Educazione sentimentale #11

di: Guido Tedoldi

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Ormai parecchio tempo fa (il 1° articolo fu pubblicato il 21 gennaio 2018) Antonio Sparzani chiese ai redattori deLaPoesiaELoSpirito di raccontare la loro «educazione sentimentale» attraverso il libro o i libri che hanno contribuito a formarli come le persone che sono. Io accolgo l’invito in clamoroso ritardo, spero di essere ancora in tempo.

I libri che mi hanno educato sono stati, in effetti, 4. Cioè, almeno 4…

Ma prima di arrivare ai miei libri ci sono stati gli Harmony di mia sorella e la questione dello scrivere e degli strumenti con cui farlo. Gli Harmony me li ha fatti tornare in mente l’Educazione Sentimentale #2, pubblicata su questo blog il 30 gennaio 2018 da Stefanie Golisch. Quei libri, a centinaia, non li comprava mia sorella bensì una sua amica – che poi non aveva in casa un posto dove metterli e li passava a borsate a chi li accettava. Un pomeriggio mi misi a curiosare in quelle borse, prendendo volumi a caso e leggendo le quarte di copertina ad alta voce. Mia sorella si mise a gridare per farmi smettere: non voleva sapere in anticipo quelle storie. «Ma sono tutte uguali, le fanno con lo stampino…» dissi io. «Non è vero, ognuna è speciale!» rispose, e me li strappò via di mano.

La cosa dello scrivere si articola in varie fasi. Iniziò quando ancora ero bambino: leggere un libro era per me come attivare un meccanismo interiore che mi faceva partire la scrittura. Intorno ai 7 anni avevo già scritto due romanzi… ehm, cioè, due quaderni. Cominciavo con entusiasmo, prendevo un quaderno nuovo e via andare. Dopo un po’ l’entusiasmo diminuiva parecchio, perché non avevo ancora ben capito il concetto di Ernest Hemingway che la scrittura è al 90% ispirazione e al 90% traspirazione. Io mi lasciavo volentieri catturare dalla veloce ispirazione ma poi ero incapace di sostenere la lenta traspirazione. Quando il quaderno finiva, non ce la facevo più e lasciavo perdere.

Scrivevo a mano, ovviamente. La macchina per scrivere e la tastiera del computer sono arrivate dopo, quando la scrittura è diventata il mio mestiere e la traspirazione ho imparato a conoscerla e gestirla. Nei primi tempi delle tastiere mi ero fatto l’idea che non sarei mai riuscito a creare con i tempi della macchina – che avrei sempre fatto la prima stesura a mano e poi ripassato «in bella» a macchina. Invece, traspirando, ho imparato. Mi è rimasto il gusto della scrittura a mano, e ci ho impiegato anni a trovare il giusto strumento. Non la Bic, con quelle orrende gocciolone d’inchiostro trascinate dalla sfera di piombo; non la stilografica, che ha un tratto leggero ma non sottile perché i rebbi si aprono troppo facilmente; non l’inchiostro a gel, che a temperature alte e basse fa quello che vuole lui. Il mio strumento è giapponese, Pilot per stenografi con sfera in tungsteno molibdeno a tratto fine, inchiostro a olio e colore blu. Cioè, lo strumento migliore che ho trovato finora. La perfezione che ho in mente è ancora al di là.

Il primo libro che mi ha formato è stato «L’Unico e la sua proprietà» di Max Stirner. Uno dei motivi è che mi ha trovato lui, in pratica. La prima volta che lo vidi, nella libreria Rizzoli in galleria Vittorio Emanuele II a Milano, lo compulsai un po’ e lo rimisi sullo scaffale. La seconda volta era ancora lì, ma avevo finito il budget. La terza volta era ancora lì in bella vista; io lo presi e lo nascosi dietro altri volumi. La quarta volta provai con la mano se c’era ancora, là dietro. C’era. Lo comprai. Anni dopo lessi un’intervista a Fabrizio De André in cui diceva che consigliava l’Unico agli amici rimanendo spesso inascoltato. Mi parve di capire il motivo. In libri del genere si sa come si entra ma non come si esce, se si esce.

Il secondo libro in ordine di tempo è stato «Fiesta» di Hemingway. Lo comprai mentre facevo la naja, su una bancarella, perché era il libro dello scrittore famoso di cui non avevo ancora letto niente. Però, be’, per 200 pagine di scrittura secca e frasi quasi mai più lunghe di una riga non capii bene perché fosse così famoso. Poi lessi l’ultima pagina. Quel dialogo in taxi tra lui e lei che si sono inseguiti per tutto il romanzo senza realmente prendersi ma senza realmente mollarsi. Lei che dice che forse sarebbe stato bello se si fossero presi, lui che risponde che è bello pensare così. Sbeng! La perfezione della letteratura. I giusti tempi e i giusti modi, la precisione chirurgica di quelle 200 pagine necessarie e sufficienti per arrivare a quello scambio finale di battute. Da allora arrivo in fondo a ogni libro che inizio, anche a quelli orrendi. La perfezione potrebbe essere alla prossima pagina.

Il terzo libro è «La notte che bruciammo Chrome» di William Gibson. Formato da 13 racconti tra cui quello che dà il titolo alla raccolta. Il protagonista è un hacker che con un socio attacca Chrome, la banca online di una triade cinese. I due diventano schifosamente ricchi, ma il nostro non l’ha fatto per i soldi bensì per amore: c’è una ragazza che vuole diventare attrice e le servono occhi nuovi, però non si può permettere l’operazione perché costa moltissimo. Finisce che il protagonista rimane solo. Con l’amico si perdono di vista e la ragazza una carriera nel cinema sim-stim (simulatore di stimoli – ai tempi delle potenze informatiche più raffinate immaginate da Gibson) riesce ad averla. Lontana, a Hollywood, forse senza nemmeno dirgli grazie. Ma lui è dolente il giusto. È ricco. È bravo in quello che fa.

Quando il libro fu pubblicato, nel 1984, era considerato fantascienza, addirittura cyberpunk. Parlava di cose futuribili come il cyberspazio, cui diede il nome. Ma proprio in quei giorni fu inventato internet e rapidamente gli scrittori considerati di fantascienza sembrava che stessero scrivendo reportage da luoghi esotici, non futuribili bensì esistenti. Sembrava fantascienza ma era ormai il passato. Il futuro, boh. Inimmaginabile.

L’ultimo libro (ce ne sarebbero altri, ma sono già andato lunghissimo) è anche un film. Io ho visto prima il film, «Le ali della libertà», regia di Frank Darabont con Tim Robbins e Morgan Freeman. Nel 1995 ha vinto 7 Oscar. Il racconto da cui è tratto, «Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank», è stato pubblicato da Stephen King nel 1982 nella raccolta «Stagioni diverse». Tra le due opere ci sono differenze ma la cosa fondamentale resta, ed è benissimo raccontata in entrambe.

Dentro c’è un uomo incarcerato per l’omicidio della moglie e del suo amante. Tramite un altro carcerato si procura un martelletto da roccia e un poster di Rita Hayworth. Con il primo scolpisce pezzi degli scacchi, con il poster… be’, tutti immaginano che uso può fare. Per 20 anni il nostro uomo dice, come quasi tutti, di essere innocente e tenta, come quasi tutti, di restare vivo emotivamente. Ma forse (come quasi tutti) fallendo. Finché… inaspettatamente, evade. Con il martelletto ha scavato un tunnel, e il poster nascondeva il buco nel muro. Era lì, lo vedevano tutti (lo vedevamo tutti, a saper guardare) ma ci lasciavamo imbesuire dalle normali vicissitudini di un uomo tranquillo cui la fortuna volta le spalle più volte nel corso della vita. Capita a quasi tutti, non ci si può fare niente, per uno cui va male ce ne sarà un altro cui andrà bene – insomma, nella letteratura come nella vita è più frequente il luogo comune negativo che quello positivo. Che le cose vadano male è normale.

Invece, qui, no. Le cose vanno bene. Ed è proprio l’individuo con la propria cocciutaggine a farle andare bene. In altre storie c’è il deus ex machina, l’improbabile che si concretizza ecc. Qui no. È proprio il nostro uomo che è forte di suo e le cose le fa succedere. Sciocco io a non vederlo, anche se poi esulto interiormente perché lui ce l’ha fatta.

Lui, cioè io, quello normale che nonostante tutto può.

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