Anice Zolla (poi se vorrà ci parlerà anche della scelta di quel nome, Anice Zolla). L’intervistatore, a proposito della folla presente, le chiede di esprimersi, e lei lo fa rispondendo che il pubblico sta lì, quasi a indicarti se stai lasciando una traccia. E di quella traccia si compone il suo mosaico di tessere. Ci dica per favore qualcosa, su quelle che sono state per lei le sue “tessere intellettuali”, quelle della sua terra.

Fermo restando che ciascuno è figlio della terra che gli ha dato i natali e in cui ha continuato a vivere, l’esistenza di ognuno di noi è di per sé stessa un assemblaggio delle tante e diverse tessere che il particolare habitat appunto gli fornisce. Tasselli non tutti visibili e perciò non sempre catalogabili. Certamente i miei dati culturali sono sostanzialmente di natura agreste, cioè di uno che ha approcciato l’alfabeto senza discostarsi dalla zolla, che vedi caso dà nome al protagonista. Non so se paragonare la persona umana a un iceberg, dove la struttura portante è sommersa e ciò che affiora dal pelo dell’acqua è parte attingibile e si concede in pasto allo sguardo comune, o se invece pensare l’individuo come uno scavo archeologico, dove, sotto i reperti affioranti, si nascondono quelli insospettati, a volte più preziosi, i quali nella scrittura di chi racconta si manifestano come epifania misteriosa. E misterioso sorge anche il nome del personaggio principale, Anice Zolla. Ma forse solo apparentemente indecifrabile, perché (è stato anche osservato da un lettore) nel romanzo si narra un mondo dove la natura e la terra come fonte di vita (e, dunque, con esse anche la pianta dell’anice e la zolla di cui essa si alimenta) sono al centro di tutto. Questa, naturalmente è, a dire il vero, una spiegazione a posteriori, perché il nome del protagonista mi è venuto così, senza troppo pensarci e per una di quelle circostanze che solo il caso sa creare. Avevo preso a scrivere e sgranocchiavo una caramella all’anice.

A Zolla, un uomo tormentato, è stato chiesto di fare un censimento in un rione del paese di Nerulo, e lui, mosso dal desiderio, quasi una missione, si mette a disposizione per archiviare e far conoscere un mondo che altrimenti sparirebbe. Ma il romanzo ha un altro incipit: un viaggio in treno in un’atmosfera malinconica che assomiglia a quella della miglior letteratura inquietante del viaggio notturno in treno, penso ad esempio a Tabucchi. Lei sembra non abbandonarsi mai all’assurdo, anche se del tutto non se ne disfa.

C’era stato il terremoto. Anice va via in treno. Partire è un po’ morire, avverte l’antico adagio, e la malinconia è d’obbligo. Ma il viaggio è anche avventura, scoperta, anche illusione e delusione. Nel viaggio notturno di Anice c’è un po’ di tutto questo. Ma sicuramente da lì si apre il film malinconico che racconta la vita sofferta di lui che si è messo in viaggio. La salvezza Zolla la cerca nella sua devozione panica, in quell’attrazione suggestiva per l’ambiente silvestre e montano (la ricerca dei “luoghi dove vorremmo essere sepolti” del Sinisgalli di Furor Matematicus?), capace in qualche modo di esercitare una funzione rasserenante sulle stesse sue passioni/ossessioni. Per Anice Zolla essere nella natura selvaggia in un rapporto primigenio con l'”Alma Mater” è imprescindibile ragione di vita. Ora, questa istanza vitale subisce a un certo punto un attentato con l’infortunio occorsogli, e proprio in questo momento doloroso viene precettato per fare l’inventario del rione Convento che frana e scivola sulle crete al fiume.  La precettazione, si sa, non è un invito che qualcuno ti rivolge né un incarico che un ente o altri ti affida. La precettazione, proprio come la cartolina che un tempo richiamava alle armi con ordine scritto i militari di leva o in congedo, è un comando a cui non si può disobbedire, pena sanzioni severe. Ma da chi arriva ad Anice questa imposizione proprio nel momento più duro per lui?  E a chi eventualmente potrebbe opporre il suo rifiuto? Il racconto non ce lo dice, mentre Anice Zolla si rende conto che non si può far naufragare al fiume senza danno enorme e irreparabile un patrimonio di storie e memorie che il rione Convento custodisce. Viene perciò da pensare che sia la sua stessa coscienza a obbligarlo al salvataggio. Ecco chi lo precetta, non altri se non il suo alto senso civico.  E Anice Zolla va, alla fine del tormentoso dilemma, a compiere il lavoro di coscienzioso reporter. Ma il vecchio abitato di Nerulo, mentre archivia ogni cosa, finisce per dissotterrare anche le immani sofferenze che aggallano dal suo passato rimosso.

Un altro elemento, che ritroviamo nella migliore letteratura europea, è quello della sparizione: si vive e si lavora, nei personaggi e anche nel campo strettamente autobiografico, come delle persone che tendono a sparire: pensiamo solo alla narrativa di Walser e alla sua stessa figura. Qui, invece, Anice Zolla scompare proprio sostanzialmente dalla scena, nel senso che si allontana dal microcosmo in cui è ambientata la storia, e va via e nessuno sa dove, mosso dalla tormentata necessità di ritrovare l’amore di una donna.

Anice Zolla sparisce dalla scena proprio al rione Convento. Non tragicamente, così come stava per accadere, ma quasi rapito da una delle donne della sua vita, la più importante, quella che pensava di aver smarrita per sempre. Ma nessuno, tra le molte congetture, sa dove sia veramente finito. Materia per un giallo. In realtà si tratta di una soluzione di vita assai meno misteriosa, ma che non tocca a tutti: giorni da vivere in un mondo finalmente scelto, non più ereditato.

E qualcosa sui tuoi nuovi prossimi progetti etologici e letterari?

Utopici quelli etologici. Con l’azzeramento della pastorizia l’habitat imbarbarisce senza più rimedio, e con esso il tramonto della fauna è inarrestabile e pressoché compiuto. I progetti letterari, a parte un’opera di paremiologia riguardante la mia lingua materna di prossima stampa e una plaquette che contiene una narrazione di genere antropologico, posso solo dire che, al pari delle gravidanze, non sono sempre programmabili.

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