Frammenti di Cinema # 25

La devozione alla causa degli ultimi che il regista inglese Ken Loach ha mostrato in tutta la sua carriera cinematografica è ammirevole e suscita commozione. Non commuove, invece, Sorry we missed you (2019). Il film è dedicato ai trasportatori che con le loro storie hanno ispirato le vicende di Ricky e della sua famiglia. Sua moglie Abby presta assistenza domiciliare ad anziani e disabili. La loro vita, con i loro due figli, è davvero dura. Lo vediamo. Lo sappiamo. Qualcuno ha definito questa parabola una via crucis privata. Eppure, lo ripeto, questa storia, malgrado le intenzioni migliori del regista, non commuove. E’ piuttosto una fenomenologia del sacrificio. Incatena le scene come prevedibili quadri. Ci scorrono davanti come lastre in movimento all’interno di un laboratorio sociale. Ci scuote il loro riferimento ad una realtà che conosciamo bene. Ma in se stesse sono prive di emozione.

Ecco, all’opposto, che commuove come una vera e propria “passione” laica la storia di Geremia e Annunziata, interpretata da Lea Padovani, in Cristo fra i muratori (1949) uno dei film che valsero a Edward Dmytryck l’accusa di comunismo da parte dell’America maccartista. Il film racconta le vicende di una famiglia di immigrati italiani negli Stati Uniti agli inizi del secolo scorso, tratto dal romanzo di Pietro Di Donato del 1939, Christ in concrete. Il film, come il libro, è poco conosciuto ma è una perla, capace di scuotere senza retorica, raccontare senza moralismo. Non è un film neo-realista, infatti, ma richiama le atmosfere nebbiose di storie come Fronte del porto di Elia Kazan, riprese dal realismo poetico del cinema francese. Neppure Gli ultimi (1963), il film che Vito Pandolfi trasse dal racconto di David Maria Turoldo, Io non ero un fanciullo, è un film neo-realista. Qui il “povero cristo” è un bimbo, Checo, il quale ci accompagna dentro la vita dei contadini della campagna friulana. Il tono della narrazione più che poetica, è espressionista. Inquietante, per esempio, per il dramma che tracima dall’episodio, svelando la crudeltà che scorre sotto traccia, è il momento in cui Checo viene bullizzato dagli amici di scuola, i quali per gioco lo appendono ad una palizzata.

Pier Paolo Pasolini vide il film e ne scrisse. La sua rappresentazione degli ultimi risente intensamente della sensibilità di Turoldo, che Pandolfi riuscì a portare in immagini. La piccola violenza che subisce Checo sembra una crocifissione ed emotivamente rimanda direttamente a Il Vangelo secondo Matteo che esce nel 1965. D’altra parte, in una risonanza concentrica, il film di Pandolfi ha un’evidente ispirazione pasoliniana (Accattone, Mamma Roma sono già usciti). Del resto, l’ambientazione geografica, il Friuli, testimonia una comune matrice. Oltre dieci prima, tuttavia, era uscito un film che con un più evidente tratto espressionistico aveva anticipato questa potente vocazione agli ultimi, agli sconfitti e agli esclusi. Ancora una volta, si tratta di un’opera unica. E l’autore è uno scrittore che allora (e forse ancora oggi) non era molto amato. Il film è Il Cristo proibito, che esce nel 1951. Il regista è Curzio Malaparte. Qui l’appello etico è addirittura più politico: per salvare gli ultimi, un Cristo non basta. E quando si fanno avanti altri, questi vengono ostacolati. Perciò il Cristo, la solidarietà, la compassione, sono proibite. Ancora una volta, alcuni tratti comuni con Pasolini sono così forti che ci domandiamo se possa esserci stato un rapporto tra i due autori.

Esplicito invece è il legame tra il film di Pandolfi e Turoldo e L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, il quale, tuttavia, ha avuto il merito di far conoscere alle grandi platee il mondo contadino e il suo linguaggio (siamo, però, in Lombardia). Il suo film infatti è ricordato, anche per aver vinto la Palma d’Oro a Cannes nel 1978, mentre l’altro è rimasto ignorato. Il cinema di Olmi è stato, infine, richiamato in occasione dell’uscita dell’opera prima di Alice Rohrwacher, Lazzaro felice (2019). Neppure questo commuove. Del dolore e del sacrificio restano i fenomeni e la morfologia. L’anima è già svanita. Va comunque riconosciuto che questa circolarità almeno dimostra qualcosa, pur nell’alternanza dei risultati artistici: volgendo l’attenzione agli altri, viviamo tutti nella stessa lacrima, come dice una canzone di Elisa.

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