Vivalascuola. La tragedia della pandemia e la farsa della “didattica a distanza”

La scuola italiana, chiusa per l’emergenza sanitaria, ha attivato ove possibile la didattica a distanza. 6,7 milioni di studenti ne sono raggiunti, mentre 1,6 milioni non ne possono usufruire. Ricorriamo a tutti i mezzi a disposizione per non interrompere la relazione educativa con i nostri allievi. Ma adesso che la stiamo praticando lo possiamo dire per esperienza: la didattica a distanza non è scuola, la scuola richiede prossimità. Diciamolo chiaramente per sconfiggere, dopo il coronavirus, il virus dell’ignoranza e della diseducazione. Sul tema vivalascuola propone una riflessione di Giovanna Lo Presti e, tra i numerosi materiali disponibili in rete, le riflessioni-esperienze di Paolo Piccolella e Flavia Franco. Qui testimonianze da scuola primaria, secondaria, corsi serali.

Indice
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.Dalla tragedia della pandemia alla farsa della “didattica a distanza”, di Giovanna Lo Presti
Abrogare aude! La didattica a distanza nell’epoca del distanziamento, di Paolo Piccolella
Valutare la didattica a distanza: io sto con il maestro Manzi, di Flavia Franco
Monitoraggio sulla didattica a distanza, di Alex Cornazzoli
Didattica a distanza, docenti già sotto stress rischiano “rottura”: testimonianze, di Vittorio Lodolo D’Oria
Genitori spioni, di Lucio Ficara
Uso eccessivo delle tecnologie: rischi per la vista e problemi di dipendenza, di Andrea Toscano
Risorse in rete

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Dalla tragedia della pandemia alla farsa della “didattica a distanza”
di Giovanna Lo Presti

Metto in premessa la mia opinione: per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale (sono ormai pochi quelli che hanno un ricordo preciso della guerra) ci sentiamo in pericolo come collettività. Le scuole sono chiuse e mi pare auspicabile e giusto che ogni insegnante desideri tenere i contatti con i propri studenti. Perciò approverei, da parte ministeriale, ogni caldo invito a mettere in campo i mezzi che si hanno per non interrompere la relazione educativa; esorterei anche i dirigenti scolastici a fornire ai loro docenti una serie di strumenti e di esempi su come continuare il colloquio con bambini e ragazzi. Invece no. Il ministro si lancia in affermazioni avventate, che non tengono conto dello stato reale della scuola italiana, abbonda in parole e difetta in contenuti, rovescia sui dirigenti la responsabilità di “gestire l’emergenza” e quelli, come caporalmaggiori che non vedono l’ora di esercitare il comando, rovesciano sui docenti circolari e, per non essere da meno del Ministro, producono enfatici proclami e non rinunciano a larvate minacce per gli inadempienti. Insomma, solo e soltanto per la scuola sembra che nulla sia cambiato: vediamo lo stesso stile, lo stesso velleitarismo, lo stesso ottundimento che prevale nella fase “normale”.

Il momento è grave e non è il caso di aprire adesso un dibattito serio né sulla didattica a distanza né sull’uso (quanto opportuno?) delle Nuove Tecnologie (neanche poi così “nuove”) nei processi di apprendimento-insegnamento. Il dibattito, serrato, documentato, appassionato, avrebbe dovuto essere vivo e vitale da anni – tanto più che l’Italia (e direi l’intero Occidente) si trova ad affrontare una emergenza educativa che, pur meno funesta in tempi brevi rispetto a quella sanitaria, rischia di aver un impatto molto negativo nel futuro prossimo. Proprio perché il momento è grave sarebbe invece il caso di non parlare a vanvera, di lasciar da parte quello spirito di improvvisazione per cui gli italiani vanno famosi nel mondo e di abbandonare ogni sciocca forma di retorica e di esaltazione di un “ottimismo della volontà” di qualità almeno dubbia.

Leggere le dichiarazioni del ministro Azzolina non può che destare perplessità; percepire il protagonismo della giovane ministra un po’ troppo spesso sottolineato da un sorriso color rosso fiamma ci mette in imbarazzo. Cominciamo a capire i motivi che portarono qualche mese fa (in un tempo che sembra ormai così lontano) il professor Massimo Arcangeli ad accusare, motivatamente, la ministra di plagio. Rinfreschiamo la memoria: Azzolina si presentò all’orale del concorso per dirigenti scolastici quando era già deputata, senza alcun senso dell’opportunità: si giustificò dicendo che, al momento dello scritto era soltanto una professoressa. La sua tesina conclusiva della SISS era in parte copiata da altri testi: si giustificò dicendo che era “soltanto” una tesina. La bibliografia della suddetta tesina, che chiudeva il percorso per l’abilitazione all’insegnamento, consisteva in CINQUE testi! Per questo fatto non risulta abbia fornito alcuna giustificazione. Inoltre, alla prova di Informatica, la ministra, che è quella stessa persona che inneggia ed esorta all’insegnamento a distanza, conseguiva il punteggio di 0 su 6. Zero, cioè nulla. Ed ora la Azzolina dichiara:

Ai docenti lo dico chiaro: andate avanti con la didattica a distanza. È il ministro dell’Istruzione che ve lo chiede. E ve lo chiede perché lo chiedono le famiglie e gli studenti. Perché c’è un mondo che sta cambiando repentinamente. Perché c’è un imperativo categorico, direbbe Kant, che dal di dentro, dalla vostra morale, vi direbbe di andare avanti”.

Cosa ci deve colpire di più in questo appello? Il tono perentorio? La dubbia consequenzialità dei concetti? L’allure del testo che rende banale persino l’imperativo kantiano? Contro l’enfasi fuor di luogo, contro la retorica modernista, contro la mancanza di senso di realtà, che è il solo motivo che può portare ad affermare che qualche decina di milioni di euro possano risolvere il digital divide ed attrezzare adeguatamente tutte le nostre scuole c’è un antidoto. È quello, pochissimo praticato dai nostri politici, della sobrietà. Siamo convinti che i docenti italiani stiano facendo tutto quello che è nelle loro possibilità per star vicino ai propri studenti. Ma non è il caso che la ministra faccia pressione sui presidi ed organizzi inutili ed approssimativi rilevamenti, non ha senso che le cosiddette “buone pratiche” vengano spettacolarizzate attraverso una pagina Facebook, che fungerà da “vetrina principale”. Citiamo dal sito del MIUR:

Sarà poi possibile interagire, attraverso l’hashtag #LaScuolaNonSiFerma, su Instagram, postando storie e foto che alimenteranno questo racconto, anche sul social più amato dai ragazzi. Al via, poi, un canale Telegram dove ci saranno, oltre ai racconti e alle esperienze, informazioni utili per la didattica a distanza”.

La scuola non ha bisogno di vetrine
La scuola non ha bisogno di vetrine, non ha bisogno di spettacolarizzazione; ha piuttosto bisogno di cultura, di capacità di riflettere, di senso della realtà, di capacità di immaginare un futuro migliore del presente troppo spesso “virtuale” in cui i nostri bambini ed i nostri ragazzi rischiano di arenarsi. Se la scuola “in presenza” incontra le molte difficoltà che tutti conosciamo, cosa potrà fare la scuola “a distanza”? Secondo chi scrive dovrebbe garantire, nel caso in cui lo possa fare, un canale di comunicazione che abbia un’unica pretesa: quello di non interrompere il colloquio tra adulti e ragazzi, quello di cogliere e dare risposta, se possibile, a tutti gli interrogativi che gli studenti vorranno porre, in questo momento critico, ai loro docenti. Per ora ogni insegnante di buon senso dovrebbe gettare alle ortiche lo svolgimento del programma, i voti, le esercitazioni di prammatica. Questo dovrebbe essere il momento di allargare l’orizzonte e toccare (soltanto laddove sia possibile farlo) tasti che la nostra scuola dimentica o non può toccare, stretta nelle angustie del programma da svolgere, delle valutazioni da dare “in congruo numero”, dei recuperi e di tutta quella rete di obblighi che soffoca la “comunità educante”.

Qualche proposta operativa: si seguano nello svolgimento del programma le classi finali che dovranno dare l’esame di maturità a giugno. Con tutti gli altri studenti si trasmetta qualcosa che ha a che fare con la cultura dei loro docenti e che i tempi stretti della scuola “normale” non permettono di sviluppare compiutamente: si suggeriscano testi da leggere, musica da ascoltare, pensieri su cui confrontarsi – ma si lasci perdere lo “svolgimento del programma”. Una delle frasi più frequenti nell’aula insegnanti è “sono indietro con il programma”. Bene, è tempo di emergenza – lasciamo alle nostre spalle il programma e portiamoci avanti con la conoscenza. E dunque, la scuola deve agire con l’intelligenza della situazione: può ancora seguire (lo ripetiamo, dove si può con la formazione a distanza; altrove anche con quei mezzi sottovalutati dalla ministra, come l’invio di materiali didattici) gli studenti dell’ultimo anno. Con gli altri ci sarà tempo per completare le lezioni, per i compiti, per le interrogazioni ed i voti. Per quest’anno non auspicherei né scrutini abborracciati né una sanatoria generale; meglio sarebbe un passaggio sub condicione, sottoposto nel corso del prossimo anno a verifica e a convalida. Questo chiedono i tempi eccezionali in cui stiamo vivendo. E se vogliamo discutere con i nostri studenti più grandi (non è argomento da bambini) apriamo il dibattito sullo sloganLa scuola non si ferma. A fine febbraio, secondo il sindaco Sala, nemmeno Milano si doveva fermare – tutti abbiamo visto lo spot demenziale “Milano non si ferma”. Pochi giorni dopo è stata la volta del “Restate tutti a casa”. Dunque, ecco un tema per discutere con gli studenti delle classi finali: hashtag LaScuolaNonSiFerma da una parte. Dall’altra il sublime Leopardi della Ginestra, che così parla della capacità distruttiva della Natura:

… Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.

Basta un Coronavirus per metterci in ginocchio; questa consapevolezza ci deve esortare alla solidarietà e non certo a predicare le “magnifiche sorti e progressive” di una scuola che, scelleratamente, non si ferma mai.

Apriamo il dibattito sullo sloganLa scuola non si ferma
Un libro che consiglierei per queste giornate lunghe si intitola Non c’è tempo. Diciotto tesi sull’accelerazione. Lo ha scritto Lothar Baier ed è stato pubblicato nel 2004 da Bollati Boringhieri. La tesi centrale, dimostrata in una serie di capitoli che toccano vari aspetti della modernità, attraverso una quantità multiforme di esempi, è che oggi la mancanza di tempo è una sensazione diffusa e paradossale. Quella stessa tecnologia che, almeno teoricamente, dovrebbe farci risparmiare tempo, paradossalmente distrugge questo bene prezioso.

Non c’è tempo, per nessuno, nemmeno per i nostri bambini. Noi non abbiamo tempo per loro – “Il tempo è denaro”, affermava Benjamin Franklin e noi dobbiamo lavorare per guadagnare e non abbiamo più tempo per i nostri figli. A loro volta, i nostri figli non hanno tempo: li deportiamo dal corso di inglese a quello di nuoto, da quello di arti marziali a quello di danza, secondo i gusti, le preferenze, l’appartenenza sociale dei genitori. I bambini hanno vite sature di impegni e disimparano una capacità fondamentale: quella di non far niente, di annoiarsi in santa pace. Soltanto su questo terreno può attecchire il seme della riflessione, soltanto in lunghi pomeriggi vuoti da impegni può nascere e svilupparsi il gusto per la lettura, attività che esige lentezza e tempi distesi.

Bambini e ragazzi sono da settimane liberi dagli impegni scolastici e vivono in un tempo sospeso ed in un clima claustrofobico. Il messaggio che la Scuola lancia, per bocca della sua rappresentante più alta nella scala gerarchica, si riassume, come abbiamo visto, nello sloganLa scuola non si ferma”. Se dovessimo raccogliere i testi ministeriali e le circolari emesse dai singoli dirigenti dopo la chiusura delle scuole a causa dell’epidemia sono certa che potremmo formarne numerosi volumi. Uno, solo ed importante era il messaggio che ci saremmo aspettati dai vertici ministeriali. Era necessario e sufficiente un appello ai più giovani a resistere e a sfruttare nel modo migliore – diverso per ciascuno di loro – il tanto tempo a disposizione, libero da impegni esterni; l’assicurazione che i loro insegnanti avrebbero fatto di tutto per essere loro vicini non per obbligo contrattuale ma per senso di umanità, per tenere in vita, anche nell’emergenza sanitaria, la relazione con i propri studenti; l’espressione di solidarietà alle famiglie, in prima linea per rassicurare e proteggere bambini e ragazzi.

L’atteggiamento del Ministro ha favorito invece patetiche discussioni; i siti specializzati sono zeppi di testimonianze di docenti che si lodano imbrodandosi (e che vanno a rimpinguare le “buone pratiche” che la ministra vuole mettere “in vetrina”), di altri che, più realisticamente, denunciano l’impossibilità di praticare l’insegnamento a distanza (per mancanza di mezzi), di altri ancora che ricordano che l’Italia, anche da questo punto di vista, è frammentata, divisa tra chi ha e chi non ha. I dati odierni, forniti dallo stesso Ministro, ci dicono che 6,7 milioni di studenti sono stati raggiunti dall’insegnamento a distanza mentre 1,6 milioni non ne hanno potuto usufruire.

Sulla maggioranza dei “raggiunti” una sola annotazione: come sono stati raggiunti? Qual è stata l’efficacia didattica dei molti sforzi messi in campo dai docenti? Abbiamo, senza alcuna presunzione, già la risposta a questa domanda: i più fortunati sono quelli di sempre, quelli che hanno il proprio computer, la linea Internet superveloce a disposizione, la propria camera in cui ritirarsi per seguire le lezioni, un efficace collegamento con la scuola, già rodato in precedenti occasioni etc. Questo non è l’identikit completo dei “raggiunti”, ma ci si avvicina. L’identikit dei non raggiunti è più semplice da disegnare: sono gli studenti più deboli, diseredati, proprio quelli che la scuola dovrebbe avere più a cuore, proprio quelli che la scuola come istituzione, anche in questa occasione, dovrebbe cercare di sostenere. E ritengo che sia più importante un sms, una telefonata affettuosa fatta dai loro insegnanti al gruppo dei “non raggiunti” di tutte le “buone pratiche” sbandierate in questo momento difficile.

Spingere l’acceleratore sull’insegnamento a distanza, erigerlo a panacea di ogni male didattico, far credere (agli allocchi) che i mali della scuola italiana derivino dall’arretratezza tecnologica è stata un’operazione ipocrita o da ignoranti. Il primo compito di un educatore è quello di non lasciare indietro nessuno: al Ministero dovevano sapere che una quota consistente della popolazione studentesca non è in grado di usufruire dell’insegnamento a distanza. Azzolina si è comportata come chi, ben sapendo che una parte degli studenti di una classe non potrà parteciparvi per ragioni economiche, proponga un viaggio di istruzione molto costoso. Ha fatto molto male; male hanno fatto i dirigenti zelanti (moltissimi) che hanno assunto il tono del comando spingendo i propri docenti a praticare piattaforme più o meno improvvisate e modalità di formazione a distanza, riproponendo così i modi ed i tempi scolastici in modo parodistico; male hanno fatto i non pochi docenti che si son fatti belli di una situazione di vantaggio.

Ancora una volta, una parte della scuola dimostra di essere contagiata da un virus per cui sembrerebbe non esserci rimedio, che è il virus del Primo della Classe. Ma c’è un’altra parte della scuola che non si arrende all’omologazione e, pur di fronte all’emergenza, mantiene capacità di giudizio: si dà da fare, ma rifiuta le “vetrine”, agisce ma continua ad essere perplessa di fronte alla retorica ministeriale, non rinuncia a giudicare le “nuove tecnologie” e si rifiuta di ritenerle il futuro dell’educazione. Questa parte viva della scuola italiana sa che imparare richiede tempo e pazienza, sa che nulla potrà sostituire il rapporto umano nella trasmissione del sapere.

Sobrietà, conoscenza della situazione reale della scuola italiana, capacità di giudizio, riflessione sul potere negativo che le cosiddette “nuove tecnologie” hanno su bambini e ragazzi: ecco alcune delle principali mancanze di una ministra dell’Istruzione troppo poco istruita, nonostante le due lauree sempre esibite ed i concorsi superati.

Anche la scuola si ferma quando è ora di riflettere sulla fragilità degli esseri umani
Perciò, allo slogan “La scuola non si ferma”, all’attivismo ad ogni costo noi opponiamo un altro pensiero: anche la scuola si ferma quando è ora di riflettere sulla fragilità degli esseri umani: gli adulti tendono una mano ai loro figli, ai loro studenti, li rassicurano ed insegnano loro che c’è un tempo per ridere ed uno per piangere, un tempo per correre ed un tempo lento che servirà da slancio quando la normalità tornerà.

Abbiamo letto tante volte delle difficoltà dei nostri studenti nella lettura e nella scrittura; gran parte di tali difficoltà derivano dai ritmi accelerati che noi imponiamo loro, dall’atteggiamento insieme superficiale e bulimico verso l’acquisizione del sapere, dalla perdita di ogni gradualità nell’apprendimento. Abolito ogni Gradus ad Parnassum, abbiamo illuso i nostri bambini che l’ascesa al monte su cui abitano le Muse, laddove si trovano le più alte espressioni dell’umano, passasse per il coding, che il tablet fosse migliore del libro e del quaderno e che la velocità di un videogioco potesse sostituire, migliorandola, una qualsiasi lezione. E poi ci lamentiamo se non leggono e se non capiscono quello che leggono! Leggere e scrivere esige lentezza: soltanto con i tempi lunghi si impara a scrivere correttamente o a padroneggiare pienamente un testo.

Dedico agli insegnanti questa bella citazione di Walter Benjamin, una delle tante presenti nel libro di Lothar Baier che ho citato all’inizio:

La forza di una strada è diversa a seconda che uno la percorra a piedi o la sorvoli in aeroplano. Così anche la forza di un testo è diversa a seconda che uno lo legga o lo trascriva. Chi vola vede soltanto come la strada si snoda nel paesaggio, ai suoi occhi essa procede secondo le medesime leggi del terreno circostante. Solo chi percorre la strada ne avverte il dominio, e come da quella stessa contrada che per il pilota è semplicemente una distanza di terreno essa, con ognuna delle sue svolte, faccia balzar fuori sfondi, belvedere, radure e vedute allo stesso modo che il comando dell’ufficiale fa uscire i soldati dai ranghi.

Così, solo il testo ricopiato comanda all’anima di chi gli si dedica, mentre il semplice lettore non conoscerà mai le nuove vedute del suo spirito quali il testo, questa strada tracciata nella sempre più fitta boscaglia interiore, riesce ad aprire; perché il lettore obbedisce al moto del suo io nel libero spazio aereo delle fantasticherie, e invece il copista si assoggetta al suo comando. La pratica cinese del ricopiare i libri era perciò garanzia incomparabile di cultura letteraria, e la trascrizione una chiave per penetrare gli enigmi della Cina”. (1)

Ed ora qualche dubbio sul fatto che la scuola italiana sia arretrata perché il “parco” delle tecnologie digitali è troppo sguarnito e, di conseguenza, non abbia la capacità di attivare un efficace insegnamento a distanza. Cominciamo dai più piccoli e citiamo uno documento dell’OMS:

I bambini sotto i cinque anni devono trascorrere meno tempo seduti a guardare gli schermi, o trattenuti in carrozzine e sedili, ottenere un sonno di qualità migliore e avere più tempo per giocare attivamente se vogliono crescere sani […]

Per i bambini di 1 anno, si sconsiglia il tempo dello schermo sedentario (come guardare la TV o i video, giocare ai giochi per computer). Per quelli di età compresa tra 2 anni, il tempo di schermatura sedentaria non dovrebbe essere più di 1 ora; meno è meglio. I bambini di 3-4 anni dovrebbero:
Trascorrere almeno 180 minuti in una varietà di tipi di attività fisiche a qualsiasi intensità, di cui almeno 60 minuti siano attività fisica di intensità da moderata a vigorosa, diffusa durante il giorno; più è meglio.
Non essere trattenuti per più di 1 ora alla volta (ad es. carrozzine / passeggini) o sedersi per lunghi periodi di tempo. Il tempo dello schermo sedentario non dovrebbe essere più di 1 ora; meno è meglio”. (2)

Ci pensino bene tutti coloro che vorrebbero fornire ai “nativi digitali” un tablet insieme con il biberon. Anche per i più grandicelli, però, l’esposizione allo schermo di un tablet, di uno smartphone, di un computer non è poi così raccomandabile. Ce lo dicono ormai numerosi studi di neuroscienziati che lanciano l’allarme (ignorato da troppa pedagogia d’accatto) sull’uso precoce delle “nuove tecnologie”.

Tra tutti coloro che hanno studiato l’argomento uno dei più famosi è il neuropsichiatra Manfred Spitzer (3), del quale raccomanderei caldamente (anche ad Azzolina) la lettura di un saggio, eloquente già dal titolo, Demenza digitale. La tesi centrale del libro è netta: i computer non sono macchine per imparare ma macchine per ostacolare l’apprendimento. Non solo: il loro uso precoce influisce in modo decisivo sullo sviluppo cerebrale e, poiché il cervello si sviluppa analogamente ai muscoli, ancorché in modo più complesso, l’apprendimento è alla base del suo sviluppo. Risulta indispensabile una interazione attiva con l’ambiente e sono le prime fasi della vita umana quelle decisive per lo sviluppo cerebrale. Cosa c’è che non va nell’uso intensivo dei nuovi media nell’infanzia e nell’adolescenza? Il fatto che il computer sottragga a chi lo usa lavoro mentale:

I media digitali rendono superficiale il pensiero, distraggono ed inoltre presentano effetti collaterali indesiderati...”.

La scarsa capacità di memorizzare dei nostri giovani, la difficoltà nella lettura e nella scrittura che ogni giorno verifichiamo ne sono buoni esempi. Potremmo spingerci oltre, poiché l’uso scolastico dei media digitali è soltanto una parte della colonizzazione che tali tecnologie hanno operato sulla mente dei più giovani. La violenza gratuita che caratterizza molti videogiochi, la pornografia che dilaga su Internet non possono essere neutre rispetto alla formazione della personalità dei più giovani. Conseguenze ne sono lo sviluppo di un’affettività turbata e di un immaginario erotico che certo non contribuirà ad un sereno sviluppo della personalità. Chi lo nega, nega una evidenza.

Il computer è la tipica macchina ammazza-tempo: dovrebbe velocizzare molte operazioni ed invece divora grandi quantità del nostro tempo. Ma, soprattutto, siccome qui non stiamo parlando di adulti ma di bambini e di adolescenti, non è, lo ripetiamo, una macchina adatta ad imparare, se non in casi eccezionali: se noi vivessimo in paesi in cui la scuola più vicina dista settanta chilometri, accoglieremmo con entusiasmo la possibilità dell’insegnamento a distanza. Sia ben chiaro, quindi: non facciamo parte dei laudatores temporis acti, non rimpiangiamo nessun passato edenico e non neghiamo, per gli adulti, possibilità di usi importanti e notevoli delle nuove tecnologie. Vorremmo soltanto lanciare l’allarme rispetto al mito del digitale applicato all’insegnamento. Se i nostri politici fossero più onesti (e più colti) dovrebbero riconoscere che anche quelle fonti ufficiali cui fanno continuo riferimento non hanno evidenziato alcun effetto positivo dell’introduzione del computer nella didattica.

Technology can amplify great teaching but great technology cannot replace poor teaching
I dati Ocse presenti in un rapporto su istruzione e competenze informatiche apparso nel 2015 (4) e relativo ai dati PISA del 2012, evidenziava che

in Spagna o in Svezia, dove l’uso del computer a scuola è più frequente che altrove, i risultati degli studenti nei test sulle abilità legate alla Lettura in Digitale non appaiono particolarmente brillanti (498 punti in Svezia e 466 in Spagna, contro la media OCSE di 497). Viceversa, in Corea e Shanghai-Cina, Paesi nei quali rispettivamente solo il 42% e il 38% degli studenti quindicenni ha riferito di usare un pc o un tablet a scuola, gli studenti hanno ottenuto livelli di performance tra i più elevati nei test proposti, raggiungendo rispettivamente i punteggi di 555 e 531”. (5)

Ecco un altro paradosso per i fautori della didattica basata sui media digitali. La conclusione è che il

rapporto migliore tra uso del computer a scuola e risultati degli studenti sembra prodursi quando gli studenti fanno un uso moderato del computer, a fronte di risultati in Lettura in Digitale inferiori quando l’utilizzo giornaliero del computer è eccessivamente/molto limitato o, all’opposto, è molto/eccessivamente intenso”.

Nello stesso rapporto compare un aspetto del digital divide che è bene segnalare: il rapporto, infatti

analizza anche la “disparità digitale” (digital divide) su base sociale. In Italia ha accesso a internet il 92,9% degli studenti svantaggiati (6,3 punti percentuali in meno degli studenti avvantaggiati) i quali passano su internet 94 minuti al giorno (nel weekend; 7 min./g. in più degli avvantaggiati), ma solo il 66,2% lo fa per cercare informazioni pratiche (il 13% in meno degli avvantaggiati), mentre il 42% naviga su Internet per i giochi (2,2 punti percentuali in più degli avvantaggiati)”.

Conclusione: un’ottima tecnologia non può sostituire un cattivo insegnamento

Aggiungere le tecnologie del 21esimo secolo alle pratiche di insegnamento del 20simo secolo semplicemente diluisce l’efficacia dell’insegnamento. Se gli studenti usano lo smartphone per fare copia e incolla è improbabile che questo li aiuti a diventare più smart. La tecnologia può amplificare l’effetto di un ottimo insegnamento, ma un’ottima tecnologia non può sostituire un cattivo insegnamento”.

Un altro prezioso saggio che indica in maniera documentata i “rischi della scuola 2.0” è Senza educazione di Adolfo Scotto di Luzio (6).  Merita di essere letto e qui mi limito ad esporre una delle tesi centrali: non ci sono evidenze che l’informatizzazione della scuola migliori i risultati degli studenti (abbiamo appena visto che ci sono, anzi, evidenze contrarie) e destinare cospicui investimenti all’informatizzazione non farà che aggravare il già penoso stato della scuola italiana ed accrescere il divario tra gli studenti provenienti da strati sociali disagiati e studenti che invece appartengono a strati privilegiati dal punto di vista sociale, economico, culturale. Insomma, digitalizzare comporta il forte rischio di una “scuola di classe 3.0”.

Non vorremmo che, anche in questo campo, ci si comportasse come già s’è fatto in altri. Oggi sono chiari a (quasi) tutti i risultati preoccupanti cui hanno portato le politiche di “rigore” dell’Unione europea: ridurre la spesa sociale ha minato il sistema sanitario e la scuola, ridurre i redditi delle famiglie ha creato situazioni di disagio esistenziale non da poco, rendere “flessibile” il lavoro ha fatto crescere la disoccupazione e precarizzato la vita di troppe persone. I “rigoristi” europei chiedono ancora e ancora di tagliare e si comportano come quel medico senza testa che, vedendo che la cura non funziona e che il paziente peggiora, si ostina e persevera, limitandosi ad aumentare le dosi degli stessi farmaci. Se così sarà, se non si arriverà – e in fretta – a cambiare la cura, provvedendo velocemente alla redistribuzione della ricchezza sociale e del lavoro, l’uscita dalla pandemia sarà l’inizio di una guerra sociale dissennata.

A paragone di tali pericoli sia le fantasie attuali di Azzolina sia le spinte verso una accelerata ed acritica informatizzazione delle scuole sembrano poca cosa. Ma prima o poi la pandemia passerà ed allora ci dovremo trovare pronti a dire la nostra anche su questi aspetti adesso marginali. Abbiamo visto a cosa sta portando lo smantellamento del nostro sistema sanitario; le conseguenze dell’emergenza educativa sono meno clamorose ma altrettanto preoccupanti, almeno per chi crede nella possibilità di una società migliore della nostra, in cui tutti possano aspirare a sviluppare le proprie attitudini e a condurre una vita felice.

Note

(1) W. Benjamin Strada a senso unico in Opere complete, a cura di E. Ganni, vol. 2, Scritti 1926-1927, Einaudi, Torino 2001.

(2) https://www.who.int/news-room/detail/24-04-2019-to-grow-up-healthy-children-need-to-sit-less-and-play-more

(3) M. Spitzer, Demenza digitale, Il Corbaccio, Milano 2013.

(4) OECD (2015), Students, Computers and Learning: Making the Connection, PISA, OECD Publishing. http://dx.doi.org/10.1787/9789264239555-en.

(5) https://www.istruzione.it/allegati/2016/MIUR_2015-Studenti-computer-e-apprendimento.pdf

(6) A. Scotto di Luzio Senza educazione. I rischi della scuola 2.0, Il Mulino, Bologna 2015.

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ESPERIENZE

Abrogare aude! La didattica a distanza nell’epoca del distanziamento
di Paolo Piccolella

Subito, nei primi giorni della chiusura delle scuole c’è stata una grande agitazione tra colleghi per come fare, per quale fosse la piattaforma migliore, per gestire un nuovo orario, per accordarsi con gli altri e con i ragazzi su quante e quali lezioni fare, sui compiti e i materiali da assegnare. Un gran vociare e scrivere sui gruppi di WhatsApp di scuola che produceva in me un certo bisogno di distanziarmi da quell’eccesso di ansia. “Questo sarebbe il momento per far riflettere di più gli alunni, sarebbe un’occasione da cogliere per farli leggere, approfondire, con più tempo, con un ritmo meno esagitato del solito”, andavo ripetendo sin dall’inizio. Ma tant’è.

Dopo una prima fase caotica, si è trovata un’organizzazione abbastanza accettabile per proseguire la scuola a distanza con i mezzi di comunicazione digitale a nostra disposizione. Ma i limiti e le difficoltà di questo modo di fare scuola, li possiamo cominciare a capire solo praticandola. Scopro, ma non è poi una sorpresa, che diversi alunni non dispongono a casa di un PC o di un tablet, e che le piattaforme per la didattica sono difettose su smartphone. Insegno da alcuni anni in un liceo di Guidonia, area metropolitana di Roma. Ma da quello che leggo e dalle voci di molti colleghi che insegnano altrove, le difficoltà per molti alunni e famiglie sono simili in tutta Italia, specialmente nelle aree più disagiate. Ci sono poi i problemi legati agli alunni con particolari difficoltà di apprendimento, gli alunni con BES (bisogni educativi speciali) e che hanno DSA (disturbi specifici dell’apprendimento, con tanto di certificazioni mediche).

Ma ci sono anche alunni semplicemente meno motivati, quelli che di solito tendono a rimanere ai margini dell’attività didattica, che nonostante i nostri sforzi, spesso non riusciamo a coinvolgere. Con la didattica a distanza le difficoltà di questi alunni si stanno ingrandendo e loro rischiano di rimanere ancora più ai margini. Nel fare le lezioni su Skype alcuni ragazzi non si mostrano, disattivano la videocamera. Io li invito a farsi vedere, così, almeno per essere in qualche modo in contatto. Che poi sarebbe questo l’obiettivo principale di questa modalità di fare scuola: mantenere un contatto, una relazione con i propri studenti, in tempi di necessario distanziamento. Ma anche l’assenza o la presenza a lezione diventa, in queste condizioni, questione nebulosa: non posso obbligare e tantomeno sanzionare uno studente se continua a non farsi vedere. In realtà, noi insegnanti non possiamo nemmeno fare un appello vero e proprio, perché dal 5 marzo (per alcune regioni dell’Italia del nord già dal 24 febbraio scorso) con la chiusura delle scuole non si conteggiano più presenze e assenze degli alunni e non si sommano più giorni validi da accumulare nel numero complessivo dell’anno scolastico. D’altra parte, nemmeno gli insegnanti hanno un obbligo normativo in base al quale svolgere queste lezioni a distanza…

E se invece l’eccezionalità della pandemia, oltre a farci rimettere in discussione molti aspetti del nostro tenore di vita e delle nostre abitudini, diventasse occasione per ripensare radicalmente il nostro sistema scolastico e gli stili e gli obiettivi della nostra istruzione pubblica? Di recente, ho provato a sostenere in un paio di interventi sui social l’idea di annullare l’attuale anno scolastico per farlo ripetere a tutti a settembre. Apriti cielo! La reazione della maggior parte dei miei conoscenti e amici, molti insegnanti, ma non solo, è stata tra lo stizzito e il sarcastico, campione abbastanza rappresentativo della gran parte degli umori dell’opinione pubblica a riguardo. L’obiezione principale che viene mossa è che questa scelta sarebbe vissuta da studenti e famiglie come un’ingiusta punizione. “Ti immagini i ragazzi che devono fare gli Esami di Stato tra tre mesi, come la prenderebbero?” tuonano molti miei colleghi; “E a mio figlio che racconto? che dopo gli sforzi fatti fino a marzo, deve ripetere la seconda elementare?”, mi risponde stizzita una mamma, terrorizzata alla sola idea di far ripetere al suo bambino un anno intero di scuola.

L’idea di annullare un anno, a scanso di equivoci, non deve far pensare ad una bocciatura, questa sì sarebbe una punizione. Ma annullare l’anno scolastico, a mio parere, dovrebbe essere la logica conseguenza di una rigorosa presa d’atto: quest’anno non abbiamo raggiunto gli standard di apprendimento (non il semplice programma delle materie!) e non lo abbiamo potuto fare per un evento davvero eccezionale, paragonato, in effetti, anche se con qualche esagerazione, ad una guerra. Fermiamoci, per questi mesi, tutti quanti. I ragazzi a riflettere, a leggere, a cercare di capire il momento che viviamo, pur accompagnati da qualche attività e dal mantenimento delle relazioni con il docente e con il gruppo classe. Ma noi insegnanti e tutto il mondo della scuola cogliamo l’occasione, a partire da ora, per ripensare e rimettere in discussione un modello educativo e d’istruzione, insieme ai valori culturali che ad esso sono legati. Perché la questione non è tanto che cosa dobbiamo dire a quel bambino che deve ripetere la seconda elementare ma il fatto che come lui moltissimi altri non saranno stati messi quest’anno nelle condizioni di fare i necessari passi nell’apprendimento, e imparare a leggere, a fare le operazioni, a capire un testo, allo stato attuale delle cose, non lo si può e non lo si dovrebbe fare a distanza o in un’improvvisata homeschooling

Questo strano anno scolastico finirà probabilmente con un sei politico generalizzato. Infatti, la valutazione da lontano è un bluff e in caso di insufficienze i nostri avvocati saranno subissati di lavoro con i ricorsi che arriveranno. E se il sei politico scontenta i fautori del “rigore” e della selezione darwiniana in ambito scolastico, altrettanto scontenti devono essere coloro che invece hanno più a cuore l’idea di una scuola dell’inclusione, che con le videolezioni sta facendo fuori proprio gli incapienti e gli alunni più in difficoltà. Dunque, sarebbe il caso di fermarci e pensare davvero a che scuola vogliamo, ma dalle fondamenta. E se proprio non si vuole annullare l’anno scolastico, vada pure, ma, per favore, non chiamatela “scuola a distanza”: la scholè presuppone la prossimità. (continua qui) [torna su]

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Valutare con la didattica a distanza: io sto con il maestro Manzi
di Flavia Franco

Sono giorni difficili questi. Giorni in cui abbiamo dovuto inventarci un mondo nuovo. Un mondo piccolo piccolo, fatto di poche stanze e una finestra. A farci sognare è rimasta solo… la pubblicità. Vedere volti sorridenti che passeggiano, corrono nei prati, viaggiano, fanno la spesa, ci fanno sembrare una chimera anche un semplice pic-nic, ricordandoci il valore delle azioni più semplici, che spero non dimenticheremo in fretta. Per il resto, ansia, inquietudine, tristezza, paura.

Ma come vivono i bambini tutto questo? Quali emozioni provano travolti da brutte notizie e da fosche previsioni? Come metabolizzano l’ansia dei loro genitori? Come vivono la terribile esperienza dei decessi?

In questo panorama doloroso e complesso, qual è stata la risposta della scuola e dei suoi insegnanti? La risposta è stata immediata traducendosi in migliaia di proposte veicolate in forme diverse. Piattaforme, schede, compiti, video lezioni, meeting, mail, WhatsApp

Un universo di attività derivante dalla volontà di esserci, dallo zelo di far “proseguire” il programma (il FAMIGERATO e FANTOMATICO programma), di far sentire una affettuosa vicinanza. Un universo che però ha generato non pochi problemi alle famiglie: mancanza di Pc o stampanti adeguati, assenza di connessione, competenze insufficienti, figli in classi o ordini di scuola differenti, difficoltà di gestione delle molte richieste…

E i bambini non italofoni o in condizioni disagiate, chi li ha presi in considerazione? In una situazione come questa viene violato il loro DIRITTO all’uguaglianza attraverso l’istruzione.

Le indicazioni ondivaghe giunte dal Ministero relative a una “interazione docente-alunno che accompagni la costruzione del sapere, ma che dia anche senso e risposta alle domande esistenziali che gli alunni, soprattutto i più piccoli, si pongono in un contesto nel quale colgono direttamente e indirettamente segnali che li disorientano; (…); una serie di azioni volte a rimodulare la progettazione delle attività di inizio anno sulla base delle nuove e attuali esigenze, adattandole alla didattica a distanza, possibilmente senza che diventi un ulteriore aggravio per le famiglie (…);” non hanno certo aiutato nelle scelte.

Sono quindi spuntate le indicazioni puntuali sulla valutazione delle attività a distanza, lasciando libertà ai docenti di esercitare la valutazione, contemperando, secondo un criterio di tipo formativo, le diverse necessità di acquisire elementi valutativi per ciascun alunno. E il pensiero della VALUTAZIONE a tutti i costi ha preso il sopravvento.

E’ a questo punto, più che mai, che il riferimento al mio amatissimo Maestro Alberto Manzi, mio faro e mentore, diventa d’obbligo.

Egli, nel 1981 si rifiutò di redigere le schede di valutazione appena introdotte in sostituzione della pagella. La spiegazione del suo rifiuto fu: “Non posso bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento: se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”.

Il Ministero della Pubblica Istruzione però non apprezzò il suo ragionamento e lo sospese dall’insegnamento e dallo stipendio. Per poterlo reintegrare cercò di convincerlo a compilare le valutazioni. Il maestro, pur restando della stessa idea, si mostrò favorevole a scrivere una valutazione riepilogativa.

Il giudizio, uguale per tutti e posto con un timbro, sarebbe stato “Fa quel che può, quel che non può non fa”. Dopo che il Ministero espresse il suo disaccordo con la scelta, rispose: “Non importa, posso scriverlo anche a penna”.

La tenacia del Maestro Manzi deve rimanere un insegnamento per tutti noi.

Soprattutto in questi giorni, in cui il solo pensiero di valutare bambini smarriti, affiancati (o sostituiti) nelle attività dai genitori, chiamati a svolgere prove impersonali – somministrate in condizioni inusuali – disorientati dal cambio repentino della loro routine scolastica, guidati da videolezioni improvvisate che, se da un lato rimarcano la buona volontà degli insegnanti, dall’altro NON POSSONO ESSERE SOSTITUTIVE di una didattica attiva e interpersonale, agita attraverso scelte metodologiche idonee e veicolata attraverso un valore emozionale umano che nulla può sostituire, ebbene il solo pensiero mi sembra non solo assurdo, ma privo di qualunque legame con una valutazione formativa, oggettiva, costruttiva o sensata.

E dunque, in una situazione così, mutuando quelle parole che tanto amo, se sarò costretta a valutare i miei alunni userò ancora le sue parole: ”Fa quel che può, quel che non può non fa”.

E, se devo dirvela tutta, in una situazione come quella che stiamo vivendo, già è un miracolo che facciano qualcosa. (da qui)

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Didattica a distanza: insegnare al tempo del coronavirus
di Sabina Minuto

A me piacciono tanto i miei studenti, li ammiro per la loro forza d’animo e il loro coraggio. Credo che però la DAD che faccio ogni giorno inventandomi mille accorgimenti debba essere presa, come tutto il resto, per quello che è: uno strumento. Non lo strumento. L’enfasi deve essere sempre sulla persona che la utilizza e a cui va rivolta. Oggi vedo la DAD come una cosa altamente artigianale, lasciata alla improvvisazione del docente, spesso solo, subita dai ragazzi nella maggior parte dei casi. (vedi qui)

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Didattica a distanza, esperienza di una docente siciliana trasferita in Veneto. “Studenti preferiscono lezioni in presenza”
di Vincenzo Brancatisano

Abbiamo un ruolo molto importante, in questo momento, ma gli studenti preferiscono la lezione in presenza, preferiscono andare alla lavagna, in aula si mettono in gioco, c’è il rapporto umano. E’ questo che manca nelle lezioni a distanza, con il pc manca il rapporto umano. Il fatto di lavorare da soli non piace loro. Sono molto tristi, sono limitati nella libertà anche se, almeno, restano impegnati. Mi dicono sempre: grazie prof di quello che sta facendo. Io dico grazie a loro che mi danno forza. Mi fanno capire che questo lavoro, anche se siamo dietro a uno schermo, per loro è importante, perché non li fa sentire soli e anzi li fa sentire importanti. La didattica a distanza è una buona compagna per loro e anche per noi docenti in questo momento. E aggiungo che prima noi docenti avevamo più tempo libero. (vedi qui)

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Didattica a distanza: quale sarà il suo futuro?
di Mario Bonicalza

“DAD” vuol dire sostituire le ore in aula esattamente con lo stesso numero di ore online?… È giusto richiedere al docente di gestire in modo autonomo il collegamento da remoto?… È giusto registrare le lezioni?… Meglio comprare due computer in più e non ristrutturare gli edifici scolastici? E se creiamo l’app del super professore che permette al migliore dei docenti di gestire tutti gli studenti d’Italia… si può anche risparmiare comprando solo un computer?

Non si può più rimandare un’analisi del ruolo e della funzione dell’insegnante oggi. Per il bene di tutti a partire dagli studenti e dalle famiglie. Però di questo si sta dicendo e progettando troppo poco. Di conseguenza si rischia, a valle, di creare una didattica a distanza divergente dalle necessità sociali del prossimo futuro. (vedi qui) [torna su]

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MATERIALI. SUCCCEDE

Coronavirus, monitoraggio del ministero dell’Istruzione sulla didattica a distanza: all’appello mancano almeno 46mila tablet
di Alex Cornazzoli

Dal sondaggio, a cui ha risposto il 93% delle scuole italiane, emerge che più di 6,7 milioni (su 8,3 milioni) di alunni sono stati raggiunti attraverso mezzi diversi da attività di didattica a distanza ma molti ancora non hanno a disposizione un computer o un tablet per seguire le lezioni. Il governo ha stanziato 85 milioni, il Ministero è al lavoro con una task force per risolvere la situazione. (vedi qui) [torna su]

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Didattica a distanza, docenti già sotto stress rischiano “rottura”: testimonianze
di Vittorio Lodolo D’Oria

Pervengono numerose le lettere dei docenti che danno testimonianza dello scompiglio portato nella loro vita professionale in particolare con l’introduzione della DAD. Nel selezionare e ridurre le lunghe missive, ci scusiamo con gli autori se non riusciamo a dare completezza del loro pensiero limitandoci a sottolineare solo gli aspetti di maggiore interesse per la collettività di tutti gli insegnanti. (vedi qui) [torna su]

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Genitori spioni
di Lucio Ficara

Ai tempi del coronavirus e della didattica a distanza attivata da tutte le scuole di ogni ordine e grado, per supportare gli studenti e non abbandonarli al loro destino, ci sono anche casi di genitori “spioni” che seguono in diretta o registrano le lezioni a distanza dei prof dei loro figli. (vedi qui) [torna su]

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Uso eccessivo delle tecnologie: rischi per la vista e problemi di dipendenza
di Andrea Toscano

A parte il concreto rischio per i ragazzi di fenomeni di dipendenza dovuti all’uso eccessivo delle nuove tecnologie, stare per tante ore (e nella didattica a distanza è proprio così, in aggiunta al normale uso e spesso abuso che quotidianamente ne fanno soprattutto gli adolescenti) può determinare conseguenze gravi anche per la vista. (vedi qui un articolo molto ampio sulle problematiche della didattica a distanza) [torna su]

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Istat: al Sud 46% famiglie non ha PC, 33% nel resto d’Italia. E la didattica a distanza?

L’Istat nel rapporto pubblicato in data odierna evidenzia che 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa, percentuale che scende al 14,3% nelle famiglie con almeno un minore. La disponibilità di un pc o tabel per ciascun componente della famiglia è stata registrata soltanto nel 22,2% delle famiglie.

La percentuale di famiglie senza computer a casa sale 41,6% al Sud (rispetto a una media di circa il 30% nelle altre aree del Paese): Calabria (46% ) e Sicilia in primis (44,4%). Nel Mezzogiorno inoltre solo il 14,1% ha a disposizione almeno un computer per ciascun memebro della famiglia. (vedi qui)

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Foruminsegnanti, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Quando suona la campanella, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

2 pensieri su “Vivalascuola. La tragedia della pandemia e la farsa della “didattica a distanza”

  1. Pingback: L’Avvenire dei lavoratori   – DIARIO di viaggio di Daniele Dal Bon

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