L’affaire Allen

affaire allenIn un gruppo femminista su Facebook una delle membre ha commentato un post su Woody Allen dicendo in difesa del regista: “Io so che Soon-Yi e Allen hanno cominciato una relazione quando la ragazza era maggiorenne ed era figlia adottiva della ex compagna Mia Farrow, ma non di Allen stesso.”
Ci sono una serie di aspetti problematici in questa affermazione, fatta sicuramente in buona fede, che è necessario mettere in luce.

Quando la bambina Soon-Yi ha conosciuto Allen aveva un’età tra gli otto e i dieci anni (la sua data di nascita è solo presunta). Il regista aveva nei suoi confronti un ruolo di adulto predisposto alla protezione dato che era un uomo di quarantacinque anni che aveva una relazione con la donna che era in quel momento l’affidataria alla cura di questa bambina. Che lui avesse una certificazione oppure un obbligo legale o meno nei confronti di Soon-Yi, non cambia molto ai fini di ciò che lui ha rappresentato per lei: la sua figura vista con gli occhi di quella bimba era quella di un co-affidatario. Di Soon-Yi tutto quello che ci basta sapere è che è stata abbandonata per strada da uno o entrambi i suoi genitori da bambina, al punto che nel momento in cui fu trovata nel 1976 sopravviveva mangiando rifiuti dall’immondizia e aveva un grave deficit dell’apprendimento. Pur non sapendo cosa altro le possa essere capitato in quegli anni per strada, possiamo comunque senza dubbio affermare che venisse da un passato enormemente traumatico.

Torniamo a parlare di incesto: è una questione molto difficile da comprendere, persino per chi l’ha vissuta. Spesso la si immagina come una violenza sessuale, uno stupro. Ma lo è molto raramente, quasi mai. La vittima ha spesso un legame affettivo forte con il suo persecutore, e non lo odia affatto.
Il persecutore che viola l’intimità sessuale di una persona che confida nella sua cura è del tutto consapevole di stare compiendo un abuso sulla vittima, anzi, lo compie proprio per questo: il desiderio non è sessuale in senso stretto, ma strutturale: si tratta di provare eccitazione nell’infrazione di un limite, di un tabù, in questo caso un divieto che è codificato nel DNA umano (in fondo a questo articolo ho aggiunto una postilla esplicativa su come funzioni il processo dell’eccitazione, per chi fosse curioso).

Il confine del sé di chi subisce un incesto è molto labile. Lavorando in contesto terapeutico con vittime di incesto ho potuto verificare l’esattezza di ciò che ho sempre letto nella letteratura scientifica sull’argomento: ogni qualvolta un minore viene coinvolto in atti sessuali da un adulto, il primo sentimento successivo al disagio è quello del senso di colpa. Questo paradosso si spiega con il fatto che la specie umana è programmata perché i bambini −almeno fino alla pubertà− abbiano fiducia negli adulti del proprio entourage. Il risultato è che se un adulto curatore ha un comportamento che il bambino vive come sbagliato, non succede mai che il bambino pensi sia colpa dell’adulto, né che smetta di amarlo. Piuttosto che provare questo, indirizza il sentimento negativo su sé stesso, attribuendosi la colpa di ciò che succede: “se tu mi fai del male, è perché me lo sono meritato”. Il bambino non smette di amare l’adulto che lo ha violato; smette piuttosto di amare sé stesso.
L’infrazione del rapporto della fiducia è ciò che rende così traumatico l’abuso sui bambini perché li porta a odiarsi, la loro autostima si frantuma, e restano per tutta la vita cronicamente bisognosi di conferme. È su questa debolezza che può lavorare indisturbato un persecutore: il bisogno della vittima di essere amata. Senza necessità di usare alcuna violenza, il persecutore può esercitare la sua lenta persuasione/seduzione manipolatoria, chiamata in gergo grooming. È impossibile entrare in tutti i dettagli di questo processo qui, ma quello che è importante sottolineare è il fatto che la bambina Soon-Yi è stata portata ad avere una relazione da quello che doveva essere uno dei custodi della sua integrità. Che non fosse suo padre da un punto di vista genetico non ha importanza per il meccanismo dell’incesto, che è una reazione profonda e ancestrale della programmazione del nostro DNA, e insistere sul fatto che lui non fosse legalmente o geneticamente il suo genitore ha pochissimo o nulla a che fare con l’impatto psichico della sua attrazione verso di lei, che sia stata consumata o meno quando lei era minorenne. Un rapporto padre-figlia, a livello tipologico, dura tutta la vita.
Che venga dato peso alla non-consanguineità come attenuante per il comportamento di Allen è del tutto pretestuoso e nasce da una visione molto antiquata e tribale di famiglia, che non ha alcun significato nella valutazione dell’impatto di un incesto sulla psiche fragile di un minore. Nel caso di questa particolare bambina, una psiche già provatissima da traumi multipli del passato.

Postilla su sessualità e tabù
Il cervello umano è predisposto a eccitarsi all’infrazione di un limite, ciò che è proibito ci attrae. Non fosse stato così forse saremo rimasti a penzolare dagli alberi e spulciarci a vicenda. Ma allo stesso tempo, c’è un limite per cui l’eccitazione è percepita dal nostro sistema come “pericolosa”. Non è una questione antropologica ma cerebrale, ed è legata a come funziona il nostro sistema di reazione agli stimoli. Siamo programmati per funzionare così: quando ci succede qualcosa di eccitante, che sia positiva o negativa, il nostro cervello recepisce quell’evento come qualcosa che ci sottrae equilibrio, e questo mette il nostro organismo a rischio. Per ripristinarlo, il nostro cervello fa in modo che noi elaboriamo quella esperienza come “acquisita”. In altre parole, per proteggerci dalle emozioni troppo grandi, le normalizziamo. La centesima volta che baciamo qualcuno di cui siamo innamorati non sentiremo più quel batticuore quasi insopportabile che abbiamo provato la prima volta che è successo. Per lo stesso motivo – scusate il salto − lo stesso video porno che provoca una forte eccitazione la prima volta, dopo alcune visioni non è più in grado di scatenare quel livello di eccitazione tale da portare a un orgasmo. La scena ha perso quel potere, ci siamo “abituati”.
Lo stesso vale per gli stimoli in negativo, che ci provocano per esempio spavento: una scena di un film dell’orrore vista molte volte non ci dà più quel senso adrenalinico di paura perché il nostro cervello ha imparato a sedare l’emozione legata a quell’evento e l’ha inserita tra le nostre memorie esperienziali di ciò che non è realmente pericoloso. Se non avessimo questo funzionamento − come specie animale – non saremmo in grado di vivere: la nostra esistenza sarebbe un continuo terrore che tutto ciò che ci ha spaventati una volta nel passato possa ripetersi in qualsiasi momento nel presente − che poi è la definizione di ciò che provano le persone che soffrono di PTSD, Post Traumatic Stress Disorder.
Tornando specificatamente al tema dell’incesto, il motivo per cui un persecutore esercita il suo potere su una vittima è perché il piacere sessuale è derivato dall’infrazione del limite, in questo caso uno dei più grandi tabù sociali di homo sapiens, e ben radicato nel nostro DNA a causa del fatto che la riproduzione tra consanguinei è negativa per la conservazione della specie, dato che la prole derivante è debole geneticamente. È molto semplice.
È per questo che le persone che sviluppano dipendenza dalla pornografia (il cui numero è purtroppo in vertiginoso aumento) hanno come ultimo stadio prima dell’impotenza sessuale l’attrazione verso situazioni/scene di incesto in cui siano coinvolti minori, persino neonati: è l’ultimo stadio di infrazione di un tabù che possa dare al loro cervello una risposta di eccitazione sufficiente a raggiungere un orgasmo.

Fonte fotografica: Wikipedia

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