L’emergenza Covid-19 in Nuova Zelanda: il traguardo dei ‘zero casi’.

Nelle ultime settimane, la stampa internazionale, soprattutto di matrice anglosassone, ha lodato l’operato del governo neozelandese, e in particolare del suo Primo Ministro Jacinda Ardern, nella gestione dell’emergenza causata dal Covid-19.
La CNN ha definito quella della Ardern “una lezione di leadership” e “un esempio a cui guardare” per tutte le nazioni afflitte dalla pandemia.
La risposta della Nuova Zelanda al Covid-19 è stata caratterizzata da empatia, efficienza, determinazione e chiarezza nei confronti della popolazione. Non c’era da stupirsi. Fin dall’inizio, il governo laburista della Ardern (Presidente dell’Organizzazione Giovanile dell’Internazionale Socialista nel 2008, agnostica, socialdemocratica, progressista, salita alla guida del Paese nel 2017 a soli 38 anni d’età) ha preso posizione contro ogni manifestazione d’odio e di razzismo (esemplare la sua reazione al massacro alla moschea di Cristhchurch, nel marzo 2019) difendendo i principi guida della propria politica: essere trasparente e rappresentare le diversità e la compassione, con l’obiettivo di costituire un punto di riferimento per tutti quelli che nel mondo condividono tali valori e diventare il porto sicuro per quanti ne sono alla ricerca.
La risposta alla pandemia che sta flagellando il mondo in questo 2020 si è ispirata ai medesimi principi.
A fine gennaio, il governo neozelandese invitava chiunque arrivasse sul suolo neozelandese da Paesi in cui il virus fosse comparso, a seguire un isolamento volontario (ovvero una quarantena) di almeno 14 giorni, e chiudeva a tempo indeterminato le frontiere per chi provenisse dalla Cina.
Il 17 marzo, mentre il numero di contagi cresceva in maniera lenta e contenuta, il ministro delle Finanze Grant Robertson annunciava un pacchetto di misure e di aiuti per sostenere l’economia e fronteggiare l’impatto che la diffusione del virus stava già avendo, e avrebbe continuato ad avere, sulle finanze del Paese e dei cittadini.
Le misure, scaglionate in differenti lotti legati al progredire dei contagi, prevedevano una serie di aiuti ai vari settori, dai liberi professionisti alle grandi imprese: da un sostegno minimo di 766 euro mensili per i lavoratori part time ad un massimo di 1200 euro per quelli a tempo pieno.
Intanto, il 19 marzo (quando i casi nel paese erano appena 28, su una popolazione di 5 milioni di abitanti) la Ardern dichiarava la chiusura totale dei confini, lasciando la porta aperta unicamente ai cittadini neozelandesi che desiderassero tornare a casa.
Il Primo Ministro aveva precedentemente provveduto a spiegare alla popolazione un sistema di 4 livelli di allerta per fronteggiare l’emergenza Covid-19 oramai alle porte.

Livello 1 (il virus è contenuto)
Livello 2 (la diffusione del virus è ancora contenuta ma sta crescendo il rischio di una più ampia diffusione all’interno della comunità)
Livello 3 (il rischio che la diffusione del virus non sia contenuta è più alto)
Livello 4 (la diffusione del virus non appare più contenuta)

Ad ogni livello, veniva poi legata una descrizione sintetica dei rischi connessi.
Livello 1 = casi di contagio isolati, in individui tornati da viaggi all’estero e/o in individui legati ai soggetti di cui sopra.
Livello 2 = aumento esponenziale dei casi legati a individui tornati da viaggi all’estero (e/o casi di contagio legati ai soggetti di cui sopra) e primi casi isolati nella comunità.
Livello 3 = aumento di casi di trasmissione del virus nella comunità ed emergere di focolai isolati
Livello 4 = Focolai multipli e contagio diffuso nella comunità

Per ogni livello, veniva adottata una serie di misure, dalla cancellazione di eventi/raduni con più di 500 persone del Livello 1, alla chiusura di tutti i servizi (esclusi quelli essenziali) del livello 4.
Il tutto spiegato ancora una volta in maniera sintetica ed efficace, sia dagli organi di stampa che nell’apposita pagina web messa a disposizione dal Governo: https://covid19.govt.nz/assets/COVID_Alert-levels_v2.pdf

La pronta comunicazione del 4 livelli d’allerta e dei comportamenti ad essi associati, ha portato i seguenti risultati:

– Ha informato la popolazione in maniera chiara su quello che sarebbe successo (o sarebbe potuto succedere) permettendo a tutti di avere un’idea dettagliata di cosa aspettarsi e di come prepararsi alle varie eventualità.
– Ha posto le basi per fronteggiare future emergenze sanitarie, in quanto ogni cittadino neozelandese conosce adesso il significato di ogni livello e i comportamenti che ci si aspetta vengano adottati di conseguenza.

Il 24 marzo, nel momento in cui la Nuova Zelanda raggiungeva i 205 casi di contagio con una curvatura di crescita che cominciava ad assomigliare in maniera preoccupante  a quelle di Spagna e Italia, Jacinda Ardern annunciava che il Paese entrava ufficialmente nel Livello 3, e che sarebbe passata al Livello 4 a partire dalla mezzanotte del 25 marzo.
Venivano così date alla popolazione 48 ore di tempo per prepararsi al lockdown, specificando che la fornitura dei beni essenziali sarebbe stata assicurata durante l’intera durata della quarantena.

Il lockdown neozelandese prevede l’esistenza di ‘bubbles’ (bolle) piuttosto che di singoli individui.
Ogni bolla può essere formata da una o più persone ed è costituita dai soggetti che vivono sotto un medesimo tetto e che di conseguenza hanno contatti sociali continui e ravvicinati.
Ogni bolla può fare brevi passeggiate nel proprio quartiere di residenza ma deve assicurarsi al tempo stesso di mantenere una distanza di sicurezza di almeno 2 metri dalle altre bolle.
Qualunque altra attività non connessa all’utilizzo dei servizi essenziali (supermercati, farmacie, ospedali, forze dell’ordine…) non è permessa.
Non sono mancate infrazioni. Una su tutte quella del Ministro della Sanità David Clark, che il 7 aprile, in pieno Lockdown, ha guidato 20 chilometri per raggiungere la casa al mare, contravvenendo così alle regole della quarantena.
Le sue dimissioni, presentate il giorno successivo, sono state rifiutate dalla Ardern con la giustificazione che cambiare il ministro della Sanità nel mezzo di una crisi come quella causata dal Covid-19 avrebbe implicato conseguenze più negative che mantenerlo.
Nondimeno David Clark è stato privato di molti dei poteri connessi al suo ruolo, e la Ardern ha promesso ulteriori misure ad emergenza finita.

Il passaggio tra i vari livelli è stato in NZ accompagnato da un aumento proporzionale dei tamponi e dal tracciamento dei contagiati, sul modello messo in opera efficacemente dalla Germania.

L’entrata nel Livello 4 ha costituito dunque un cambiamento d’approccio nei confronti del virus: dal contenimento alla soppressione. Una scelta rischiosa, per un Paese le cui risorse restano legate al turismo, alla fornitura di servizi, all’allevamento e all’industria agraria.
Malgrado il passaggio al Livello 4 fosse stato inizialmente criticato da alcune voci che accusavano il governo di aver reagito in maniera sproporzionata al rischio rappresentato dal virus sul suolo neozelandese, i risultati delle ultime settimane sembrano aver dato ancora una volta ragione alla Ardern.
I numeri di contagi sono andati costantemente diminuendo e si limitano adesso a poche unità, malgrado il numero dei tamponi sia andato esponenzialmente aumentando. Secondo l’Università di Oxford, ( Oxford University’s coronavirus government response tracker) la Nuova Zelanda ha al momento le misure più restrittive al mondo, l’indice di mortalità più basso (0.1%, l’8 Aprile) e una delle più piccole percentuali di casi confermati ogni 100.000 abitanti.
Intervenire prima che comparissero focolai sembra aver quindi evitato un diffondersi incontrollato del virus.

Cosa succederà alla riapertura totale dei confini e delle attività non ci è dato saperlo, ma la Nuova Zelanda si prepara nei prossimi giorni a passare dal Livello 4 al Livello 3 di allerta (la nostra Fase 2) e sono in molti a ritenere che il traguardo dei ‘zero casi’, che fino a qualche settimana fa pareva un miraggio, possa adesso considerarsi a portata di mano.

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