Piedi 1: i piedi di terra

di Kika Bohr

piede a Castelmella (Bs)


Cinquemila euro! Un bel gruzzoletto! Il cospicuo premio promesso per quel progetto mandato in extremis alla “Brescia Art Marathon” mi sembrò caduto dal cielo. In compenso però dovevo in pochi giorni organizzare, secondo quanto avevo proposto, la costruzione di quattro giganteschi piedi alti tre metri. Un’installazione provvisoria, giusto per il tempo della maratona del 30 aprile 2006. Così parve all’inizio. Poi però quando andai a parlare con loro, questi organizzatori bresciani esternarono le loro esigenze, non volevano qualcosa di troppo effimero come la cartapesta, ad esempio, e mi lasciai allettare molto facilmente quando mi fecero balenare la possibilità, anzi la probabilità, divenuta presto quasi-sicurezza, di un ricollocamento delle sculture (ora dovevano essere “sculture”!) in un parco della città. A patto però che fossero trasportabili, naturalmente, cosa non facile viste le dimensioni richieste…

Il concetto, la scelta di esporre i quattro grandi Piedi anzi punte di piedi rivolte all’insù prendendo a modello dei piedi un po’ cicciottelli di bambino era stato ispirato al tema dato “Umanità in cammino” che rigirai come “Il cammino dell’umanità” e giustificai così la mia idea:

Samuel Beckett narra la storia di un sarto che deve cucire un pantalone per un suo cliente. Il cliente ha fretta e dopo ripetuti e inutili solleciti sbotta: “anche Dio per creare il mondo ci ha messo meno tempo, ci ha messo soltanto una settimana!” “Eh sì, gli risponde allora il sarto, ma guardi com’è il mondo, e guardi invece il mio pantalone!”

Umanità in cammino, certo, ne abbiamo fatti di passi in avanti, ma guardandoci attorno quante cose ci portiamo ancora dietro dall’età della clava!
Così vuole essere il nostro progetto: in cammino ma ancora tremendamente in contatto con la terra, come se non ne fosse mai del tutto uscito. La terra che, ritualmente, secondo le più diverse cosmogonie, genera l’uomo. Solo giganteschi piedi, anzi, punte di piedi che si ergono a distanze cadenzate formano con la loro ostinata ripetizione un leitmotiv e scandiscono l’eterna marcia. Ma sarà poi eterna? Come grandi ma fragili menhir la terra cruda, (che non è poi così fragile e si usa anche in architettura) sembra suggerirci la finitezza di tutte le cose.
Vorremmo dunque costruire quattro installazioni lungo il percorso della Maratona, una ogni 10 km. Queste sculture alte circa tre metri si costruiscono sul posto con la tecnica tradizionale della “terra cruda”. È un lavoro che si fa in gruppo, anche coinvolgendo gruppi di giovani locali.

In realtà ci misi un po’ a decidere di farli in terra cruda, materiale che avevo sperimentato una sola volta nel 2001 quando avevo invitato degli amici di mio fratello Olaf alla Casa degli Artisti e questi (Andrea Facchi, Barbara Narici e il gruppo di Geologika) avevano organizzato sotto la pergola di glicine un happening chiamato “Adam” impastando terra e paglia coi piedi nudi e con la musica a palla.
L’alternativa alla terra cruda sarebbe potuta essere il cemento ma si sarebbe dovuto costruirli prima e che differenza! E poi che bello sperimentare e fare cose difficili! Mi lasciai quindi ancora convincere questa volta da Olaf e dai suoi amici. A chi mi avrebbe aiutato in quella avventura promisi un rimborso spese del viaggio, vitto e alloggio per i quattro giorni della costruzione a Brescia, un video e i loro nomi citati se le sculture fossero state, come promesso, esposte al pubblico.

impastare con i piedi terra e paglia


Dal video girato possiamo rivedere le varie fasi della costruzione: prima la sagomatura e saldatura delle strutture in ferro portanti e il loro trasporto a due a due sul camioncino del fabbro (che è diventato un amico), poi l’impasto della terra e la modellazione nelle quattro epiche giornate col capriccioso tempo primaverile nel bresciano in cui dovemmo continuamente coprire e scoprire le nostre sculture con grandi teli di plastica perché non si sciogliessero letteralmente, e infine le infinite sorprese che ci sono capitate così ben narrate da Giulia Niccolai nel suo divertito commento al video:

“COSTRUISCI, DEMOLISCI, RICOSTRUISCI: PIEDI”

Questo titolo che suona come un imperativo biblico, ci scaraventa addosso millenni di fatiche e di stanchezza che ci portiamo sulle spalle (chi più, chi meno) mentre, come sostiene Kika Bohr nel comunicato che accompagna il video, i “Piedi” simboleggiano l’umanità in cammino, e dunque anche ognuno di noi che, in un modo o nell’altro, fa i suoi passi avanti, fa i suoi passi qua e là – diciamo – dove si trova, nel tempo che gli è concesso di campare sulla terra.
Sempre secondo la Bibbia, questo tempo che ci è dato sarà un tempo di sudore e di dolore, così, giustamente, anche il video lo conferma in una trentina di minuti densi densi di beffe, contrattempi, malintesi, difficoltà e pioggia battente. Ciò che più sorprende e affascina di questa opera è che i venti partecipanti** lavorando sodo, sembrano prosperare e divertirsi sempre più man mano che le difficoltà si presentano. Come se, molto saggiamente, le dessero per scontate, e si trovassero tutti lì riuniti e impegnati, non tanto a costruire piedi giganteschi, quanto piuttosto a sperimentare le varie sfide che l’impegno tacitamente comporta. Non a caso, uno di loro, Andrea Facchi battezzò “Cantiere in-festato” il loro posto di lavoro, con espliciti rimandi alla festa, all’allegria e alle trasgressioni.
Il progetto scultoreo di grandi installazioni […]che spuntano dal terreno verticalmente dalla caviglia in su fino alle cinque dita comprese (mentre il tallone rimane invisibile perché ancora infilato nella terra). Si tratta dunque di piedi sempre sul punto di sprofondare nuovamente, perdendo la forma, dissolvendosi come anonima terra nella terra, fango nel fango o “polvere nella polvere”.
Il video ci mostra la costruzione di tre dei quattro piedi e la loro installazione – un piede ogni 10 km. – sul percorso della Maratona di Brescia (il quarto piede non venne costruito a causa della pioggia) (Va comunque detto che il numero perfetto è “3” e non “4”!).
Le prime immagini ci mostrano le quattro strutture ferree dei piedi in viaggio su un camioncino scoperto da Milano a Brescia su quell’incubo di autostrada troppo trafficata, ma la sagoma delle cinque dita ben scalate attraverso le quali si vede l’azzurro del cielo, trasmette l’allegria di un saluto fraterno a tutta l’umanità.
In Via Case Sparse alla periferia di Brescia si installa il cantiere con belle ragazze che impastano terra cruda coi piedi (ovviamente!) e proprio come un tempo si pigiava l’uva per fare il vino. Un ragazzo del gruppo, Franco Lando trasmette musica per infondere energia nei compagni. Quando comincia a passare il grosso della maratona sceglie Bandiera rossa e l’Internazionale che creano uno spiazzamento grottesco e surreale con i maratoneti in calzoncini bianchi. Ricordiamo che siamo a Brescia… e se un paio di partecipanti salutano col pugno chiuso, la mattina seguente il piede lo si ritrova vandalizzato. Chi semina vento…Ma all’ora di pranzo (pizza fredda in piedi sul posto) i nostri amici vengono aiutati dai ragazzini del quartiere che fraternizzano.
In un secondo cantiere in Piazza Arnaldo a Brescia città, primi piani dell’impasto di fango e paglia che viene lavorato nelle mani come una grossa polpetta o una piadina, e poi sbattuto con forza nel gesto “torta in faccia” sulla rete metallica tesa tra le strutture di ferro del piede. Anche questo passaggio lo spettatore lo vive come felicemente liberatorio, mentre la macchina da presa punta ogni tanto il cane simpatico di uno dei partecipanti che scorazza libero come un punto-interrogativo-in-cerca-di-risposta qua e là attorno al cantiere. Anche il secondo piede prende forma: gigantesca e straordinariamente realistica. Un piede grande come una stanza con un’apertura/porta sulla pianta così che un lavorante ci possa entrare dentro e fare in modo che fango e paglia aderiscano meglio alla rete portante della scultura.
Gioco di parole e pennellata definitiva: “modellazione finale delle dita dei piedi a più mani”.
Mi rendo conto di non descrivere i vari passaggi del video nell’ordine in cui sono avvenuti perché non lo sto rivedendo mentre ne scrivo. Ma non credo che questa sfasatura sia particolarmente grave: mi era stato chiesto di raccontare certe mie impressioni e lo sto facendo con il piacere e il divertimento che le immagini mi avevano procurato inizialmente vedendole, e questa è forse la cosa più importante. Per onestà devo però aggiungere che tra me e i venti parteciparti ci sono almeno venti anni – se non più – di differenza, e proprio questa dovrebbe essere la vera causa della sfasatura tra il mio modo di reagire al video e l’atteggiamento che avevano i venti ragazzi mentre venivano ripresi durante il lavoro.
Comunque sia, i guai non sono ancora terminati. Quanto a quell’ “eventualmente permanenti” delle installazioni costruite dagli artisti, pochi giorni dopo la maratona, cioè il 14 giugno, un camion dell’azienda municipale carica il Piede con un “ragno” e lo scarica al deposito rifiuti. Verrà classificato come “Rifiuti misti da attività di costruzione e demolizione”.
La documentazione dell’epilogo del secondo Piede l’abbiamo da una telefonata registrata nella quale Kika Bohr chiede informazioni del piede scomparso e viene informata che il Comune “ne ha chiesto la smaltita”.
Cos’è che si “smaltisce”? Beh, si smaltiscono le cose di troppo: la spazzatura e le sbronze.
Per finire, il terzo Piede viene salvato malgrado una serie di vicissitudini. Un primo trasporto da Piazza Arnaldo, il 22 giugno, lo deposita a Ponte Lambro dove verrà restaurato e impermeabilizzato. Ma per farlo passare sotto una sbarra di ferro del deposito, il fabbro dovrà lavorare di brutto con la fiamma ossidrica.
Il 31 agosto il Piede compie la sua ultima corsa fino a Cuneo, dove ora gode di un meritato riposo nel giardino museale della Fondazione Peano che l’ha voluto per sé.
(Giulia Niccolai)

modellazione a 4 mani

Beh, Giulia Niccolai racconta fin troppo bene la gioia del gruppo nel fare le cose insieme, sguazzare come bambini nel fango con quella musica techno incalzante-assordante – fino alla provocazione finale del “Bandiera rossa” nella città in cui c’era una giunta leghista – le litigate naturali che si placavano e riuscivano a trasformarsi in esultanza quando si vedeva un piedone finito, la sensualità della modellazione dell’argilla e il gioco di entrare all’interno del Piede per consolidare l’opera da ogni parte incrociando il lavoro con chi operava dall’esterno. E infine le sorti diverse toccate ai quattro Piedi che già dalla struttura erano leggermente diversi. Due Piedi demoliti per ordine del Comune di cui uno a mie spese per non dover incorrere in multe pazzesche! Tutto il nostro lavoro festoso e pieno di entusiasmo… Ma un Piede in terra è stato salvato, restaurato e depositato per un paio di mesi proprio presso il fabbro Parisi.

inaugurazione a Cuneo


Roberto Peano, il fondatore della Fondazione Peano di Cuneo che ha un bel giardino museale pieno di sculture, lo ha voluto e ha trovato anche uno sponsor per farlo trasportare con un enorme camion-gru, perché pesava più di ottocento chili. Già, perché i cinquemila euro del premio si erano ormai volatilizzati. Alcuni anni dopo la struttura in ferro che non avevamo potuto ricoprire di terra ha avuto una storia a sé che racconterò prossimamente

Partecipanti al progetto: Andrea Facchi, Massimo Abbiati, Tommaso Bagnato, Olaf Andre Bohr, Riccardo Battaglia, Laura Cristin, Giulia Frailich, Ilenia Gallia, Franco Lando, Bruna Magistrà, Mario Marche, Elisabeth Minne, Michelle Menin, Santo Nicoletti, Paola Pappacena, Gennaro Parisi, Daniela Sacco, Annamaria Scotti, Fabio Valentini, Vito de Vita

Un pensiero su “Piedi 1: i piedi di terra

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