LA BUONA NOVELLA DI FABRIZIO DE ANDRE’ SECONDO IL RACCONTO DI JONATHAN GIUSTINI

Un bel giorno dei tuoi quattordici anni, camminando per strada, lungo un viale alberato, sotto un piccolo cespuglio, noti venti euro piegati come un piccolo fazzoletto colorato 

Puoi farci alcune cose con venti euro: non troppe a dire il vero. Ma alcune puoi farle sicuramente. Tu che sei un giovane curioso e con echi di voce e di paterni racconti, decidi di entrare in un vecchio negozio di dischi. Bighellonando per la città ne trovi alla fine, faticosamente, uno, tra i pochi rimasti. Vende dischi usati. Qualcuno ti ha detto, magari lo hai letto su internet, che stanno tornando di moda.

Il coronavirus se ne è andato da poco. Stai ritornando a respirare l’aria del tempo. Ma non hai voglia di andare in un parco, in un cinema, a camminare per le strade del centro città, per negozi di moda o di tendenza, a sbirciare ragazze o coetanei che un po’ ti stupiscono o ti attraggono, ma che potrebbero rallentare il tuo cammino. 

Preferisci seguire uno strano impulso del cuore. Prendertela comoda. Lasciarti andare. Seguire l’onda. Il momento. Quasi il destino.

Insomma, quel vecchio negozio di dischi, che sembra come rimasto chiuso da un tempo lontanissimo, ti attira, ti prende per mano e ti chiama al suo interno. 

Noti subito, appesi alle pareti, dei poster di vecchi cantanti e immagini di film; c’è Cobra Verde di Werner Herzog, c’è Sussurri e Grida di Ingmar Bergan, c’è l’immagine del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. Sono film di cui hai sentito parlare da tuo padre, capendoci poco o nulla. Ma l’eco di quelle frasi ti ritorna in mente vedendone la grafia e i colori delle immagini appesi alle pareti.

C’è poi su di un piccolo scaffale un fumetto che si chiama L’eternauta, il vagabondo dell’infinito, che questa volta invece hai letto: quando il mondo era come sepolto e imbiancato da una strana polvere radioattiva. Ti affascinava quella storia di una lontana Argentina, metafora di una dittatura e di un cataclisma. Di un’apocalisse.  Lo avevi raccolto poco tempo prima in un angolo della biblioteca di tuo padre.

Insomma, ormai sei dentro il negozio. 

Gironzoli nel piccolo spazio polveroso e anche soffocante, finchè capisci che non ti ammalerai di nulla, che quella polvere che senti sulla bocca, sulla pelle, che già ti è entrata nei capelli, non ti farà del male. Nemmeno ti farà starnutire. Capisci che sei in un luogo protetto, un luogo diverso. Sei solo. L’unico cliente. E dietro un piccolo bancone pieno di adesivi, mostrine, stelle e ghirlande, c’è un uomo. Non è anziano. Non è giovanissimo. Ha lunghi capelli ondulati, di un biondo cenere, quasi tinto e gli occhi acquosi, cerulei . Se ne sta seduto di un alto seggiolone, mollemente ciondolante. Alza lo sguardo per un momento da un giornale, quando ti vede entrare, non sorride, ma fa come il gesto di mettersi in ascolto.

E tu gli dici: ho venti euro, mi piacerebbe comprare un vecchio disco di vinile. 

L’uomo ti guarda fisso negli occhi. Poi allunga una mano, fermo e deciso, e ti porge La buona novella di Fabrizio De Andrè. 

Sulla copertina non vi scorgi impressa nessuna immagine. Solo due scritte, una bianca e una nera in campo neutro.

Lo tieni un poco fra le mani e poi torni a guardare l’uomo negli occhi, come a dire: sarebbe?

Lui apre la custodia, ne sfila il vinile, lo depone su di un giradischi già acceso e te lo fa ascoltare. Anzi, lo riascolta insieme a te.

E’ cosi che passa il tempo.

Ora sei per la  strada e cammini, con dentro una piccola busta sottile, quel disco. E ti domandi qualcosa, ti interroghi sul senso di quell’acquisto.

Hai dentro di te parole confuse, sembra un sogno, un delirio. 

Repentinamente capisci che qualcosa dentro di te è cambiato per sempre.

Non sei più lo stesso. Non sarai più lo stesso. 

C’è in campo lungo la voce di quell’uomo che ti risuona dentro. Ti ha raccontato dei vangeli apocrifi, e di un tempo in cui i suoi amici si interessavano solo di politica e lotte studentesche e lui invece parlava di Gesù Cristo cercando di spiegare che lo stesso si trattava di un importante lavoro contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità-

Che poco prima aveva licenziato Dio, gettato via un amore, per costruirsi il vuoto nell’anima e nel cuore. Che aveva timore di rivelare a sua madre la profonda paura di vivere la sua stessa morte con un anticipo tremendo. 

Parole che ti hanno invaso e che hai ascoltato. E che ancora senti risuonare dentro di te.

Era un uomo strano. Parlava a bassa voce, con voce profonda, come di dolce tuono.

Ne ricordi a mente calda il fervore del suo racconto. Di quanto considerasse Gesù di Nazareth il più grande rivoluzionario della storia. Come Pasolini. E si accalorava nel raccontarti la sua tesi o teoria. Un Dio portatore di fuoco e di spada, ma anche dolce e fraterno. Perché non si può morire senza perdono, piuttosto recitare un antico credo. E’ un girotondo la vita. Una nenia e una litania. Buon Dio è già scappato, dove non si sa. Buon Dio se n’è andato, chissà quando ritornerà. 

Canticchia ogni tanto l’uomo, con una voce bassa, profonda, da chi si mangia il microfono in gola. 

Poi torna a parlare: non cercare la felicità/in tutti quelli a cui tu/hai donato/per avere un compenso /ma solo in te/nel tuo cuore/se tu avrai donato/solo per pietà.

Ti prude un orecchio ogni tanto, mentre il disco scorre e l’uomo parla. Hai caldo sulle guance e in certi momenti vorresti andartene. Ma resti li, in piedi, dietro l’alto bancone del negozio ad ascoltare quella voce che si sovrappone a tratti alla musica del disco e in altri canta con essa.

Si chiamava Gesù, ti dice l’uomo. Così, proprio così si chiamava. Ma nel racconto anche di altri. Non sempre di gente cristiana, ma anche di storici armeni, arabi, bizantini, greci. Tutte persone che lo hanno conosciuto, incontrato, che ci hanno parlato. Qualcuno lo chiama anche con un altro nome.

Tu lo ascolti ora con profonda attenzione. E’ una storia troppo strana e diversa.

Sai, ti dice l’uomo. questo è un disco fatto di tante storie e avvenimenti  che non trovano posto nei Vangeli canonici. Quelli che tu avrai certo letto a scuola. Le storie che qui si raccontano sono avvenimenti particolari della vita di Maria, di Giuseppe, dei tanti ladroni incontrati lungo il cammino. E’ come se Gesù Cristo fosse osservato dietro le quinte, prima e intorno al momento cardine della crocifissione. La voce è di quegli  uomini e donne che il rito non commemora. Come il falegname che sagoma le croci. Chi mai ha dedicato una canzone al falegname che ha costruito la croce del Cristo? Ti domanda l’uomo guardandoti fisso, ma anche dolcemente negli occhi.

Tu non sai rispondere. Continui ad ascoltare la musica che scorre sopra la sua voce.

E cosi ancora ti racconta della Madonna, di Maria, una fanciulla che passa dalla verginità  alla maternità quasi fosse in un’estasi onirica, mistica. La sua infanzia. Il suo sogno. Il ritorno di Giuseppe, suo marito, il falegname. 

Sono storie che in questo modo non avevi mai percepito.

Il Perugino e Raffaello anche hanno raccontato lo sposalizio di Maria. Ti ricordi le pitture forse, che devi aver visto in qualche museo o in quale libro di storia dell’arte. Le differenti scuole. Più rigido il primo, il maestro, più mordibo e flessuoso, avvolgente il secondo, l’allievo poi diventato il grande e sommo pittore. Ma questi particolari tu ancora non puoi coglierli. Ed è giusto cosi.

Piuttosto ti colpiscono le parole finali de Il sogno di Maria, ne ricordi l’estremo canto che dice: E la parola ormai sfinita/si sciolse in pianto/ma la paura delle labbra/si raccolse negli occhi/semichiusi nel gesto/d’una quiete apparante/che si consuma nell’attesa/d’uno sguardo indulgente. (…) E tu piano, posasti le dita/all’orlo della sua fronte/i vecchi quando accarezzano/hanno il timore di far troppo forte

Trattieni il respiro, comprendi  e non comprendi del tutto.

Poi arriva la preghiera della stagione di essere madre. Non avevi mai pensato che essere madre potesse essere come una stagione. Tu dunque sei figlio di una stagione di tua madre? Che stupida domanda, ti sei posto. 

La gioia e il dolore, ti riporta a te stesso l’uomo, dicendoti che hanno un confine incerto, nella stagione che illumina il viso.

Forse ancora non comprendi bene. Ma ne sei affascinato.

Ave Maria, adesso che sei donna/ave alle donne come te, Maria/femmine un giorno per un nuovo amore/povero o ricco, umile o Messia/Femmine un giorno e poi madri per sempre/nella stagione che stagioni non sente.

Che strano destino, pensi, quello di Maria. Femmina un giorno e poi madre per sempre. Ti colpisce quel suo passare fra l’altra gente, quelle siepi di sguardi che però non fanno ora più male.

Non avevi mai pensato alla leggenda delle tre croci. Cioè, ne conosci la storia, ma non l’avevi mai letta sotto questo nuovo sguardo che l’uomo, che ancora ti parla e ti guarda fisso negli occhi, ti racconta e a tratti ti canta: cosa fai falegname? Costruisci le stampelle per chi in guerra andò? E dalla Nubia sulle mani a casa ritornò? Come è possibile, pensi. Poi ascolti il falegname che risponde: il mio martello non colpisce, la mia pialla non taglia per foggiare gambe nuove, ma tre croci sta facendo: due sono per chi disertò per rubare, mentre la terza, la più grande, per colui che ha insegnato a disertare la guerra.

E quell’ultima strofa, quell’immagine di un gruppo di dolore che muove il passo inquieto, mentre altri aspettano di far bere aceto ad altri che hanno sete, ti blocca quasi il respiro.

Ora non puoi più interrompere l’ascolto e desideri che l’uomo dietro il bancone del negozio continui a spiegarti, ad evocare, a cantarci sopra a tratti.

La via della Croce ti lascia sgomento: senti questa voce che da del tu a Gesù Cristo. E vedi quelle file di donne, vedove in testa, umiliate  da un credo inumano che le volle schiave già prima di Abramo e che ora con riconoscenza soffrono la pena di chi perdonò a Maddalena e di chi con un gesto fraterno una nuova indulgenza insegnò al Padreterno.

E’ un momento di terrore, di gole chiuse alla voce. Verso quest’uomo che è stato scoperto cugino di Dio. 

Da qualche parte nella tua mente rimbalzano le immagini delle vie Crucis viste nelle chiese, sui libri. Ma non le avevi mai meditate e guardate con questi occhi che ora ti si sono rivelati sul volto.

La canzone continua a scorrere con il suo andamento ripetitivo, con quel suo incedere da antica ballata francese. Monotona. Monocorde. Medioevale quasi. E’ Brassens, il maestro. Ti dice l’uomo dietro il bancone che sta ancora ascoltando con te. Anche se pure Ferrè….anche lui…ma si ferma li, non va oltre e continua a sorvolare con la sua voce la ballata delle Tre croci. 

Era un anarchico Ferrè, amava gli anarchici, fu accusato spesso anche lui di fare i soldi con l’anarchia. Ma va là, belin!

Che strana espressione che ha tirato fuori, pensi. Ma non ci fai troppo caso. 

Gli scorgi però sul volto una piega delle labbra, quasi un arcaico sorriso.

Ti colpisce comunque quella frase quasi sul finire che dice: Il potere, vestito d’umana sembianza, ormai ti considera morto abbastanza, e già volge lo sguardo a spiar le intenzioni degli umili, e degli straccioni.

Poi arriva Le tre madri e per la prima volta nella tua vita ti accorgi che non solo Gesù Cristo è stato crocefisso, ma insieme a lui anche Tito e Dimaco. Quello buono e quello che non si pente. E capisci che il dolore è di tutti. Per ogni famiglia. Per qualunque peccatore. 

Mentre ascolti questa canzone ti arriva come uno scrocio di pioggia sopra la testa, come un brivido che ti attraversa. Un lampo nel cielo. Un taglio profondo che non sanguina, parla: Con troppe lacrime piangi, Maria/solo l’immagine di un’agonia/sai che alla vita, nel terzo giorno/il figlio tuo farà ritorno/lascia a noi piangere, un po’ più forte,/chi non risorgerà più dalla morte/

Quasi non senti più la risposta di Maria, per qualche istante non la senti; ne perdi la giustificazione, il verbo, la cantilena. Poi però la riprendi, quasi sul finale e avresti bisogno di tirare il fiato.

Vorresti chiedere all’uomo dietro il bancone del negozio il suo nome, vorresti fermare il canto e fargli domande. Ma lui non te ne dà il tempo. Dolce e impassibile. Misterioso nel suo sorriso da ignoto marinaio.

Ti dice: ascolta questa, adesso, ragazzo. Immagina se le leggi per una volta fossero scritte da chi non possiede il potere. Conosci Bob Dylan? Ti domanda l’uomo. 

Tu istintivamente fai cenno di no, con la testa. O meglio, ne conosci il nome soltanto, ne parla spesso tuo padre e dunque timidamente ti convinci che devi dirgli che invece lo conosci.

Nell’ascoltare la canzone ti rendi conto che sembra un elenco cantato dei dieci comandamenti. Ma fai fatica a ripassarli tutti a mente: Non avrai altro Dio all’infuori di me. Il primo. Non nominare il nome di Dio invano. E vabbene,  fin qui ci siamo!

L’uomo sembra che ridendo ti stia interrogando: dai, forza, dimmi gli altri!

 E tu con uno sforzo inaudito ci provi: onora il padre e la madre, ricorda di santificare le feste, non rubare e qui ti fermi.

E lui, pazientemente e con tenerezza ti aiuta: ora viene quello che dice: non commettere atti impuri. 

Ride fragorosamente a questo punto.

Ah già, e cosi riprendi fino alla fine, spedito, sicuro: non ammazzare, non dire falsa testimonianza, non desiderare la roba e la sposa degli altri.

Hai finito. Ce l’hai fatta!

Sei felice. .

L’uomo ti rivela che questo brano si chiama il Testamento di Tito e che Tito si fa carico di spiegarci il profondo messaggio evangelico del disco; il ladrone buono del Vangelo dell’infanzia, quello che commenta i precetti divini nella forma di un nuovo testamento.

Quasi ora ti sfugge il Te Deum finale, quel canto liturgico con il quale l’opera si conclude. Decisamente ti sfugge. Ti sembra inferiore di timbro all’intensità del resto, allo stupore che fino a questo momento questa musica ti ha suscitato e che è cresciuto a dismisura dentro di te.

Però ti resta in testa quella litania più volte ripetuta che dice: non posso pensarti figlio di Dio/ma figlio dell’uomo, fratello anche mio.

Non ti ha rapito però come le altre, perché forse è l’unica canzone cantata da un coro incrociato, come un vecchio musical, e non dalla voce profonda di Fabrizio De Andrè. 

Ne chiedi all’uomo solo il titolo: Laudate Hominen. Ti risponde lui. 

Ed è l’unica che penso di non aver scritto veramente. Perché viene da lontano. Da troppo lontano davvero. Anche per me.

Qualche giorno dopo decidi di ritornare in quel negozio di dischi. Vorresti chiedere altre cose a quell’uomo che te lo ha venduto.

Il viale è lo stesso. Gli alberi sono sempre li. Riconosci perfettamente la strada. 

Ma del negozio di dischi più nessuna traccia.

Ripercorri il cammino molte volte. Avanti e indietro. In preda al dubbio e ad un’altra forte emozione.

Hai persino la busta di plastica con il nome e l’effige del negozio di dischi tra le mani. Con l’indirizzo impresso. Non puoi sbagliarti.

Chiedi ai passanti, ai vicini di bottega. Ma nessuno ne sa nulla.

Ti resta solo la possibilità di continuare ad ascoltarlo da quel giorno in poi e negli anni che verranno.

4 pensieri su “LA BUONA NOVELLA DI FABRIZIO DE ANDRE’ SECONDO IL RACCONTO DI JONATHAN GIUSTINI

  1. Ai miei quattordici anni e per gli anni a seguire, Fabrizio De Andre’ (in generale, non solo “La buona novella”) fece il medesimo effetto. Segno’ la mia formazione cosi’ in profondità da modificarmi il DNA. O forse no; il mio DNA aveva già quella impostazione, quelle idee e sentimenti, trovando in quel poeta cantautore solo le parole e le note ideali per esprimere ciò che avevo dentro.
    Di questo post non condivido, purtroppo, l’ottimismo di credere che la storia possa ripetersi. O meglio, la storia si ripeterà certamente ma non credo attraverso la riscoperta de “La buona novella” di Fabrizio De Andre’. Avverrà attraverso un nuovissimo repper, un musicista illuminato, capace di illuminare giovani menti future.
    Mi piacerebbe avere le capacità per riconoscerlo, per non essere come gran parte della generazione dei miei genitori che, pur avendo gli strumenti anche culturali per comprenderlo, non si fermarono mai ad ascoltare un Fabrizio De Andre’.

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  2. Potrei dire bellissimo, intenso, emozionante, invece scelgo di dure: educativo.
    Un esercizio per una nuova educazione sentimentale. Un piccolo, prezioso, manuale per riascoltare la voce profonda, quella che parla all’anima.
    Di questo abbiamo un grande necessita’. In questo auspicabile rinnovato rinascimento, abbiamo bisogno, di poeti, scrittori, artisti che ci ridiano il coraggio di fermarci, di riflettere, di amare, di piangere. Grazie Jonathan Giustini

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  3. Descrizione perfetta delle emozioni, profonde, intense e spesso difficili da definire, che questo album -e la voce incomparabile di De Andre’- suscitano in tanti ascoltatori (io sono tra questi).
    Bellissimo pezzo, complimenti.

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