Mostrare la faccia

di Stefanie Golisch

Prima di ogni forma di comunicazione verbale è il nostro viso che comunica a chi abbiamo di fronte chi siamo o chi vogliamo essere. La nostra mimica parla prima ancora di aver pronunciato la prima parola. L’innamoramento a prima vista è rivolto a un viso che ancora non conosciamo, ma dal quale, misteriosamente, ci sentiamo attratti. Il nostro viso, più che ogni altra parte del nostro corpo, ci identifica. È il mio viso che racconta la mia storia, che svela, se lo voglio o meno, chi sono.
Infatti, molti modi di dire usano il viso come metafora: si può perdere la faccia e si può salvare la faccia. In tedesco, ma anche in italiano, si può anche mostrare la faccia, che significa prendere posizione, uscire pubblicamente senza nascondersi.

Da quando in Italia è entrato in vigore l’obbligo del mascheramento, gli spazi pubblici sono stati privati di ciò che li rende vivi e vitali: le facce, belle e brutte, vecchie e giovani, delle persone. Se non posso più vedere l’altro in faccia, quasi automaticamente, scattano dei meccanismi istintivi, atavistici che me lo fanno percepire come una fonte di pericolo. Inevitabilmente lo spazio pubblico si trasforma in un luogo non più di potenziale incontro, ma, al contrario, di scontro. Non essendo più in grado di riconoscere nel viso dell’altro, che mi si presenta come una superfice non interpretabile, i tratti famigliari di me stesso, ora mi appare come nemico. L’estraneo per eccellenza: uno che non c’entra con me, che non conosco e che non voglio conoscere.
Credo che, in questo periodo, ognuno possa verificare come gli sguardi delle persone che spuntano fuori dalle maschere, si siano incupiti.
Nel nome della “battaglia” contro il coronavirus, si rischia di sacrificare antichi valori umanistici come empatia e solidarietà, principi che stanno alla base di ogni forma di convivenza civile.
Immedesimiamoci soltanto un attimo in una persona anziana che magari vive da sola e che nell’arco di una lunga giornata non ha altro modo di rapportarsi con il mondo esterno che la breve passeggiata fino al supermercato…
Possiamo davvero permettere che la sfera pubblica per via di una ordinanza della pubblica amministrazione venga ridotta ad un cupo ballo in maschera dove ognuno, succube di una atmosfera di panico creato con i consueti mezzi di propaganda, intravede nell’altro soltanto il potenziale untore? L’assunzione personale di un comportamento responsabile in una situazione come quella odierna è cosa scontata. La vita, però, non può essere ridotta alla sopravvivenza fisica. Quello che è in gioco in questo momento è la dignità dell’uomo in senso esistenziale, ossia, la sua salute psichica che dipende in gran parte da un ambiente che lo accoglie e non lo respinge nel nome di una diffidenza generale che, se non la combattiamo in tempo, rischia di diventare la nuova norma delle relazioni umane. O, per dirlo con le parole di Marin Buber: Ogni vera vita è incontro.

3 pensieri su “Mostrare la faccia

  1. “Ogni vera vita è un incontro”. Quella, che certamente costituisce una barriera verso l’altro (la discussa, preziosa mascherina) si rivela oggi, anche segno di unificazione, di presa d’atto della nostra comune e universale fragilità, nonché umile segno di “missione” che coinvolge tutti, proprio tutti: “salvarci”, cambiando gli stili (e forse anche i fini) del nostro vivere nel mondo (come già stiamo imparando a fare con sacrifici) sempre più consapevoli che da soli, per quanto bravi e ricchi si sia, non si arriva mai a nessun vero approdo. Nei nostri visi spesso coperti, nei nostri cammini distanziati, troveremo il modo di riconoscerci, sintonizzarci. Mai sottovalutare la forza di un sorriso.

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  2. Se non fosse che la realtà è purtroppo maledettamente tragica, si potrebbe semplicemente archiviare questo post nella categoria “parole in libertà”.
    Dovremmo scandalizzarci perché la tutela della salute sta limitando temporaneamente le nostre libertà più basilari?
    Io penso che in momenti eccezionali come questi, il buon senso dovrebbe suggerire, anzi imporre prudenza e responsabilità nelle nostre affermazioni.
    Volendo entrare comunque nel merito, a me pare fin troppo evidente che il coprire il volto per proteggere e proteggersi, qui bollato con ironia come “mascheramento”, sia invece il gesto d’amore più bello e utile che si possa fare adesso nei confronti del nostro prossimo e di noi stessi.
    All’opposto, è nei volti spavaldamente lasciati scoperti, incontrati per strada o tra i banchi del supermercato, che riconosco l’arroganza del credere che in nome della libertà si possa sempre affermare il proprio “me ne frego”.

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  3. Il nostro essere profondo non si nasconde dietro una mascherina, si esprime comunque con i gesti dell’anima. Anche gli occhi, ad esempio, sono poesia: a volte si strizzano uno con l’altro in segno di complicità -quella dell’Amore che unisce -, regalano lacrime di affetto, di commozione, sorrisi, fanno anch’essi la loro parte perché l’essere possa emergere. Penso, inoltre, ai bambini, agli anziani, e tutte le categorie più fragili, delicate, in cui la mascherina può diventare un gioco necessario seppure difficile da giocare. Siamo sempre noi a “passare dall’io a tu” a percorrere “II Cammino dell’uomo”, sempre per ricordare Martin Buber, anche con la mascherina. Sempre che lo vogliamo. Senza paura.

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