Fabio Pini e le sue creature

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Le creature di Fabio Pini ci competono. Sono competenti. E dunque contemporanee. Ci costringono a fare i conti con nuove categorie del tempo e dello spirito.

Perché sono anche figlie di una qualche pandemia, di una qualche guerra. Di una antica e smemoranda peste. 

Non pagano la loro colpa. Non galleggiano nel mare. Almeno non ora, non più.

Si sono allontanate dal loro habitat naturale e sono sbarcate dalle nostre parti.

E infatti non lontano da casa le ho incontrate.

Scontano il loro dazio o pegno con una strana valuta. Una criptovaluta. Ma forse non sanno proprio come pagare. Sono nude per la maggior parte, poco vestite. Dove, in che punto del corpo, terrebbero valuta? E che gesto farebbero a trarre valuta? No, escludo!

Ci guardano. Ci osservano. In un certo qual modo sbirciano dietro quel colore da punta d’argento. Emergono da una superficie nascosta, dietro di loro, che fuoriesce lentamente. Come  a raccogliere un suono segreto, il sottile fruscio del loro esistere.

Compaiono in uno strano equilibrio tra il loro non essere, a volte il proporsi e il non poter andare oltre un limite che sarebbe imposto dal foglio, se anche i fogli a volte non fossero infiniti. E infatti alcuni sono grandissimi. Enormi. Come steli. Come petali di fiori. Come pergamene.

Sono figure incantate.

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Vengono da lontano, sono arrivate a noi galleggiando sopra il pacif trash vortex, quell’immensa isola galleggiante che non ha un’identità specifica. Per molti è spazzatura, per altri plastica semovente, criptica, immobile, eppure insidiosa. Grande come una penisola e con una sua precisa collocazione geografica. A meno se dobbiamo credere alle rilevazioni satellitari. Perché a volte il trash vortex sparisce persino dai loro occhi e sensori. 

Fabio Pini le stende dolcemente. Come lenzuoli. Come prati di fiori. E le depone sulla nuda terra. Ma non v’è uno spazio che possa contenerle nel vecchio appartamento dove Fabio vive. 

In quel piano alto di San Lorenzo. In una piazza che è cosi silenziosa, come repentinamente invasa da vociari continui. 

Le sue creature, mi sono fatto l’idea, che siano figlie della latitudine dei cavalli sulla superficeMacintosh HD:Users:jonathan:Desktop:scritti sull'arte:L'anima e lo spirito blog:Miniatura 3.tiff

oceanica del mare. 

Per molti decenni sono rimaste sospese a galleggiare sopra questa grande isola orientale di immondizia e poi qualche vento, qualche incidente di percorso, le ha portate fino a noi.

Se ne stanno sdraiate su divani o sedute su invisibili sospensioni. Sospese tra pianeti o impilate tra angoli di roccia.

Se le fotografi succede una cosa strana: sembrano quasi disfarsi, fotodegradarsi alla misura del polimero. 

Alcune mostrano, infatti, filamenti, appendici, escrescenze, sintomo che sono state sottoposte in un passato, piu o meno recente, a trattamenti di questo genere. E la cosa non era evitabile. Anzi, probabilmente, necessario. 

Ad interrogarle ti parlano della loro casa madre e ti sussurrano proprio questa storia: di essere nate da un remoto ecosistema. Ma non sanno dire molto altro sopra questo. Non parlano molto. Almeno con chi non conoscono. Pur se non ne mai provano timore.

In certi momenti li accompagnano sagome di altri esseri. Animali che gli corrono accanto. Si riconosco cani, rinoceronti, conigli, chele di granchio, piccoli unicorni.

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Vestono in modo strano. Percettivo. Ondoso. Mi sono fatto l’idea che abbiano raccolto dal vortex i relitti delle navi cargo che solcano quei mari. Possono portare scarpe da ginnastica, o stivali, ma anche vasche da bagno e attrezzature da hockey sul ghiaccio.  E cosi loro le raccolgono e se le mettono accanto, le indossano. Se ne cingono come antichi amuleti e simboli magici. Non sanno che lo faceva anche Ranxerox, il coatto atomico di Tamburini e i suoi tanti nipotini. Non lo sanno e comunque poco gliene importa.

Devono essersi sfamate comunque anche di plancton. In linea generale. In dosi massicce.

Ora stanno tutte insieme. E si fanno compagnia. Perché alcune di loro provengono chi dal Mar dei Sargassi chi da quello di Barens. Recentemente qualcuno mi ha sussurrato di provenire dal Mare Artico.

Ma non ti credono proprio se gli riveli che le loro case galleggianti potrebbero spazzarle via un domani a base di luce solare, correnti marine e tramite una qualche strana forma di riciclo. Non ti credono e basta.

Però alla fine continuano a lasciarsi osservare. Anche perché sanno di essere bellissimi.

Sono indubbiamente figli di un virus. Gli ultimi nati e come il padre loro hanno letto Kant ed Hegel, ritengo persino Platone e Spinoza.

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Posseggono una vacuità, nel senso che esistono e prendono forme solo in relazione a qualcosa d’altro; non hanno una realtà autonoma, dipendono da un’altra prospettiva.

Le immagino e le penso nate dalla combinazione e dall’incontro fra l’apparenza delle nubi e le sensazioni e i pensieri della nostra testa. Sembrano entità vuote. Che non ci sono. Risultano essere come un insieme ancora più vasto di fenomeni dove ciascuno dipende da qualcos’altro.

Secondo me, quando ridono o scherzano o stanno serie, riflettono i pensieri di Nagarjuna sulla sostanza ultima delle cose. Ma forse si sono fermati a quello stadio della meditazione del filosofo indiano che dice in fondo che anche la vacuità è vuota di essenza e dunque convenzionale. Perché nemmeno la metafisica sopravvive a quello stadio.

Loro si sentono interdipendenti. Non sono liberi, ma sono autonomi. 

Appaiono quasi sobri, pur nelle loro smorfie di dolore, di riso e di stupefatta espressione.

Figli e figlie di un virus propongono un nuovo sguardo che vada oltre il livello intellettuale o quello strettamente razionale, verso quasi una forma di Amor Dei o dianoia, come a dire qualcosa che riassuma e vada oltre.

Proprio come il loro padre Virus che pare non lasciarsi abbattere da nessuna intelligenza e da nessun provvedimento razionale o di stato nazionale.

Che sia un altro il cammino?

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