Intervista a Paolo Ruffilli

Forse non ricorderai questo fatto, ma nel dicembre del 2013, in uno scambio privato, ti avevo chiesto: “Quali sono i pensieri che ti piace seguire? E quali sono quelli che aprono capillari d’irrequietezza?” Mi avevi risposto: “Direi che la maggior parte dei pensieri mi portano in genere verso l’inquietudine, che è poi l’energia che mi spinge a scrivere. Il che non vuol dire che non ci siano momenti distensivi e perfino di pace, che nella mia esperienza si legano quasi sempre alla pratica del vuoto consigliata dal taoismo…” Oggi vorrei che tu tornassi su queste due parole: inquietudine e vuoto. Cosa rappresentano nella tua vita e nella tua scrittura?

L’inquietudine è quella sottile energia che si mette in moto, per me spontaneamente, nel rapporto con la quotidianità della vita. Può darsi dipenda, in me, dall’evidenza cresciuta con gli anni che la realtà non è mai quella che appare. Dunque, è una risposta uguale e contraria allo stimolo che su di me opera l’apparenza. Bisogna sempre andare oltre, al di là di quel velo sul quale si fermano i nostri occhi e le nostre mani. In fondo collegato all’inquietudine è il senso del vuoto che avverto e vivo continuamente, quella sorta di impronta nella quale sembra stia adagiata quel che chiamiamo realtà. O, se preferisci, l’esperienza continua della parte di vuoto che riguarda la realtà. Cosa che in sé non mi procura preoccupazione, ma curiosità, magari un po’ incredula, ma stimolante.

La tua poesia parte spesso da un nucleo-concetto e, con una leggerezza e una sobrietà tutte giocate sul ritmo e sulla rima da una parte, e sull’ironia dall’altra, vi “danza” intorno per mostrarne sfaccettature mai scontate. Credi che si possa definire la propria poesia e, se sì, in che modo descriveresti la tua? Ti riconosci nell’espressione “poesia di pensiero” o la trovi riduttiva? 

Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto che per me, in poesia, la realtà conta solo in quanto pensata. Credo che abbia ragione, anche se per un autore è pressoché impossibile definire la propria scrittura. Il mio è comunque un realismo apparente, a parte poi la convinzione che non ci sia niente di più fuorviante della così detta realtà. La mia è una formazione di linguista (Heilmann, Barthes, Chomsky sono i maestri con i quali ho studiato) e per me conta abbandonarmi alla lingua, a quella lingua che viene dal profondo e da lontano e che passa attraverso la riconsiderazione della ragione, la lingua paradossalmente ancora “indifferenziata” in cui la musica è il contenuto e il contenuto la musica. La poesia, dunque, è per me il ritmo del pensiero, come diceva Pessoa. So, da linguista, che la “chiarezza” è partitura musicale ed è il massimo dell’ambiguità (in senso positivo): nasconde una complessità e una stratificazione che pesca nel fondo più fondo. Ecco perché i linguisti amano la poesia (per esempio, i suddetti tre) e ne capiscono più dei così detti critici letterari (anche i più profondi dei quali lavorano ancora troppo in superficie).

Da poco è uscito con Mondadori “Le cose del mondo”. Perché tematizzi queste “cose” (oggetti, parti del corpo)? È un nominare il mondo nei suoi più piccoli dettagli per ordinarlo oppure per scomporlo… o magari per farlo esistere? Come nasce questo libro e cosa rappresenta rispetto alle pubblicazioni precedenti?

Rifacendomi a quello che dicevo più sopra, le cose per me sono il “pensiero” delle cose, pensiero che si materializza attraverso la verbalizzazione, usando cioè le parole, che sono contenitori stratificati ciascuno frutto di una crescita nel tempo attraverso il succedersi e il comporsi delle esperienze. Ogni parola che uso e che faccio mia è un mondo, un contenitore dell’insieme che la costituisce e la caratterizza, con le sue radiche che pescano nel fondo più fondo. Pronunciandone il nome, ogni cosa porta in superficie tutto ciò che la fa essere quella che è.

Hai scritto anche racconti e romanzi. Cosa ti permette la poesia rispetto alla narrativa… e viceversa? 

La poesia più della narrativa consente di attingere a quel vuoto di cui parlavo prima e che in realtà è un pieno, ma in absentia. Come sanno i linguisti, l’espressione massima riguarda le singole parole e poco e niente il filo sintattico che le lega insieme. E la poesia da sempre sa che per dire il massimo bisogna dire il minimo, che meno dici e più dici, perché alludendo attiri sulla scena quel mare dell’essere ribollente che dicendo troppo si rafferma, si solidifica, perde ricchezza. Sapendo dunque che la narrazione sintattica è un modo più di intrattenimento che di approfondimento, quando scrivo in prosa mi lascio comunque trascinare sempre e solo da un impulso musicale. Perché, comunque, la musica salva almeno in parte la deriva descrittiva della prosa.

Parlami un po’ della tua esperienza come traduttore. Quali sono le tue soddisfazioni in questo campo? Nell’agone del confronto con gli autori stranieri che hai tradotto, oltre alle vittorie, ci sono stati anche momenti in cui hai dovuto cedere terreno? Mi avevi riferito nel passato che, a ventiquattro anni, avevi partecipato persino a una ricerca europea sulle sviste nella Bibbia, occupandoti del famoso passaggio “è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago”. Mi vuoi dire qualcosa al riguardo?

Tradurre, per me, è sempre stato e continua ad essere un modo per allenare la mia scrittura. Traduco sempre e solo testi che mi interessano e in poesia, anche quelli che normalmente si considerano prosa ma che in realtà sono stati concepiti in poesia, come il libro della Regola celeste o alcuni libri della bibbia. E non solo contro certe sviste o certi equivoci linguistici che caratterizzano molte traduzioni. Il riferimento al cammello che dovrebbe passare per la cruna dell’ago è proverbiale. Per l’errore di una vocale lì il traduttore ha pensato al cammello invece che alla gomena… moltiplicando involontariamente l’effetto. La traduzione è una lotta, un corpo a corpo con il testo, per entrare nello spirito senza farsi ingannare dalla lettera. È un duello che mi ha sempre affascinato e che trovo straordinariamente stimolante rispetto al mio stesso scrivere.

Quali sono le letture che ti hanno segnato maggiormente, quali le letture che hai abolito e quelle a cui ti accingerai domani?

Sono stato un lettore precoce e onnivoro, fin da giovanissimo. Poco sorvegliato e dunque libero di occuparmi di tutto quello che mi incuriosiva. Le letture che contano tuttavia sono solo quelle della grande letteratura, le uniche che come pratiche esoteriche involontarie ti portano al fondo delle cose e ti fanno conquistare la parte sepolta e oscura di te stesso. Ma da giovani, si sa, c’è tempo da perdere. Invecchiando ho abolito via via le letture di intrattenimento e sono tornato alla grande letteratuta, in versi e in prosa, rileggendo anche più volte gli stessi libri. Così continuerò anche domani. Ma non saprei fare una classifica, l’elenco sarebbe troppo lungo.

***

Una selezione di poesie di Paolo Ruffilli da “Le cose del mondo” (Mondadori 2020)

Eccolo, il nome della cosa: 

l’oggetto della mente 

che è rimasto preso e imprigionato

appeso nei suoi stessi uncini

disteso in sogno, più e più inseguito

perduto dopo averlo conquistato 

e giù disceso sciolto e ricomposto 

rianimato dalla sua corrosa forma e

riprecipitato nell’imbuto dell’immaginato.

*

BAMBOLA

Piccola copia pura al femminile,

orma e figura rituale del mangiare  

e del coprirsi nell’uso comune familiare.

Bocca infantile nell’esercizio e cura 

di vivi replicanti per diventare adulti 

a imitazione. Scatola morale dei pensieri

buoni e disonesti, dei modi, dei sogni e

desideri, di cavità e anfratti occulti 

sotto le vesti. Tutto organizzato a farne, 

degli aspiranti, i praticanti senza la persona

del fuoco virtuale della carne.

*

CALZE

Guanto di raso che fa da guaina e fodero, 

cornice e sottolineatura della carne rosa.

Radice e manto, vaso e copertura 

del puro desiderio, felice accesso e muro, 

marchio impresso a fuoco nella testa.

Su dal rinforzo della punta, così sopra il tallone

si inerpica per la giuntura lungo tutta la salita 

della cresta il labbro dell’intera cucitura:

orlo del burrone, strappo e radice della sua ferita,

manifesta cicatrice dell’avvenuta squartatura.

*

CAPPELLO

Partito con l’intento di fare solo

da riparo e da difesa al fronte in alto

delle sommità scoperte alle intemperie, 

ma scivolando nel corso del suo andare

e presa un’altra via finito al ruolo

della fatua spia, restando su di noi

come vessillo al vento ecco che si finge 

e tinge a nostro supremo comandante

che maschera e converte, ad arte 

e nel leggero, la sua parte di nocchiero

in quella di astronave e di natante.

*

GOMMA

Come una spugna, freme avida  

e affamata, ma quanto più ne mangia

tanto è consumata. Però non teme 

di trovarsi usata senza posa.

Si oppone generosa ad ogni torto.

Non lascia segno che non vuole, pronta

a piegarsi, a fare capriole. Fonte

di conforto, coperchio per gli errori, 

un ponte levatoio che cala e monta 

per tirarci fuori di prigione.

*

LAVAGNA

Labile specchio, schermo di paura

su cui campeggia il vuoto. Imprime 

alla freccia il moto e glissa a lato

la mano timorosa. E il mondo 

incappa nella rete, tolto alla nebbia,

colto e richiamato nei tratti del gesso

che si incide, gratta, striscia, stride:

mostro di scrittura. Così, dal buio fermo,

la lastra polverosa fissa su dal fondo

a un tratto il bordo della cosa.

MATITA

Il piccolo cilindro smozzicato, pendolo

appuntito calato nel pozzo della sera.

Con le sue dita agili scattanti subito

pronte a scivolare avanti, alla scoperta:

testa di ponte, presagio, traccia nera

offerta in pegno e poi seguita dal colore.

Il primo segno inciso sul chiarore.

*

SCARPA

Il ritmo di due rintocchi andanti

in corsa cadenzata, indietro avanti,

in volo nonostante il laccio al piede

e quasi fionda o catapulta che la tiene 

sollevata su dal suolo mentre appoggia.

Il segreto della scarpa viaggia in coppia:

cementa l’unità mentre si sdoppia.

*

VOCABOLARIO

Registro, elenco, catalogo, inventario

– ministro di governo, regina delle carte

e scorta e giacimento di parole in schiera –

l’intera torta tagliata in pezzi e offerta

per ordine e per grado, la porta aperta 

verso l’inferno il paradiso e l’eldorado.

Miniera, cascata, sorgente e serbatoio

del bene e male, del vizio e del talento, 

il continente nel suo tratto emerso

e la parte inabissata, sintetico sommario,

sistematico schedario di tutto l’universo.

Paolo Ruffilli è nato nel 1949. Ha pubblicato di poesia: Piccola colazione (Garzanti, 1987), Diario di Normandia (Amadeus, 1990), Camera oscura (Garzanti, 1992), Nuvole (con foto di F. Roiter; Vianello Libri, 1995), La gioia e il lutto (Marsilio, 2001), Le stanze del cielo (Marsilio, 2008), Affari di cuore (Einaudi, 2011), Natura morta (Nino Aragno Editore, 2012), Variazioni sul tema (Aragno, 2014), Le cose del mondo (Mondadori, 2020). Di narrativa: Preparativi per la partenza (Marsilio, 2003); Un’altra vita (Fazi, 2010); L’isola e il sogno (Fazi, 2011). Di saggistica: Vita di Ippolito Nievo (Camunia, 1991), Vita amori e meraviglie del signor Carlo Goldoni (Camunia, 1993); oltre a numerose curatele di classici italiani  e inglesi. Ha tradotto: R. Tagore, Gitanjali (San Paolo, 1993), La Musa Celeste: un secolo di poesia inglese da Shakespeare a Milton (San Paolo, 1999), La Regola Celeste – Il libro del Tao (Rizzoli, 2004), Osip Emil’evič Mandel’štam, I lupi e ilrumore del tempo (Biblioteca dei Leoni, 2013), Costantino Kavafis, Il sole del pomeriggio (Biblioteca dei Leoni, 2014), Anna Achmatova, Il silenzio dell’amore (Biblioteca dei Leoni, 2014), Boris Pasternak, La notte bianca (Biblioteca dei Leoni, 2016), K. Gibran, Il Profeta (Biblioteca dei Leoni, 2017). www.paoloruffilli.it

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