Croce con amore. Covid 19

 di Rosa Salvia

E sta l’ambiguo stupore / di contagi inattesi / di vicende inaudite / e non si discerne verità di parola / si va d’oltranza in oltranza / si naviga / ciechi. 

Il Covid – 19 ci ha colti tutti di sorpresa in quest’osceno bisticcio di notizie crivellato di spettri,

in questo regno evanescente dell’apparizione di scienziati e di politici che s’azzuffano, in questa incertezza di motivazioni oggettive per collegare fra loro elementi inconciliabili.

Da una parte l’onnipotenza della tecnologia, dell’era digitale, dei grandi colossi come Google, Amazon e soci, della dittatura dei social che consentono a ciascuno di costruirsi un’immagine di narcisistico autocompiacimento a proprio uso e consumo, dall’altra l’improvviso precipitare nel vuoto, nella precarietà della propria piccolezza di fronte a una natura che continua a essere terrificante come nei secoli più lontani della storia.

Questo sganciamento di significato provoca smarrimento, se non addirittura angoscia nelle persone meno strutturate, e mette in moto nuove ed inedite costellazioni del senso.

La vela floscia del faticoso presente che ci cade addosso come l’antico vaso di Pandora, può però portarci pian piano a sentire più nitida la differenza fra agire ed esistere. Prima di questa perfida ‘invasione aliena’, gran parte di noi s’arrabattava alla superficie della vita, in una corsa sfrenata, in uno stordimento continuo per fuggire al mistero della morte; adesso che invece la Morte cammina in mezzo a noi come una prostituta nottambula trascinando con furia corpi esanimi come fossero cenci, ci troviamo a guardarla in faccia, a fare i conti con lei, a cercare nuove risposte che non siano quelle del profitto, del denaro, della vana pretesa del controllo su tutto.

Dobbiamo imparare a capire che la vita non è quella che volevamo ma un’altra a noi estranea, costretti, come siamo ora, dai nostri spazi distanti a solidarizzare con i nostri simili. E allora, nell’aria che sembra tessuta di fili mortali, guardiamoci l’un l’altro con quell’atteggiamento di dignità eroica che ci suggerisce il Leopardi nel suo testamento poetico La ginestra: il fiore che consola con il suo profumo di deserto. In tal modo anche uno scambio di parole con il vicino di casa, la telefonata di un amico che non sentivamo da tempo, il sorriso fugace di un passante per strada, lo sguardo innocente di un bambino, il ricordo di ore passate insieme ai nostri cari, diventa un’occasione di fiducia, di speranza, di rinnovamento.

Questa tragedia collettiva che ci sta attraversando come la lama di un coltello impietoso può insegnarci che ci sono momenti nella vita in cui stare fermi non è soltanto l’unica scelta possibile per fermare il contagio, ma è anche la scelta migliore. Bisogna afferrarsi alla propria energia potenziale e lasciarsi scorrere addosso la bufera. Non è qualcosa di passivo, significa essere l’occhio di un ciclone.

 “… homo circumferens mortalitatem suam”, l’incipit de le Confessioni di Sant’Agostino ci pone sin da subito di fronte alla piccolezza e alla finitudine dell’essere umano.

L’uomo, “circumferens mortalitatem suam”, portandosi appresso la propria morte, si presenta come la creatura più di ogni altra segnata dal dolore e destinata alla morte oltre che l’unica nel creato che di questa destinazione terrena sia o possa essere consapevole.

E’ da questa presa di coscienza che bisogna partire per provare ad accogliere anche quel che di terribile la vita ci offre. 

Certo è molto difficile ancor più assistendo inermi alla morte di tante persone ora dopo ora, minuto dopo minuto, ossessione di orrori e di antiche visioni passate al vaglio della Storia.

Ma bisogna usare fino in fondo le armi della tenacia e della pazienza e guardare avanti.

Mi torna in mente una bellissima poesia di Pierluigi Cappello Canto d’aprile tradotta dal dialetto friulano: Noi cantiamo perché teniamo duro / il nostro morire è per il nascere dei figli / quando cantiamo alziamo lontano / dal buio del bosco al cielo d’aprile / il fuoco del nostro sangue, per il domani, una poesia che sembra accompagnarci per mano verso un aprile ormai prossimo tanto diverso da quelli che abbiamo trascorso negli anni passati. E’ un incitazione a rialzarci, come milioni e milioni di esseri umani si sono rialzati prima di noi, “e il gesto è semplice e antichissimo insieme, la liberazione dal fango di Adamo”. (Da Corsa campestre, Pontebba, 1980 – Pierluigi Cappello). 

Preghiamo perciò, ognuno alla sua maniera, credenti e non credenti, per noi e per coloro che ci hanno lasciato o ci stanno lasciando. Liberiamoci dalle lacrime immaginandone un fiume pieno, liberiamoci dal subdolo spaesamento di questi giorni senza fine e riempiamo un fiume che scende verso il mare, ove le lacrime di ciascuno di noi si mescolano a quelle degli altri. Sentiamoci piccoli mentre il fiume si ingrandisce. Osserviamo la sua bellezza fatta delle nostre storie incredule e sofferte. Non c’è più avversione fra gioia e sofferenza, ma c’è un’ampiezza che tutto contiene; c’è l’eterno fiume della vita, c’è il flusso continuo delle cose, c’è la bellezza dei nostri sforzi e della nostra impotenza. 

Proviamo a guardare il fiume dall’alto, seguiamo il corso del suo discendere. Ci sarà sole e ci sarà pioggia. Ma ci sarà sempre un fiume fatto di certezze non vere, ci sarà sempre una voglia di libertà

che nasce proprio dal peso di queste falsità. Trasformiamo questo peso in consapevolezza, non poniamo limiti all’ampiezza. Restiamo aperti affinché l’intuizione ci porti vicino all’Intento di ciascuno, di tutti.

[…] Il sogno è questo: un vasto / interminato giorno che rifonde / tra gli argini, quasi immobile il suo bagliore / e ad ogni svolta il buon lavoro dell’uomo, / il domani velato che non fa orrore.  (Dalla lirica Barche sulla Marna di Eugenio Montale.)

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