Alberto Arbasino. 1930-2020

Arbasino

Arbasino è morto mentre non si può andare in biblioteca e nelle librerie a sfogliare tutte le sue tante opere, per il coprifuoco globale imposto dal virus. Quanti, quali libri suoi avete in casa? Io troppo pochi, e non quelli per cui è (già) passato alla storia.
Oltre al suo credo unico volume in versi: Matinée. Un concerto di poesia (Garzanti, 1983), ho L’Ingegnere in blu (2008), La vita bassa (2008) e Ritratti italiani (2014), tutti pubblicati da Adelphi. Posso però contare anche su Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, di Antonio Ranieri, che credo di aver comprato a una bancarella principalmente per la sua nota dal titolo Sette anni di guai che questa edizione (Garzanti, 1979) contiene. E mi parla e mi chiama anche dalla quarta di copertina di Ivy Compton-Burnett: Servo e serva, un volumone della Grande Signorina, come suggestivamente lui la definì.

Ne La vita bassa Arbasino tratta di «costanti antropologiche, caratteri etnici  originali e originari, ancestrali e atavici, connaturati e congeniti» (parole attribuite a «G. Fortunato, G. Salvemini, C. Lévi-Strauss et al.») e riporta per intero un decalogo prodotto da Roland Barthes in risposta alla domanda “perché si scrive”.  Cito dunque da Barthes-Arbasino: «Non essendo lo Scrivere un’attività né normativa né scientifica, io non posso dire perché o per chi si scrive. Posso enumerare soltanto le ragioni per le quali io immagino scrivere: 1) per un bisogno di piacere che, lo si sa bene, non è senza rapporto con l’incantamento erotico; […] 4) per essere riconosciuto, gratificato, amato, contestato, constatato; […] 8) per contribuire a fendere il sistema simbolico della nostra società; 9) per produrre dei sensi nuovi, cioè delle forze nuove, impadronirsi delle cose in maniera nuova, scuotere e cambiare il soggiogamento dei sensi; 10) finalmente, come risulta dalla molteplicità e dalla contraddizione deliberata di queste ragioni, per sventare l’idea, l’idolo, il feticcio della Determinazione Unica, della Causa (causalità o “buona causa”), e accreditare così il superiore valore di un’attività pluralista, senza causalità, finalità né generalità, come è il testo medesimo».

Dopo un altro brano da La vita bassa lascio come minimo e forse improprio omaggio un racconto breve appuntato nel luglio 2016, suscitato dalla lettura di questo composito libretto di Alberto Arbasino (Voghera, 22 gennaio 1930 – 22 marzo 2020).

*

Nelle remote adolescenze ancora belliche, lungo le biblioteche decrepite e gonfie di grandi letterature e classici minori, tra palchetti e ripiani frananti, non era insolito imbattersi in file e file rilegate di lettere e diari e mémoires molto personali ma vivacemente «in presa diretta» dall’interno dei grandi e piccoli tornanti nella storia francese e inglese ed europea.
Macché ultime parole famose di patrioti sotto i patiboli; o pietose testimonianze di trincee fangose e patimenti e ritirate e prigionie; o maneggi politici e pratici fra piccole élites benpensanti e faccendiere di potere; o affetti domestici intimissimi con malattie e dispiaceri di povere mamme e nonne e pupi e animaletti da cortile. Nemmanco una qualche Letteratura come Vita ermetica in caffè taciturni per timore del Regime e di richiami alle armi, con quintessenze di versi e prose distillate circa magmi, grumi, greti, greppi, clivi, ansie, tensioni, balestrucci. Né crucci o mezzucci e “inciuci” sottotraccia per transitare velocemente dai Littoriali ai Soviet senza dover perdere i compensi pendenti per i “pezzulli” su pubblicazioni “intellettualoidi” ormai travolte, in attesa di sfamarsi presso Mamma Rai.
Chi poteva prevedere un Duemila tutto strusciante di stili, tendenze, mode, mostre, eventi, bellezza, benessere, festival e tsunami di pensatori e ricercatori in fibrillazione esponenziale di iniziative paradigmatiche per il Terzo Millennio?

***

downloadAlberto Arbasino, La vita bassa
“Biblioteca minima”, n. 29, Adelphi, Milano, 2008

Immagine: Arbasino fotografato da Marisa Rastellini

*

Libro, albero

Legge un piccolo libro di Arbasino dalla copertina arancione. È mentalmente eccitata, accelerata (l’intelligenza è contagiosa), e grata al caso che stamattina in biblioteca, nel carrello dei libri da adottare, le ha fatto incontrare questo volumetto di cui ignorava l’esistenza. Si intitola La vita bassa. Non importa: di Arbasino leggerebbe qualsiasi cosa, anche la lista della spesa. Soprattutto le sue strepitose liste, anzi. Per breve tempo. Arbasino è un autore che non si può leggere troppo a lungo. Come tutti i diabolici virtuosi e quasi mostruosi va preso a piccole dosi. Nessuno regge l’ascolto integrale dei Capricci di Paganini, per esempio. I nervi – o i sensi o l’intelletto – sollecitati allo spasimo dopo un po’ chiedono una tregua.

Legge seduta tra l’erba piacevolmente fresca e folta dei giardinetti, all’ombra.

Prima di tuffarsi con un brivido di piacere nella vertiginosa macchina verbale di Arbasino si è soffermata qualche istante a guardare le api che visitano il trifoglio bianco intorno a lei. Il trifoglio bianco dà nettare a ciclo continuo, dice sempre con grande soddisfazione suo padre, che è apicultore. Certi fiori danno nettare solo al mattino, o solo alla sera, o a intervalli di qualche ora: altri invece – prosegue ammirato – ne danno a ogni ora, senza mai smettere. È passato di lì ronzando goloso anche un bombo. Dopo di che lei ha iniziato a inseguire i prodigi del geniale e disilluso giocoliere della Kulturkritik.

Più tardi, quando sua figlia e l’amica tenendosi per mano vengono a chiamarla – ne hanno abbastanza di scambiarsi confidenze sulla loro appartata panchina, ora vogliono tornare a casa, come promesso passando prima a prendere un gelato – lei alza gli occhi dal libro e vede: non vede le due ragazzine in piedi accanto a lei – a un tratto vede le foglie rosse dell’albero sopra di sé, nitidissime contro l’azzurro chiaro del cielo. Una chioma di un rosso profondo e vibrante, intagliato da infinite ombre cupe e al tempo stesso lucenti.

Assorta nella lettura non s’era minimamente accorta di quella presenza.
Si alza da terra senza dire nulla con una breve, violenta fitta di rimpianto per quanto ha irrimediabilmente perso. L’albero rosso era lì per lei, in quest’ora.
Anche il rutilante Arbasino, ma quell’albero di più.
Leggere lo sente sempre come un peccato, in certe ore nel cuore dell’estate.

(GM)

2 pensieri su “Alberto Arbasino. 1930-2020

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