Steven Soderbergh, Elmore Leonard e l’amore vero

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di: Guido Tedoldi

In questi giorni di ritiro casalingo causa virus sono passati in tv 4 (almeno) film di Steven Soderbergh, regista tra i più premiati degli ultimi 30 anni con all’attivo premi Oscar e Palme d’Oro di Cannes, oltre a svariate nomination in questi e altri premi cinematografici.

Io me ne sono visti 3, quelli della saga di Danny Ocean che è un ladro ostinato a demolire le ricchezze dei casinò di Las Vegas. Più un 4° film, il cui protagonista è un rapinatore seriale di banche con all’attivo circa 200 colpi.

Ma quei film, più che di malavita, parlano d’amore vero.

Per farsi un’idea della carriera di Soderbergh c’è in internet la pagina a lui dedicata dalla Wikipedia (al link in internet https://it.wikipedia.org/wiki/Steven_Soderbergh). Dove si scopre che molte delle sue migliori idee non le avute in prima persona: si è ispirato, almeno all’inizio, a storie di altri.

La saga di Danny Ocean, per esempio, deriva da una superproduzione hollywoodiana del 1960, «Ocean’s 11», all’epoca tradotta in italiano come «Colpo grosso», in cui una superbanda di attori famosi (Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Angie Dickinson, Shirley MacLaine) tenta di derubare 5 casinò della nascente Las Vegas.

Soderbergh attualizzò quella vicenda nel 2001 intitolandola «Ocean’s Eleven» e mettendo insieme un’altra superbanda (George Clooney, Brad Pitt, Matt Damon, Elliot Gould, Andy Garcia – e il motore di tutto, Julia Roberts) per fargli rapinare 3 dei più famosi casinò della stessa Las Vegas, nel frattempo diventata un enorme business.

Il bottino che dovrebbero dividersi gli 11 ladri provetti è di 163 milioni di dollari, ma il personaggio di «Ocean» George Clooney non è interessato ai soldi bensì alla sua ex moglie, «Tess» Julia Roberts. La quale lo ha lasciato a causa di un colpo sfortunato a causa del quale Ocean è finito in carcere, e adesso è fidanzata con «Benedict» Andy Garcia, il proprietario dei casinò.

Una volta rubati i soldi, Ocean che fa? Va da Benedict e gli domanda cosa preferirebbe: riaverli indietro oppure restare con la donna perfetta? Benedict, sciagurato, risponde che preferisce i soldi. Così Tess lascia lui e torna con l’ex marito.

Semplice, lineare. L’amore è al centro di tutto. Il film sembra una macchina molto elaborata, molto raffinata, molto hollywoodiana, ma alla fine rivela ciò che Soderbergh aveva in mente fin dall’inizio dell’operazione: non rifare meglio un film storico bensì raccontare una storia nuova. Che in quel contesto lì, nella Las Vegas città del vizio con protagonisti criminali amorali, è nuovissima.

O forse sono io il romanticone.

Nel 2004 Soderbergh girò il seguito: «Ocean’s Twelve». Stavolta i milioni in gioco sono lievitati a 190 perché «Benedict» Andy Garcia, dopo aver scoperto l’identità di tutti gli 11 della superbanda, rivuole tutti i soldi indietro con gli interessi.

Visto che il film precedente era stato campione di incassi, in questo Soderbergh potè ingaggiare altri attori famosi, tra cui «Toulour» Vincent Cassel, superladro francese, e «Isabel» Catherine Zeta Jones… che a questo giro è il motore della vicenda. Sì, ok, tutti gli altri sono interessati alla montagna di soldi in ballo e a quanto sono bravi a rubare di qua e di là (collezioni di quadri, uova di Fabergé, raffinatezze così). Ma il braccio destro di Ocean, «Rusty» Brad Pitt, si è innamorato di una nemica – ovvero Isabel agente dell’Europol. Da lì verranno naturalmente problemi a raffica, perché ladri e guardie hanno delle diversità di vedute, diciamo, ontologiche. Se hanno ragione gli uni, gli altri non hanno scopo di esistere.

Però l’amore è l’amore, e sotto il suo influsso le persone fanno cose strane. Tra cui, anche, trovare una forma di convivenza soddisfacente a livello emotivo tra una guardia e un ladro. Ed è quello che succede a Isabel e Ryan.

Nel 2007 arrivò il terzo capitolo della serie: «Ocean’s Thirteen». Con un elemento in più aggiunto alla superbanda di attori, «Bank» Al Pacino, e un ulteriore aumento dei soldi in gioco fino a 500 milioni, necessari a costruire un nuovo casinò da rapinare e riempirlo pure di diamanti. Ma ai fini del discorso sull’amore si tratta di un capitolo dimenticabile, perché l’unico accenno sentimentale che c’è (tra Rusty e «Debbie» Ellen Barkin) è soltanto una copertura. Tess e Isabel sono rimaste a casa, stavolta è tutta roba da maschi esibizionisti.

Soderbergh, al termine del film che risultò comunque l’ennesimo campione d’incassi della sua carriera, disse che l’operazione non sarebbe più andata avanti. E ha mantenuto la parola.

Ma io, da spettatore, mica ero soddisfatto. Non che dovessi esserlo, beninteso. A fronte di 1 miliardo di dollari circa incassati al botteghino dalla trilogia, l’opinione di un singolo spettatore sparisce.

Tuttavia… boh, mi sembrava che non suonasse giusto.

Ma poi ho scoperto il 4° capitolo, ovvero il prequel del 1998. Che io prima non lo avevo visto.

E nemmeno letto, perché l’idea originale non è del regista Soderbergh bensì dello scrittore Elmore Leonard che nel 1996 pubblicò il romanzo «Out of Sight» (qui il link alla pagina della Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Out_of_Sight_(romanzo) con qualche notizia sulle vicissitudini dell’edizione italiana, pubblicata da Einaudi nel 1999 e poi con titolo cambiato nel 2010). Il suo protagonista, Jack Foley, è un rapinatore seriale di banche con 200 colpi alle spalle. L’inizio della vicenda lo vede in carcere, perché per sua stessa ammissione è bravo nel suo mestiere ma non perfetto e ogni tanto lo beccano. Dal carcere fugge, ma gli eventi si fanno rocamboleschi e Foley si trova nel baule di un’auto con Karen Sisco, una sceriffa che dovrebbe riportarlo dentro. Invece i due, nelle ore che passano lì dentro, si innamorano.

Fondamentalmente perché scoprono di avere molti interessi in comune, tra cui quello per certi film. Lui è stato sposato, per un anno (giorno più giorno meno) ma non ha funzionato a causa della mancanza di vera scintilla. Lei è figlia di poliziotto e aspira a un ruolo operativo nell’Fbi. Lui ha in mente un colpo in casa di un finanziere che si vanta di tenere 5 milioni di dollari in diamanti da qualche parte. Lei indagherà per impedirglielo.

Nel corso della vicenda si prendono una pausa per fare sesso. E lei dopo gli domanda quanto si vanterà con altri carcerati di essersi portato a letto una sceriffa. Lui risponde che no, non se ne vanterà. Ma d’altronde è sicuro che lei non si vanterà con gli altri poliziotti di essersi portata a letto un rapinatore famoso. «Vuoi fare sul serio?» le domanda. Perché certe cose, quando scatta la scintilla, devono soltanto essere fatte sul serio. Non c’è altro modo, né altra possibilità. Se no diventa una roba stupida fatta da stupidi.

Finisce che lei, da poliziotta, per fermarlo gli sparerà – a una gamba e soltanto per immobilizzarlo onde poterlo riportare in carcere. D’altra parte lui salva il finanziere, che è in una casa non sua con una donna sposata a un altro: ma anche loro stanno facendo le cose sul serio, a costo della vita.

Soderbergh prese il personaggio di Foley e gli mise i panni di George Clooney, e alla Sisco mise i panni di Jennifer Lopez.

Io ho visto il film e, be’, ho trovato che il cerchio si chiudesse. Che il discorso diventasse coerente. Con il senno di poi, come capita quando si vedono le multilogie non in ordine ma come la serendipità ce le fa trovare.

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