Vivalascuola. Dad nella pandemia e oltre? Non sarà una cosa seria?

Dal 9 marzo – in alcune regioni dal 24 febbraio – in tutte le scuole italiane si sta svolgendo una sperimentazione a tappeto. Oggetto: la DaD (Didattica a Distanza). Durerà fino alla fine dell’anno scolastico, ma possiamo anticiparne l’esito: se la conosci, la eviti. Per la scuola, come per la società, è ora di pensare al futuro.

In questa puntata di vivalascuola presentiamo esperienze di didattica a distanza nella scuola primaria (Sebastiano Aglieco, Ginetta Latini, Mauro Presini), secondaria superiore (Fabio Cuzzola, Emanuele Rainone, Raffaele Salomone-Megna) e nei corsi serali (Marina Polacco), oggi denominati IdA (Istruzione degli Adulti). Da tutti gli interventi emerge che la DaD, imposta nell’emergenza sanitaria, ha reso evidente, se mai ce ne fosse stato bisogno, che alla base dell’insegnamento c’è la relazione. E in tutti s’impone una domanda spesso accantonata nella frenesia lavorativa che è diventata “normalità“: cosa è la scuola? Come è bene che prosegua dopo l’epidemia? La riflessione introduttiva di Giovanna Lo Presti coglie nei fatti di questi giorni i segni che “sulla scuola grava una minaccia tecnocratica, così come sul lavoro grava una ulteriore precarizzazione” e formula “una proposta per i tempi “normali”, nata nell’emergenza“.

Indice
(Clicca sul titolo per andare subito all’articolo)

Non lasciamo a tecnocrati e politici ignoranti il governo della scuola, di Giovanna Lo Presti
.Abbiamo bisogno della scuola, quella vera, di Ginetta Latini
Scuole serali, didattica a distanza e altre amenità, di Marina Polacco
DOC, se non fai la DAD non VALES, di Mauro Presini
DaD: la giusta distanza non è questa, di Emanuele Rainone
Macché DaD! Si insegna con il corpo, la mente e il cuore, di Fabio Cuzzola
La DaD ha scoperchiato il baraccone, di Sebastiano Aglieco
Questa DaD ha stufato i bambini!, di Giovanna Marras
La didattica a distanza è un ossimoro di Raffaele Salomone-Megna
Segnalazioni e Risorse in rete

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Non lasciamo a tecnocrati e politici ignoranti il governo della scuola
di Giovanna Lo Presti

La “cornice”

Il 4 maggio finisce la “fase 1” dell’emergenza sanitaria provocata dal Coronavirus. I media ripetono ossessivamente che non si tratterà di un ritorno alla normalità, sebbene il sentimento più diffuso sia proprio il timore che non rivedremo per lungo tempo la “normalità” cui eravamo abituati prima del 21 febbraio. È allora che il caso del “paziente 1” diviene l’argomento principale sui mezzi d’informazione; gli fece concorrenza, per parecchi giorni, il fantomatico “paziente zero” di cui discettarono alcuni membri della cosiddetta “comunità scientifica”, tranne poi abbandonarlo al proprio destino, per occuparsi di “invisibili” veri e dannosi quanto gli zombie, i cosiddetti “asintomatici”, che sono ancora tra noi e forse (dubbio degno della tragedia per eccellenza) siamo noi stessi.

Non torneremo tanto presto alla normalità: segno che la crisi è stata profonda ed ha determinato una frattura tra un “prima” ed un “poi”. In molti stiamo chiedendoci se la normalità che vorremmo recuperare sia proprio quella bloccata dalla pandemia, quella caratterizzata dall’inquinamento straordinario della Pianura padana, da fortissime diseguaglianze economiche e sociali, dalla disoccupazione giovanile a livelli straordinari, dallo sfruttamento e dall’incuria del territorio. Il primo motore di questi mali sociali è un modello di sviluppo vorace e volto al profitto di pochi. Sono i pochi che stanno decretando che il Paese è sull’orlo del baratro, gli stessi che hanno tenuto le loro fabbriche aperte in Lombardia mentre il contagio impazzava e che adesso pretenderanno di rimodellare a loro vantaggio il rapporto di lavoro. Vorrei sottoporre all’attenzione di chi legge due dati forniti recentemente dall’ISTAT e dal Mef. Cito testualmente ed in modo completo il primo:

“Nel 2019, il numero di occupati è pari a 23 milioni 360 mila (media annua); i due terzi (il 66,7%) è occupato in uno dei settori di attività economica ancora attivi, per un totale di 15 milioni 576 mila occupati, e il restante terzo (7 milioni 784 mila occupati) in uno dei settori dichiarati sospesi dal decreto” .

Il secondo dato riguarda il reddito dei cittadini:

“Il 44% dei contribuenti, che dichiara il 4% dell’Irpef totale, si colloca nella classe fino a 15.000 euro; in quella tra i 15.000 e i 50.000 euro si posiziona il 50% dei contribuenti, che dichiara il 56% dell’Irpef totale, mentre solo circa il 6% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 40% dell’Irpef totale”.

Inoltre, sono 10,2 milioni di soggetti hanno un’imposta netta pari a zero. I dati parlano, allo stesso tempo, di evasione fiscale e di diseguaglianza economica, forti ed inaccettabili entrambi per un Paese civile. La relazione di tali dati con i pluridecennali tagli ai servizi è evidente.

La domanda è se il Paese che vogliamo recuperare sia proprio questo. Attenzione: potrebbe essere un Paese ancora peggiore. Ce lo fanno sospettare fortemente le dichiarazioni di alcuni esponenti dei “poteri forti”. Carlo Bonomi, neo-presidente di Confindustria, auspica modernizzazione e globalizzazione: temiamo di comprendere bene qual sia la direzione che voglia indicare.

Per quel che riguarda la scuola le idee le chiarisce Francesco Profumo, in un articolo del 29 aprile scorso apparso su La Stampa e intitolato “Prestiti, televisione e connessioni: le idee per ripensare la scuola”. Sarà casuale che, sin dal titolo, campeggi in primo piano la parola “prestiti”? Non ne abbiamo avuto abbastanza, negli ultimi trent’anni, del prevalere del profitto e dell’economia su ogni altro aspetto? L’ex-ministro dell’Istruzione Francesco Profumo (governo Monti) in questo caso si fa portavoce autorevole di una minaccia che incombe sulla scuola. Profumo presenta il suo ragionamento come “lineare”:

“Gli studenti che lavorano a casa hanno bisogno di connessioni a Internet che vengono utilizzate anche dai genitori, ponendo così la premessa positiva per lo smart-working. Se poi la usano anche i fratelli più piccoli il cerchio si allarga e, così, la capacità di socializzazione delle famiglie”. Più avanti: “Il modello organizzativo napoleonico della pubblica amministrazione – in cui esiste un Ministero con un suo bilancio per l’Istruzione – è una scelta limitante”.

Dunque, secondo Francesco Profumo la socializzazione delle famiglie passa attraverso la connessione Internet ed è meglio cancellare con un tratto di penna il “limitante” bilancio del Ministero dell’Istruzione. Sai quanti soldi risparmiati e dati invece più proficuamente ai fornitori di servizi Internet ed ai gestori di piattaforme etc.

Attenzione, ancora: il mondo che ci si prospetta è un mondo di nuove ed antiche servitù. Lo smart-working nel tinello di casa, praticato mentre i bambini girano d’attorno e bisogna preparare il pranzo non può che essere un nuovo modo di soggiogare masse di lavoratori che non avranno nemmeno modo di incontrarsi sul luogo di lavoro e che si sentiranno impotenti nel rivendicare qualsiasi cosa. Sta’ zitto – gli diranno – godi già del privilegio di non muoverti da casa, taci e lavora. Molto diverso è lo smart-working del lavoratore-massa da quello del manager o dell’intellettuale – strano che Profumo non lo immagini e non arrivi a capire quanto limitante potrebbe essere la dimensione domestica e lavorativa, soprattutto per le donne. Anche qui si fa passare per progresso il regresso a quel lavoro a domicilio già praticato prima e dopo la Rivoluzione industriale.

Per finire, la bella idea del prestito; bellissima, davvero, sul modello danese! “Una forma di prestito magari trentennale, che punti sulla cosa più importante che abbiamo, l’educazione delle giovani generazioni”. Ci si domanda quali bambini o ragazzi dovranno chiedere il prestito. La risposta è semplice: non i figli di Profumo né di altri che appartengano al suo strato sociale. Dov’è andato a finire il dettato costituzionale, lo slancio che anima l’articolo 34? Lo vogliamo riportare, perché si veda la differenza con la meschina idea di prestito proposta sfacciatamente da Profumo:

I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

Borse di studio ci vogliono, signor ex-ministro dell’Istruzione, non prestiti. I nostri figli non devono avere “nello zaino della loro vita” un voucher che li indebiti dalla più tenera età, come Lei propone. “Le reti ibride e flessibili” sono la risposta che gente come Profumo dà alle “incertezze dei nostri tempi”.

Bisogna stare in guardia: sulla scuola grava una minaccia tecnocratica, così come sul lavoro grava una ulteriore precarizzazione. Alle “incertezze dei nostri tempi” non daranno risposta le “reti ibride e flessibili”. Solo e soltanto un nuovo umanesimo, la volontà di costruire nuovi modelli sociali che non diano centralità all’utilitarismo economicista ma a ciò di cui gli individui hanno davvero bisogno (cosa che non coincide con la crescita del PIL ma con la ricerca di un benessere collettivo ed individuale) saranno argine alle “incertezze dei nostri tempi.

Lo ripetiamo: è vergognoso che una società complessivamente opulenta come la nostra si dichiari sull’orlo del baratro per due mesi in cui un terzo delle attività produttive si sono fermate (rimando ai dati ISTAT già citati) e che lo faccia per bocca dello strato più ricco della popolazione. Ho citato il brutto articolo di Profumo soltanto per dare l’idea di come la “controparte” stia affilando le armi. Non rinunciamo al nostro diritto di parola proprio oggi.

La scuola può fare molto per cambiare il mondo in meglio, a condizione che si insegni alle nuove generazioni ad indagare e ragionare, sorreggendo il loro spontaneo desiderio di imparare. La “didattica a distanza” ha testimoniato, se mai ce ne fosse bisogno, che un aspetto fondamentale nel mestiere dell’insegnare è il creare una relazione. Chiediamoci come mai, anche “in presenza” tale relazione sia così problematica: ci accorgeremo che la forma stessa della scuola (aule con molti studenti, lunghi orari di permanenza in luoghi poco accoglienti, necessità di star fermi e seduti dietro un banco…) è difettiva.

Non è difettivo, invece, il modello di scuola pubblica aperta a tutti. Quel modello lo dobbiamo salvare e pretendere che lo Stato investa molto di più nelle proprie scuole – e non, prioritariamente, in nuove tecnologie. Altrimenti capiterà quello che è accaduto al Servizio Sanitario Nazionale, il “migliore del mondo” secondo alcuni, ma che, con 5.000 posti in terapia intensiva non ha retto al primo urto di un’epidemia che altri Paesi, meglio attrezzati di noi, hanno sopportato con un numero di vittime decisamente inferiore al nostro. I danni causati da una cattiva scuola non sono immediati e letali. Ma ci sono, eccome: un esempio ce lo dà una classe politica di quarantenni ascesi alle massime cariche dello Stato la cui incolta maleducazione meriterebbe, a rigore, soltanto quattro ceffoni. L’auspicio è che l’eccezionalità del momento abbia portato molti docenti a riflettere sulla propria funzione, sul senso dell’insegnare, su ciò che non va nella scuola “normale” e su ciò che non va nell’esaltazione delle nuove tecnologie applicate alla didattica. In questa direzione si muove la riflessione che segue.

Una proposta per i tempi “normali”, nata nell’emergenza

La sociologa Chiara Saraceno si è recentemente espressa con toni negativi a proposito delle decisioni del governo che riguardano bambini e ragazzi in età scolare: non basta il congedo parentale o il bonus baby sitter, afferma Saraceno, bisogna offrire ai più giovani quella dimensione di socialità, di gioco, di apprendimento che è propria della loro età. La sua proposta:

Occorre pensare a organizzare, per i mesi da qui alla ripresa di settembre, e in preparazione di quella, attività per piccoli gruppi, utilizzando una molteplicità di spazi – alcune aule e cortili delle scuole e dei nidi, palestre, parchi attrezzati, oratori, case di quartiere, ludoteche – ove piccoli gruppi possano incontrarsi in sicurezza insieme ad educatori: una sorta di “estate ragazzi” diffusa, fatta di micromunità circoscritte e monitorate. Anche per i più piccoli, che è vero che non possono mettere le mascherine, gattonano e si mettono tutto in bocca, ma sembra assodato che non si infettano tra loro. Se in Francia, Spagna, Danimarca, Germania, si stanno attrezzando in questo senso, perché non in Italia?”.

Le parole di Saraceno indicano una via d’uscita dalla situazione emergenziale ben diversa dalla laudatio quotidiana della ministra Azzolina rispetto alla Didattica a distanza. Ed è vero che bisogna fare di necessità virtù e, in mancanza di altro, usare ciò che la tecnologia mette a disposizione per supplire all’impossibilità di uscire di casa ed andare a scuola; ma è ancor più vero che non vedere i limiti gravissimi di questa situazione è da idioti.

Un fenomeno interessante, emerso da scambi di idee con numerosi colleghi che praticano quotidianamente la Didattica a distanza è l’adeguamento della stessa alle modalità con cui funziona (o non funziona) la scuola “normale. Quindi, seguono meglio le lezioni a distanza i più motivati: i piccoli perché incuriositi dalla situazione insolita (che la scuola, poi, in pochi anni di frequenza ammazzi ogni curiosità è un dato da affrontare in altra sede), gli studenti delle scuole serali perché più adulti e determinati, gli studenti liceali perché, in genere, più abituati allo studio e più motivati.

Le notizie “interessanti” giungono, come al solito, dal segmento tecnico-professionale, proprio quello che dovrebbe stare più a cuore a chi governa in nome della Costituzione; la quale, con parole molto chiare, stabilisce il diritto all’istruzione e, conseguentemente, il valore della stessa in quanto momento di emancipazione. Insomma, i colleghi riferiscono di numerosi studenti collegati a videocamera e microfono spento e palesemente lontani dal computer (a domanda, chiamato in causa, l’allievo non risponde…); affermano che parecchi arrivano in ritardo alla lezione, tanto da costringerli a mettere a punto nuove regole per l’accesso all’aula virtuale. Raccontano di reazioni negative a compiti che non ottengono i giudizi sperati, interventi di genitori presso il coordinatore per lamentare l’eccessiva (e presunta) severità di un giudizio. Insomma, tutto il meglio della “scuola dal vivo” si trasferisce, in breve tempo, nella scuola a distanza.

Ciò serve a far emergere una verità lampante, ma che comporta, per essere compresa, di una conoscenza diretta della scuola: non basta cambiare mezzo o “metodologia didattica” per ottenere migliori risultati. Quello che deve cambiare radicalmente è il rapporto tra chi impara e chi insegna. L’aula, con la “classe” (sia pure, come vuole la moda didattica del momento “rovesciata”) non funziona. In un momento in cui gli adulti stanno perdendo autorità nei confronti dei più giovani (e la perdono, in genere, a vantaggio dell’invasività dei media digitali) è urgente recuperare il dialogo educativo. La malattia della scuola è ad uno stadio avanzato e non è un fatto italiano. Ci hanno frastornato per decenni con sperimentazioni, metodologie didattiche, invenzioni dell’ultimo didatta ministeriale. Nessuno si è mai occupato dell’unico problema vero, dell’apertura di un canale di comunicazione tra insegnanti e studenti, affinché gli uni udissero le parole degli altri, in un rapporto di reciprocità, base indispensabile affinché il più giovane riconosca l’autorevolezza del più adulto e si confronti con essa.

Ora – e torniamo alla proposta di Saraceno, radicalizzandola – il dialogo ha bisogno di tempo, di fiducia reciproca e di circolarità. Queste condizioni possono essere garantite soltanto da una didattica per piccoli gruppi, la sola che consenta di superare il rumore di fondo (metaforico e spesso anche reale) di un’aula affollata. Lavorare per piccoli gruppi può essere una soluzione per il rientro nelle aule. Certo, bisogna ripensare la struttura della mattinata di lezione. Ma non è legge di natura che a scuola si debba stare sei ore seduti su una sedia, in un’aula piena zeppa, con un adulto che, come i medici in corsia, può contare soltanto su se stesso per convincere i suoi studenti che quello che sta dicendo è più interessante dell’ultimo Whatsapp appena arrivato sul loro smartphone. [torna su]

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Abbiamo bisogno della scuola, quella vera
di Ginetta Latini

E nel 2020 la scuola esiste ancora? Sì, ma ad una condizione: se tutte le scuole sono chiuse, la scuola è rimasta aperta solo dove scuola è il nome che diamo alla relazione che sopravvive alla chiusura dell’edificio. Altrimenti aperta, una scuola, non lo è mai. (Alessandro D’Avenia, Scuole chiuse, Corriere della Sera 23 marzo 2020)

La mia scuola è quella del quartiere dove vivo. I bambini ora costretti a casa sono una via più in là, dietro l’angolo, dietro quella finestra.

Siamo la Scuola Senza Zaino, famosa in questa parte di città. Comunità, ospitalità, responsabilità e fare esperienza della conoscenza in una costruzione collaborativa e collettiva, con l’apporto di ciascuno oltre alla maestra. Niente libro di testo e quadernoni ma oggetti concreti progettati per apprendere, e quadernini misurati in dimensioni e quantità. Li teniamo nella Fabbrica degli Strumenti didattici della scuola, passano di classe in classe, di mano in mano dei bambini perché gli oggetti e la loro mediazione sono il tramite per la conoscenza. Montessori docet e nella mia scuola lo ricordiamo.

Due materialità quindi: i corpi e gli oggetti

Non ne resta nulla. Salutati i bambini un giorno all’uscita, non li abbiamo visti più o per lo meno ne abbiamo perduto la presenza fisica; a scuola sono rimasti gli attrezzi del nostro mestiere che non sono solo i libri. Sono rimasti anche i tavoloni grandi da sei posti e l’isola dei materiali, il contenitore centrale con matite gomme temperini, comune nel piccolo gruppo.

In principio è stato l’entusiasmo di provarci con la didattica a distanza. In un attimo è stata pronta la piattaforma, fervono WhatsApp e si accendono idee, anche le lampadine e gli schermi fino a tarda notte. Dai che li ritroviamo, i bambini.

Lo slancio pedagogico degli insegnanti in questo tempo è sorprendente solo per chi, normalmente, non abita la scuola. Esserci trasformate in poche settimane in native digitali, videomaker, esperte di comunicazione social, operatori per la dispersione scolastica può stupire solo chi non conosce la tempra coriacea degli insegnanti, poiché di solito non li frequenta. Il corpo docente ha fatto così, per non perdersi ragazzi e bambini.

Non è la banalità del #Lascuolanonsiferma. Slogan vuoto di significato: a due mesi dalla chiusura delle scuole chi era senza device lo è ancora. La consegna di materiale di cancelleria (c’era chi non aveva più matite, gomme, colori) lo hanno fatto le Associazioni Genitori, attive come sempre. La Scuola, come istituzione, è impantanata come prima.

Dunque, ci abbiamo provato anima e corpo, quest’ultimo addossato allo schermo del pc o contorto nel girare un video che portasse noi, proprio noi, al cospetto dei bambini nelle loro case. Sono passati due mesi, possiamo azzardare delle conclusioni. Anche come Scuola Senza zaino.

La DaD, i corpi, la scuola

La DaD non è scuola. Perché manca il corpo, ed è un aspetto che non può essere inopinatamente espunto fingendo che tutto possa funzionare lo stesso. La scuola è luogo di azione e di parola, è intreccio di voci, emozioni, è incontro di corpi in uno spazio. E’ ormai un assunto che la capacità di “presenza” sia una competenza essenziale dell’insegnante: la modulazione del ritmo e della voce, delle attività, per mettere a tema – prima del nostro sapere – l’attenzione e la disponibilità ad apprendere del gruppo di studenti che sono DI FIANCO e CON noi. Così mobilitiamo la loro motivazione a fare esperienza della conoscenza. Non a caso si dice che un buon insegnante conosce il modello drammaturgico, che mette l’accento sui modi di impiego della voce, sull’uso appropriato del corpo e della gestualità, sulla sintesi tra ragione ed emozioni, sulla capacità di presentare i contenuti suscitando la passione per la conoscenza.

Nella DAD ci vediamo attraverso uno schermo piatto, e così unidimensionali siamo noi maestre e i bambini, per noi e per i compagni che li vedono. Per esprimere un’emozione fammi un segnale, aspetta e riattiva il microfono. Ripeti che avevi l’audio basso. Un attimo che adesso la connessione è insufficiente. E ciao. Quando li salutiamo e chiudiamo il collegamento, per lo più la frustrazione ci ammutolisce e la grande domanda è: Ma cosa stiamo facendo?

La DAD, le case, lo spazio della scuola

La scuola, come ogni dispositivo educativo, mette a tema lo spazio e lo allestisce in maniera adeguata per lo scopo prioritario, l’apprendimento. Banchini separati, a coppie o a ferro di cavallo; tavoloni per una didattica collaborativa e la cattedra decentrata, nell’aula Senza zaino. Si chiama materialità educativa e annovera le scelte implicite di un dispositivo pedagogico. Nella nostra scuola dedichiamo pensiero, tempo ed energie ad allestire l’aula policentrica dotata di diverse offerte aggregative e didattiche.

Nella DAD lo spazio sono le case dei bambini; di solito la cameretta, la sala, l’angolo di cucina vicino al router per profittare della migliore connessione. E chissà dove scrivono, se lo fanno; se hanno a disposizione uno spazio di silenzio e concentrazione. Quando li vediamo sulla seggiolina giostrarsi tra il microfono che sfugge, il tasto da silenziare, la ricerca di autonomia sorvegliata dal genitore dietro le spalle, la considerazione è ancora la stessa: questa non è scuola e non va sbandierata come tale.

Il tempo

Nella DAD l’organizzazione della giornata è delegata a chi è in casa: per lo più i genitori, a volte i nonni o i fratelli maggiori. Per chi attua lo smartworking, si tratta di contemperare ritmi impossibili da armonizzare e particolarmente nell’età dell’Infanzia e del primo ciclo. Lavoro, casa, figli, compiti. Gli incontri non prima delle 17 per favore, devo lavorare! Non prima delle 11 per favore, sa… in questo periodo ci siamo presi il piacere di dormire un po’ di più.

Il tempo, come lo spazio, è un elemento del dispositivo pedagogico della scuola. Crea ritmi, riti, scandisce con regolarità lo scorrere delle giornate e delle attività. Per pochi un’imposizione, per i più è il contenitore di un susseguirsi noto di riti e incontri che si ripetono, rassicurano, consolidano la costruzione di identità.

E’ la maggior difficoltà segnalata dai genitori, con cui siamo in dialogo: a casa è difficile dare un ritmo alla giornata. Possiamo solo accennare col pensiero alle situazioni di disgregazione familiare e disagio sociale, in cui questa difficoltà si amplifica e ci preoccupa.

Gli altri, la relazione, il gioco

Prese da struggimento, spesso al termine degli incontri LIVE lasciamo la classe virtuale aperta per due o tre bambini che chiedono di continuare a stare insieme. Rimangono lì a mostrarsi carte da gioco o a chiacchierare. Secondo qualcuna di noi comporta dei rischi, la piattaforma e la rete sono insidiose; e certo c’è del vero. Ma cosa resta ai bambini di una delle più grandi opportunità della scuola, che è sperimentarsi nella relazione con gli altri? Cosa resta del gioco, simbolico e motorio, che permette l’incontro e l’ascolto reciproco? Nella scuola Senza zaino il gioco come strategia di apprendimento, le attività in gruppo e la costruzione collaborativa sono la via per la scoperta dei saperi.

Li ritroviamo oltre lo schermo ad alzare la manina per mostrarci che hanno fatto bene i compiti. Parlano accuratamente uno dopo l’altro cadenzando il silenzio dei microfoni a turno. La maestra guida: prima tu, poi tu, poi tu; puoi ripetere che non ho sentito bene? Oh, ma l’hanno imparato eh. Aspettano silenziosi il loro turno. Il contrario di tutto ciò che abbiamo fatto sin qui: pensare i bambini come soggetti attivi e interagenti; il corpo in azione e la relazione con l’altro come basi fondamentali per l’apprendimento. Ma cosa diavolo stiamo facendo?! Con buona pace dei neuroni specchio e tutte le scoperte delle neuroscienze.

Mi accorgo, al termine di questo contributo, che ne sono rimasti esclusi temi prettamente istituzionali come i contenuti didattici digitali, le videolezioni, la valutazione, il registro elettronico. Non importa.

Corpo, spazio, tempo e relazione sono le dimensioni essenziali della scuola come dispositivo pedagogico, educativo e didattico. Nella DAD queste dimensioni sono annullate. E’ tempo di dire a gran voce: ridateci la scuola, quella vera.

Il testo non entra nel tema delle restrizioni dovute al Coronavirus e ai possibili sviluppi nei prossimi mesi, che sono affidate a chi di competenza e a cui ci affidiamo. Si concentra sulla richiesta di progettare una scuola che consideri le necessità e i bisogni irrinunciabili di bambini e ragazzi, negli ambienti di apprendimento.

Riferimenti
M. Orsi, L’ora di lezione non basta, Maggioli 2015

M. Orsi, A scuola senza zaino, Erickson 2016

F. Cicu, E. Jankovic, Facciamo finta di…, Pearson 2020 [torna su]

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Scuole serali, didattica a distanza e altre amenità *
di Marina Polacco

Sui limiti e sulle enormi zone d’ombra della didattica a distanza penso che si sia detto in questi giorni tutto il possibile. Per questo mi limiterò a una minima testimonianza individuale, relativa alla scuola molto particolare in cui insegno e che, come sempre, è rimasta del tutto in ombra, surclassata da ben altre, certo più stringenti, criticità: un corso serale per adulti.

Si tratta di un osservatorio e di una esperienza a sé, che in parte permette di rilevare elementi comuni a tutti gli ordini di scuola superiore, in parte presenta difficoltà a sé stanti e specifiche. In teoria, visto e considerato che già ora la normativa prevede la possibilità di svolgere parte del monte ore ‘a distanza’, dovrebbe essere il settore meno colpito dalla attuale situazione di emergenza: tutti adulti, autonomi, responsabili e con un minimo di competenza digitale anche al di là dello smartphone, magari persino agevolati dal fatto di non dover incastrare spostamenti fisici e ritmi familiari. Nella realtà, proprio l’emergenza rivela la fragilità dei modelli che mirano a presentare come inessenziale nei corsi per adulti la frequenza regolare all’interno di una scuola come luogo fisico e concreto, centro di incontri e di condivisione, ma anche forma simbolica di una identità e di un sentimento di appartenenza. Mi soffermerò su due aspetti che mi sembrano particolarmente significativi, a partire dai quali è forse possibile trarre alcune conclusioni di carattere generale.

Si perde la scuola come casa comune

Il primo aspetto consiste nella particolare evidenza con cui agisce nelle mie classi l’alterazione del discrimine tra pubblico e privato consustanziale alla didattica a distanza: nessuna soluzione di continuità (spaziale, ma a seguire anche temporale) tra tempo dello studio e del lavoro e tempo della vita familiare e privata. Al momento del collegamento la videocamera passa in rassegna impietosamente salotti o studioli ben lucidati, camere dormitori, letti sfatti, cucine in disordine; nei pochi attimi in cui i microfoni non sono ancora spenti si percepiscono urla di bambini, il cicaleccio della televisione aperta in sottofondo, squillare di telefoni, conversazioni private con mariti/mogli/figli; alle mie spalle il cane abbaia, le figlie (per fortuna adulte) si muovono silenziose. L’alternativa da alcuni preferita in nome della privacy è ancora peggio: invece di vaghi profili umani stagliati su ambienti difformi, un simbolo, una sigla, un’iniziale: il nulla.

La didattica a distanza cancella e rende inagibile la scuola come ‘casa comune in cui tutti si possono spogliare (sia pure provvisoriamente e parzialmente) dei loro vissuti familiari e privati e diventare disponibili per una esperienza sempre a suo modo inedita. Certo, è un’operazione che non può che essere parziale e provvisoria, ma è una delle ragioni di forza dell’esperienza scolastica come esperienza totalitaria (in tutte le implicazioni del termine). Tutti nell’entrare a scuola si spogliano delle loro vesti abituali (appaganti o costringenti che siano), diventano professori o alunni e conquistano la possibilità di ripartire in condizioni di semi verginità all’interno di uno spazio comune esattamente delimitato, partecipando a un’avventura che si rinnova tutte le volte in cui un gruppo eterogeno e scomposto diventa una classe.

Per gli adulti questo vale ancora di più. Rispetto a una classe del mattino, una classe serale è molto più eterogena: i vissuti individuali degli alunni sono straordinariamente diversi e solo la condivisione fisica sera dopo sera permette di superare e rielaborare trasformando in ricchezza le differenze che all’inizio sembrano incolmabili. Gli adulti hanno bisogno ancora di più di staccare dalla loro vita abituale per ricostruirsi faticosamente un ruolo che non è più così scontato: devono temporaneamente lasciarsi alle spalle figli o genitori anziani o partners, e tornare a fare gli alunni, nel tentativo di riacciuffare in extremis un treno che al momento opportuno hanno perso. La separazione forzata dalle mura domestiche è la condizione necessaria affinché questo avvenga. Frequentare un corso serale non è mai indolore, spesso implica uno strappo, una lacerazione – rispetto a difficoltà lavorative o situazioni familiari asfissianti o coniugi non sempre bendisposti, o figli che reclamano attenzione. È uno sforzo enorme di auto-centratura, di re-investimento su stessi, spesso contro tutto e contro tutti (raramente chi arriva a iscriversi al serale ha una famiglia che lo sostiene e lo incoraggia, più spesso avviene il contrario). La perdita della scuola come casa comune distrugge questo meccanismo e vanifica gli sforzi compiuti. Seguire le lezioni da casa per molti invece di essere un momento di liberazione diventa un momento di ulteriore costrizione, una fatica aggiuntiva che non arreca alcuna soddisfazione. Spesso significa una regressione in una zona grigia di sopravvivenza, che può reggere solo a breve termine, e forse neanche. Regge nella facciata, non nella sostanza.

Autoreferenziale, non dialogica, autoritaria

Il secondo aspetto riguarda l’autoreferenzialità delle lezioni. La parte in modalità asincrona (usiamole queste belle definizioni in burocratese: se c’è una cosa che non manca mai è l’immediata capacità di battezzare con sigle e acronimi tutto, anche l’aria fritta) si svolge all’insegna di una meccanicità sfiancante – io assegno compiti, loro svolgono e riconsegnano compiti, io correggo compiti e li riconsegno – con una parvenza di discussione che spesso si traduce in scambi laconici via chat. Le lezioni in modalità sincrona sono ancora più insopportabili, perché pretendono di conservare una parvenza di contatto (e tutti ci siamo aggrappati a questa parvenza, per carità, perché era necessario, e perché ne avevamo bisogno), mentre ne sono la negazione. Io parlo, parlo; a tratti mi fermo, chiedo: “avete capito? Mi dovete chiedere qualcosa? Volete aggiungere qualcosa? Volete commentare?”.

In classe era praticamente una domanda retorica: bastava un giro di sguardi per sapere chi aveva voglia di dire qualcosa, chi voleva intervenire, chi stava ruminando i suoi dubbi. La domanda non era necessaria. Ora alla esplicita sollecitazione quasi sempre rimangono tutti muti, mi sorridono, qualcuno alla fine accende il microfono: “Sì, prof., abbiamo capito, tutto a posto”; io invece non capisco niente, non riesco a seguirli, non ne incrocio gli sguardi; trattengo i miei dubbi, faccio uno sforzo, mi riprendo e vado avanti. A volte qualcuno interviene, fa delle osservazioni sensate o dichiara veramente i suoi dubbi. La luce si accende, parto felice, ma mi accorgo che a interagire siamo solo io e l’altro, che il resto della classe rimane in silenzio e in attesa, che anche questo non è dialogo, non ha nulla a che vedere con una partecipazione reale, con la costruzione di una comunità ermeneutica.

Non servono ricette per fare meglio o peggio (sono diventata insofferente a qualsiasi tentativo di condivisione di strategie d’emergenza: hai provato questo, hai provato quest’altro? Mi sembrano solo mistificazioni. Lo dobbiamo fare, lo stiamo facendo, ma non prendiamoci in giro). La sostanza non può che essere questa. La lezione non può che diventare sempre più simile a un monologo: è autoreferenziale, non dialogica e inevitabilmente autoritaria (nel senso banale e scontato che io la impongo dall’alto, non la costruiamo insieme). Alcuni professori all’inizio registravano le lezioni, quasi sempre sono stati invitati a passare per quanto possibile ai collegamenti in diretta: nell’illusione che ci sia una differenza di sostanza e non di facciata. La lezione non può che costruirsi in classe assieme agli alunni, parte da un punto preciso e spesso non sai dove può arrivare: ora lo sai perfettamente, ma la trascini con lo stesso entusiasmo di un mulo attaccato alla catena.

Molti stanno rilevando anche effetti benefici dello stato di emergenza: ragazzi che prima non osavano farsi vedere e che ora attraverso lo schermo sono diventati più partecipativi, riescono a intervenire e a esprimere la loro opinione; professori che prima non riuscivano a tenere la classe e che ora procedono spediti, magari orgogliosi delle loro prestazioni, perché quel problema non se lo devono più porre. Ma la prospettiva dovrebbe essere capovolta: l’errore stava nella normalità, nel senso che palesemente qualcosa non funzionava prima, ma lì doveva essere risolto e non altrove. L’emergenza rivela anche le pecche delle normalità, e caso mai può aiutarci a riflettere su di esse; ma non offre sicuramente soluzioni.

L’istruzione per adulti deve rimanere scuola

Detto questo, proviamo a fare un bilancio. Nonostante tutto, la maggioranza degli studenti sta continuando a seguire, magari nell’attesa e nella speranza di una normalizzazione. Alcuni di loro (una buona fetta) si limitano a una presenza formale, a un collegamento fittizio che valga a spuntare la casella ‘presente’. Ma molti studenti li abbiamo persi nel nulla, in tutti i sensi. Spariti, scomparsi senza lasciare traccia. A volte per difficoltà tecniche (connessioni inesistenti, niente tablet, niente pc, risorse della scuola insufficienti a raggiungere tutti). Ma non solo, non tanto per questo. I frequentatori dei corsi serali non sono più solamente lavoratori un po’ avanti negli anni. C’è molto di più.

Sono scomparsi nel nulla molti ragazzi stranieri che tenevamo a scuola con le tenaglie, che stavano faticosamente seguendo un percorso di alfabetizzazione e socializzazione reale, non fittizia, costruita pezzo a pezzo, giorno dopo giorno, ben al di là di una certificazione di competenze. Sono scomparsi nel nulla ragazzi con percorsi scolastici disastrati che lentamente si stavano rifacendo una sorta di verginità, stavano reimparando a essere studenti, si stavano riappropriando della scuola-casa comune. Sono scomparsi coloro che vivevano di lavoretti al nero e si sono rimessi in circolazione come corrieri, o a consegnare pizze e dolci al posto di coloro che preferiscono non farlo. Alcuni in compenso sono riemersi (siamo pur sempre un corso serale): quelli che hanno fiutato l’opportunità di sfangare un anno o arrivare al diploma senza colpo ferire. Per chi non aveva neanche provato a vivere l’esperienza della scuola serale come una seconda opportunità per accedere a un percorso di formazione reale, ma era in cerca di un corso abbreviato al diploma, la trasmigrazione on line con obblighi minimi e la garanzia di avanzamento automatico è un regalo piovuto dal cielo.

C’è un risvolto positivo da sottolineare. Da sempre il problema del nostro corso serale è stato quello di raggiungere e permettere la frequenza a studenti in condizione di difficoltà fisica o impossibilitati allo spostamento (perché residenti in aree troppo periferiche e senza mezzi di trasporto): da sempre qualsiasi soluzione è sembrata improponibile (della serie: per i miracoli non siamo attrezzati). Nel giro di due giorni, questo va detto, il miracolo si è realizzato: piattaforme allestite, tutti collegati, nessun problema di privacy. Se qualcosa di buono deve rimanere da questa esperienza devastante, spero che sia questo: la possibilità di estendere l’offerta e la possibilità di coinvolgimento anche a persone che prima non avrebbero potuto in alcun modo essere presenti e partecipare alle lezioni. Ma con la rinnovata consapevolezza che anche la scuola per adulti non può che essere una scuola vera, che gli adulti hanno bisogno come e più degli altri di una casa comune, di uno spazio pubblico ben distinto da quello privato in cui possano riconoscersi per condividere un’esperienza che va ben al di là di una formazione professionale riassunta e certificata in una lista di competenze.

L’emergenza ci insegna che ci sono degli strumenti che possiamo utilizzare decisamente meglio, ma a partire da un punto fermo la cui necessità imprescindibile è conclamata proprio dall’emergenza stessa: la presenza fisica, concreta di una comunità scolastica fatta di alunni, professori, tempi e luoghi, non ricostruibile al di fuori di questa materialità. Un conto è la scuola, un conto la formazione a distanza, di qualsiasi tipo, ordine, settore. Questa la può dare (pagando, s’intende) qualsiasi ente, fisico o virtuale che sia. La scuola è ben altra cosa, e l’istruzione per gli adulti (rivolta sempre più anche a chi adulto non è: giovani stranieri che cercano di costruire la loro cittadinanza, ragazzi in fuga dai corsi diurni, respinti da un fallimento dopo l’altro) deve rimanere scuola: ognuno è poi libero di scegliere da che parte andare.

Indisponibili a una DaD senza limiti

A distanza di quasi due mesi dall’inizio dell’emergenza scolastica, penso che non ci sia molto altro da dire. Il mio vero dubbio rimane però un altro. A parole siamo (quasi) tutti d’accordo. La scuola a distanza non è scuola, ha ripristinato modalità autoritarie (nella forma se non nella sostanza) e autoreferenziali, ha moltiplicato le diseguaglianze, ha perso per strada molti dei soggetti più deboli, ha scaricato sulle famiglie una parte considerevole delle responsabilità educative (soprattutto ciclo primario e secondaria di primo grado), ha azzerato ogni possibilità reale di verifica. Il problema allora non è la formalità dei voti e dei giudizi (che è veramente un falso problema); ma la sostanza di quello che abbiamo fatto e stiamo continuando a fare. Forse avremmo dovuto essere più lucidi e più spietati, fin dall’inizio. Se qualche settimana, un mese si poteva reggere, di fatto ci troveremo ora ad aver svolto quasi la metà dell’anno scolastico in queste condizioni. Avremmo dovuto impedirlo, dichiararci indisponibili: oltre un certo limite (che doveva essere in primo luogo di tempo: quindici giorni? Un mese? Due?) la didattica a distanza non può sostituire la scuola vera. Dunque, o si torna a scuola entro questo ragionevole limite, o si deve invalidare l’anno. Sarebbe stata una posizione contestata e invisa (fare perdere l’anno a tutti? Ma siamo pazzi?), ma probabilmente l’unica disperatamente onesta. Non si può continuare a dichiarare che la didattica a distanza non funziona e allo stesso tempo continuare a praticarla come se niente fosse, avallando la retorica ministeriale che fa comodo un po’ a tutti (insegnanti compresi).

Con una soluzione tipicamente da Italietta, abbiamo ancora una volta cercato di salvare capra e cavoli: siamo in guerra (perché giusta o sbagliata che sia è questa la metafora invalsa nell’immaginario comune), è una situazione di emergenza, i diritti individuali sono sospesi ad libitum in nome di questa emergenza, ma non preoccupatevi, la scuolanonsiferma, tutto andrà bene, nessuno ne soffrirà le conseguenze, tutti promossi perché tutti meritano di essere promossi (ed è anche vero). Nel frattempo, quasi tutti i paesi europei stanno pensando a una riapertura graduale delle scuole (alcuni non le avevano mai chiuse del tutto), tranne l’Italia. Magari se l’avessimo fermata davvero la scuola, adesso sarebbero tutti più disponibili a considerarla una priorità, ad affrontare in ben altro modo la discussione sulla riapertura, cercando soluzioni e non alibi, per garantire nella sostanza e non nella facciata il diritto all’istruzione uguale per tutti.

* dedicato alla Quinta economico Corso Serale del Matteotti di Pisa, che avrei volentieri tenuto a scuola un anno in più, anche a dispetto della loro volontà, pur di garantire loro una conclusione degna di questo nome, così come l’avevano sempre immaginata. [torna su]

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DOC, se non fai la DAD non VALES
di Mauro Presini

“Ehi tu DOC, lo sai che se non fai la DAD non VALES, non INVALSI e ti può venire un TIC.
Su DOC, non fare il FIS! Se non la fai, da grande rischi la AFAM o, al massimo, di INDIRE GAE di gente che ARAN. Nella vita è importante non fare POF. Ti prego, dì SIDI… se lo fai, ti do un BES”. (da qui)

Le difficoltà che riguardano la scuola in questa nuova situazione, venutasi a creare in seguito all’emergenza dovuta alla pandemia, sono sotto gli occhi di tutti.

Mai come ora si sente un bisogno forte di scuola vera: lo sentono gli alunni, lo sentono le famiglie, lo sentono gli amministratori, lo sentono i cittadini, lo sentono moltissimo gli insegnanti.

A mio modo di vedere, però, questo bisogno di scuola non può essere soddisfatto con la didattica a distanza, anche se ben fatta, sia perché questa non può normalizzare una situazione che normale non è, sia perché la didattica a distanza è un rimedio nell’emergenza e non una libera scelta.

È normale che bisognerà continuare ad attivarsi perfezionandola perché è l’unico modo a disposizione in questo momento; credo però che occorra fare molta attenzione perché il bisogno di cercare sicurezza e normalizzazione, in una situazione che spaventa, può portare a scelte discriminanti che non considerano le condizioni di tutti gli alunni.

È importante sapere che, facendo questo tipo di didattica, si sta adottando una modalità utile in questa situazione ma insegnare è un’altra cosa; infatti, nel senso ampio del termine, insegnare” non vuol dire “mettere dentro” ma “portare fuori e questa operazione lenta, delicata e complessa è fatta di relazioni educative e non solo di relazioni scritte, di interrogativi e non solo di interrogazioni, di domande e non solo di test a risposta multipla, di problemi di convivenza e non solo di problemi di matematica, di verifiche sul campo e non solo di prove di verifica, di azioni e non solo di spiegazioni, di volti e non solo di voti, di intese e non solo di protocolli d’intesa, di progetti di vita e non solo di progetti integrativi, di programmi per il futuro e non solo di Programmi Operativi Nazionali.

Nell’insegnamento la componente relazionale è indispensabile, come pure è fondamentale che sia caratterizzata da una presenza fatta di sorrisi incoraggianti, di sguardi accoglienti, di ascolto attivo, di toni convincenti, di battute sdrammatizzanti, di posture rassicuranti, di atteggiamenti coerenti.

Fare didattica a distanza quindi, per me, vuol dire preoccuparsi se la modalità pensata sia alla portata di tutti. Mi sto accorgendo però che non sempre è così perché, a volte, la convinzione di essere insegnanti all’avanguardia, solo perché si usano strumenti tecnologicamente avanzati, può portare ad essere abbagliati e a confondere l’attivazione della didattica a distanza con il processo di insegnamento.

Io credo che, in questa strana situazione di chiusura delle scuole, sia importante aver chiara questa distinzione sia per non deludere certe aspettative degli studenti e delle famiglie che per mantenere aperto un canale di comunicazione efficace.

In un momento simile, io penso che il primo aspetto da curare con molta attenzione debba essere la comunicazione, sia verso le famiglie che verso gli alunni; non solo per cercare di far sentire la propria vicinanza ma per condividere un momento difficile tenendosi stretti, per tentare di sentirsi comunità anche in queste occasioni.

Si può comunicare con gli studenti per spiegare cosa sta succedendo, per dare un nome alle emozioni che si provano, per raccontare e raccontarsi, per suggerire attività, per immaginare ed organizzare il rientro ma, ancor prima, per proporre modalità di comunicazione adatte al contesto e alla portata di tutti.

Si può scrivere alle famiglie per spiegare ciò che gli insegnanti sono in grado di fare in questa situazione ed il tipo di aiuto da casa di cui avrebbero bisogno.

Io credo che, in questo difficilissimo momento storico, occorra stare attenti al rischio di incentivare una scuola delle differenze tra chi ha e chi non ha, tra chi può e chi non può.

In sintesi, non penso che esista un modo migliore per fare la didattica a distanza e non credo che l’efficacia di un metodo sia dipendente dal grado elevato di tecnologia utilizzato, ma sono convinto che occorra fare attenzione alla sua capacità di arrivare agli studenti, senza perdere nessuno per strada.

Nel piccolo della classe che frequento (una quinta elementare), con le colleghe facciamo così: abbiamo deciso di registrare video lezioni che poi condividiamo con un link su youtube o diffondiamo via wetransfer o via whatsapp; registriamo audio con letture, segnaliamo link di filmati già esistenti ed inviamo schede predisposte da noi o già disponibili sul libro. Programmiamo incontri di classe con i bambini e le bambine e video assemblee sempre con loro; i primi per raccontarci e per salutarci e le seconde per decidere come organizzare alcuni progetti. Non facciamo lezioni in streaming perché pensiamo che le video lezioni in streaming, come forma di lezione a distanza per dei bambini della scuola primaria, corra il rischio di essere:

dispersiva perché i bambini sarebbero attratti più dallo stupore del mezzo usato che non dal contenuto dell’intervento del docente;
noiosa perché tutta teorica;
inefficace perché senza la relazione diretta si perde buona parte dell’attenzione;
difficoltosa perché diversi bambini hanno un solo computer che serve anche ai loro fratelli o sorelle iscritti alle scuole secondarie in determinati orari;
problematica perché tutti i bambini e tutte le bambine dovrebbero collegarsi in determinate giornate a determinati orari;
poco funzionale perché sembra rispondere soprattutto a esigenze di certificazione;
scomoda perché tutti i bambini e tutte le bambine dovrebbero essere affiancati da un adulto durante le lezioni;
stressante sia per i bambini che per i genitori.

Personalmente provo a coinvolgerli anche facendo qualcosa di piccolo ma con costanza; mi spiego meglio: più di un mese fa, una bambina della mia classe, stanca della depressione provocatale dalla visione dei telegiornali, ha immaginato un telegiornale fatto dai bambini per risollevarsi un po’; ho coltivato questa sua idea e l’ho condivisa con gli altri bambini della classe. Da quel momento, con il contributo di tutti, quotidianamente facciamo uscire un nostro piccolo BG1, Bambini Giornale 1 (1), fatto con i contributi filmati che ricevo, assemblo e restituisco sul mio canale youtube in forma privata. C’è chi mostra come ha imparato a curare il proprio orto, chi come ha imparato a cucinare, chi come sta imbiancando le pareti di casa, chi come lavora il legno, chi come si allena, chi legge un certo brano, chi cura i fiori sul balcone, chi mostra i suoi esperimenti scientifici, chi intervista qualcuno dei familiari o dei vicini, chi saluta.

È una cosa piccola, lo so, ma insieme alle altre ha la speranza di tener strette le relazioni create, di provare a far sentire i bambini e le bambine parte della comunità della classe e di insegnar loro che si può imparare anche dall’emergenza.

Penso infatti che, in questa emergenza, si stia giocando il senso stesso del fare scuola; avverto il pericolo che conquiste avvenute negli anni passino in secondo piano.

Molti genitori pensano al proprio figlio, diversi colleghi pensano alla loro classe, alcuni dirigenti pensano al loro istituto… in sintesi, in un momento in cui ci sarebbe bisogno di un pensiero collettivo, in molti pensano individualmente.

Credo sia normale farlo in una situazione simile in cui tutti ci sentiamo sotto pressione ma noi, noi che siamo insegnanti dobbiamo stare attenti a queste spinte egoistiche e provare a dare equilibrio, dobbiamo provare ad allargare le vedute ed “imparare a navigare in un oceano di incertezze fra alcuni arcipelaghi di certezze” (2), che risiedono nella scuola della Costituzione.

Un prete a cui devo molto della mia visione professionale scriveva, insieme ai suoi alunni: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è politica. Sortirne da soli è avarizia”.

Mai come ora la scuola ha bisogno di una politica seria che, dal basso, si attivi per affrontare i problemi enormi che questa emergenza ci consegna.

Mai come ora c’è l’opportunità di immaginare una scuola del futuro che non perda le proprie radici costituzionali e che possa sviluppare i propri rami verso un orizzonte davvero inclusivo.

Note
1. Edgar Morin: I sette saperi necessari all’educazione del futuro
2, Don Milani e i suoi ragazzi: Lettera a una professoressa

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DaD: la giusta distanza non è questa
di Emanuele Rainone

La scuola, come ogni altra cosa in questo periodo, è stata messa a distanza. Improvvisamente e ironicamente, il vecchio sogno libertario di descolarizzare la società – per farla finita una volta per tutte con questo antiquato ed oppressivo dispositivo di controllo e repressione fatto di aule chiuse, corpi seduti, lezioni frontali, interrogazioni ed esami – ha preso forma in una situazione di fatto totalitaria. Stato d’emergenza che rischia di trasformarsi in un ossimorico stato d’eccezione preventivo e permanente.

Che cosa significa fare scuola?

La vita viene ridotta ai minimi termini. Questa inattesa nudità a cui siamo esposti ci inchioda a domande che puntano ad isolare le cose nella loro essenzialità. E dunque anche per noi – insegnanti, studentesse e studenti, genitori – ritorna la domanda che sta sempre lì, pronta ad emergere ad ogni occasione di crisi, dibattito, riforma; questa volta in maniera violenta e perentoria, come uno schiaffo, quasi a svegliarci da un lungo sonno durante il quale, per tutti questi anni, abbiamo sognato di eluderla, schivarla, rimandando la decisione della risposta di volta in volta ad un futuro più o meno prossimo, con l’illusione di poter stare a guardare, quasi a sperare che l’elefantiaca forza d’inerzia dell’istituzione potesse reggere ancora per un po’ l’urto della cosiddetta innovazione. La madre di tutte le domande, quella che punta all’essenza. Domanda impossibile e ineludibile al tempo stesso. Che cos’è la scuola? Che è scuola? Che cosa significa fare scuola? Non si avrà la pretesa di rispondere, ma semplicemente di corrispondere al vuoto connaturato alla domanda socratica, che è il vuoto stesso che si è creato da quando la scuola è stata messa a distanza.

Dunque cosa manca? Perché ci diciamo nei consigli di classi in video conferenza, o ci scriviamo via mail, che ci manca qualcosa? C’è qualcosa, in questa didattica a distanza, che manca in maniera essenziale. Prendiamo un luogo di osservazione privilegiato ipotizzando che tutto vada per il meglio: una qualsiasi classe di una qualsiasi scuola in cui ‘tutto’ magicamente ‘funziona’. I contenuti ci sono, i programmi vanno avanti, le lezioni frontali ricalcano l’orario scolastico; gli studenti sono tutti presenti, seguono, intervengono, consegnano compiti nei tempi dovuti, arrivano preparati alle interrogazioni e non sbirciano gli appunti al di là dello schermo. La Trasmissione del Sapere è garantita. Insomma, l’esperimento sembra funzionare e qualcuno potrebbe anche pensare che, al netto delle difficoltà tecniche e logistiche, non ci sarebbero obiezioni di principio, si tratterebbe solo di adeguare piattaforme, strumenti, tempi, luoghi. Problemi tecnici, organizzativi. Anzi: quello che si sta facendo è solo una goccia nel grande mare della digitalizzazione.

Gli scenari che si aprono sono pressoché infiniti e questa è proprio l’occasione giusta per cambiare forma a quella che, nelle dichiarazioni dei vari sottosegretari e in numerosi interventi di questi giorni sui media, viene già chiamata la ‘vecchia scuola’. La socializzazione? Ci sono i social network, i ragazzi e le ragazze hanno già, di fatto, come ambiente prioritario di socializzazione la rete. La cura degli studenti, dei singoli casi? L’ampia gamma di strumenti informatici a disposizione permette una didattica individualizzata molto più avanzata di quella che si pratica tra i banchi di scuola. Il confronto? Il dibattito? I lavori di gruppo? Le potenzialità della rete in questo ambito sono di gran lunga superiori a qualsiasi ambiente classe. Una valutazione oggettiva? È l’occasione per ripensare anche il concetto di valutazione. Individui chiusi nelle loro stanzette? No, imparerebbero a gestire autonomamente il loro tempo e si aprirebbero altri spazi di socialità, fuori da quello rigido, strutturato e anacronisticamente veteroautoritario della scuola. I genitori? Anche per loro ci sarà una soluzione. Non si tratterebbe di chiuderla subito, la ‘vecchia scuola’? Magari accelerare soltanto il processo di digitalizzazione cominciando con le scuole superiori, portando dapprima l’eccezione tra le mura della scuola, poi, piano piano… si risparmierebbero anche molti denari. Non illudiamoci: difficilmente la scuola tornerà come prima.

Cosa manca?

Se sentiamo soltanto questo senso di mancanza ma non sappiamo rispondere in modo chiaro, vuol dire che i mezzi ci hanno già trasformato in modo irreversibile. Il soggetto è ciò che fa, ciò che maneggia, che vede, che tocca. Questo è bene ricordarlo sempre, perché la peculiarità del mezzo è di rendersi evanescente, celare la propria potenza e centralità.

Perché un mezzo che mette a distanza la scuola crea una mancanza? Non avviene la stessa cosa per qualsiasi altro ambiente di lavoro o di apprendimento. Non si sente la stessa mancanza con lo smart working o con un corso di aggiornamento on line. Il fatto è che la scuola ha una sua peculiarità: è già un luogo che mette a distanza. Sospende la brulicante e silenziosa immediatezza della vita nella sua opacità quotidiana, per mettere in scena un sapere. È un dispositivo teatrale che per funzionare ha bisogno della giusta distanza.

Nel Simposio Socrate irride Agatone che crede di poter assimilare la sapienza del maestro semplicemente giacendo accanto a lui, come se il sapere ‘fosse fatto in modo da scorrere, da chi di noi ne è più pieno a chi ne è più vuoto, così come nelle coppe l’acqua scorre attraverso il filo di lana, dalla più piena alla più vuota’. Da corpo a corpo, per contatto. Socrate non è lì per trasmettere un sapere performativo, per addestrare; la sua non è una didattica per competenze che fluisce dal vaso-docente al vaso-studente. Il suo insegnamento è volto ad accendere un desiderio. A creare una dimensione di senso. Non è un caso che la domanda socratica non abbia una risposta definitiva. E per aprire questo varco (che è lo spazio del pensiero, del senso, del desiderio), ci vuole la giusta distanza. Linguaggio, parole, voce, scrittura: si mette in forma un mondo per tenerlo a distanza; lo si tiene a distanza per metterlo in forma e misurarne la bellezza. Così a scuola. Si mette in scena la vita nella figura del sapere che rappresenta la vita. Della vita che dice e pensa se stessa. È un teatro, quello della scuola, dove non ci sono attori e pubblico, tutti sono attori e tutti sono pubblico; non c’è un copione preciso, ogni volta, ogni giorno è diverso: si ascolta, si guarda, si interviene, a volte si ride, altre volte anche si piange, ci si annoia, ci si appassiona, ci si emoziona, ci si arrabbia. È vita sulla soglia della vita. Produzione, creazione, costruzione di senso.

Ma quando la giusta distanza è messa a distanza? Quando non ci sono più corpi sulla scena, ma solo schermi e tastiere? Quando ‘facciamo come se fossimo a scuola’? Qui non si può fare il teatro nel teatro. Non si può recitare la scuola. Perché la scuola è sì un setting teatrale, ma del tutto sui generis. Quella passione, quelle risa, quei pianti, quegli sguardi, quella noia, quelle arrabbiature, quelle emozioni, sono reali. Sono vere. Ma di una verità tutta particolare. C’è uno sguardo che si ha solo a scuola, c’è un riso che è quello della scuola, c’è una passione che è solo della scuola. Siamo noi e non siamo noi. Siamo noi sulla soglia di noi stessi. Quale verità è in gioco? Non è la stessa verità della vita ‘là fuori’, perché si è pur sempre a scuola; non è la verità della rappresentazione, perché quello che si prova non è finzione. Vite sulla soglia della vita. Quella soglia è la porta della classe. La giusta distanza. Desiderio e passione. Vita. Questo è ciò che manca. Un senso.

Una immediatezza pura che non lascia spazio al pensiero

Teledidattica. TeleScuola. È poi corretto chiamarla didattica a distanza? La giusta distanza della classe non viene disinnescata tanto da un eccesso di lontananza, quanto dal fatto che la potenza del mezzo che utilizziamo dà l’irresistibile illusione dell’immediatezza. Annulla il fragile limite tra vita e scuola. I volti entrano nelle stanze, nelle camerette, nelle cucine. Ad ogni momento del giorno e della notte ci si può connettere per ascoltare una lezione, per controllare i messaggi sulle piattaforme. La scuola è solo un nodo tra i tanti della rete. Il sapere si risolve nei suoi esangui contenuti, questi svaniscono nel mezzo e il mezzo coincide col mondo. È la mappa che si fa territorio. Vecchio sogno. Immediatezza pura. Dall’archivio globale a quello locale della mia mente. Semplice trasmissione di dati, a portata di click. Competenze, performatività, prestazioni. Socrate che giace con Agatone che pensa di diventare sapiente per semplice contatto, con un click. Lo schermo, paradossalmente, annulla la distanza.

L’umanità, fortunatamente, ha conosciuto e conosce mille incanti; non dobbiamo essere così ingenui da pensare che esista solo la scuola-teatro-del-desiderio. Tuttavia, l’urgenza dello stato d’eccezione ci costringe ad aprire gli occhi. L’esperimento che non avremmo mai voluto fare, lo stiamo facendo. Forse sapevamo già tutto, molti l’hanno scritto, altri lo hanno letto, ma ora tutti noi l’abbiamo vissuto. Il corpo digitale che lentamente si sta infiltrando ovunque, anche nella scuola, dotato di una grande anima elettrica il cui stato di salute e salvezza (si tratta pur sempre di un’anima) è il più importante indicatore delle borse mondiali, è animato da un vorace desiderio di immediatezza. Non sto parlando dell’immediatezza meravigliosa e insondabile della vita, quella densa, opaca e inarrivabile che vive, appunto, della giusta distanza. Ma di quel desiderio di immediatezza pura che non lascia spazio al pensiero.

Competenze-performatività-prestazioni

L’esempio forse più emblematico di questo approccio dilagante è la gamificazione della didattica. Il gioco, questo incanto del mondo, che vive di emozione, attesa, riflessione, creatività nel declinare le regole alle situazioni più disparate. Il gioco scuola di libertà. Il gioco tempo sospeso, come quello della scholé (appunto), ridotto nella sua versione didattica e gamificata a semplice addestramento, stimolo-risposta, performatività. Automatismo. Che c’è di male? (Si dice) I bambini imparano e si divertono. Ammettiamo pure che sia così, ma cos’hanno propriamente imparato? Quando i contenuti di quel gioco didattico saranno oscuramente e inconsapevolmente incorporati o semplicemente dimenticati, rimarrà la forma. La forma della loro soggettività: addestramento, stimolo-risposta, automatismo. Questa è l’anima dell’innovazione digitale. La rete può essere strumento critico solo per soggetti allevati alla scuola della lettura e della scrittura, meditata, dialogata, lenta, discussa, vissuta tra i banchi di scuola. Uno strumento digitale forma solo soggetti digitali. Una logica binaria forma soggetti binari. Uno schermo induce narcisismo e voyeurismo. Una macchina crea macchine, automi. È curioso che un’istituzione nata come dispositivo disciplinare (la ‘vecchia scuola’) sia oggi, forse, l’unico luogo dove ancora si può educare alla libertà e al pensiero. Ci sono tanti modi per togliere di mezzo la libertà di pensiero. Il modo più semplice e meno faticoso non è quello di eliminare la libertà, ma farla finita col pensiero.

Noi, oggi, siamo soggetti a quel desiderio equivoco e cieco di cui sopra; un desiderio molto simile a quello di re Mida che ogni cosa che toccava trasformava immediatamente in oro. Tante sono le versioni del mito; di recente ne ho sentita una che si attaglia particolarmente bene al nostro tempo. Si narra che il povero Mida, prima ancora di morire di fame, morì perché si spense in lui il desiderio di mangiare. [torna su]

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Macché DaD! Si insegna con il corpo, la mente e il cuore
di Fabio Cuzzola

Quando è arrivata la notizia della sospensione delle lezioni la prima cosa che ho pensato è stata: “Non ci siamo neanche salutati con i ragazzi…” Colpa del giorno libero, il mercoledì, sempre quello da quando insegno.

Ad oggi, mentre scrivo, Primo Maggio festa del lavoro, l’umore è basso; mancano pochi giorni e ancora meno poche ore alla fine della scuola.

I primi giorni, vissuti dai ragazzi con entusiasmo per la novità e da docenti e presidi nel panico, sono stati segnati dalla voglia di fare, di mettersi in moto, con la speranza di poter rientrare a scuola, speranza che col tempo è andata via via scemando fino a scomparire.

Non è stato facile nascondere per giorni agli studenti il fatto che a scuola non si sarebbe più tornati, più in generale non è stato facile tenere tutto insieme, tenere la posizione.

In questo tempo sospeso se c’è una cosa in cui siamo riusciti come scuola, è stata proprio quella di imparare a mantenere, quella che i greci chiamavano: taxij (taxis) la posizione, il proprio ruolo. Quando nelle antiche poleis c’era qualche situazione grave e improvvisa da affrontare, una guerra, un’epidemia, una carestia, ogni cittadino sapeva benissimo quello che doveva fare; così è stato anche nel più recente passato, penso agli stoici cittadini londinesi durante i bombardamenti nazisti della seconda guerra mondiale, civili che sapevano benissimo quello che dovevano fare, il compito da svolgere, tutto non per obbedienza militare ma per difendere, salvaguardare la comunità. Questo consentì loro di tenere anche i pub aperti, cosa che oggi non sono riusciti a fare.

Questo ha rimesso sulla giusta rotta la scuola, rimediando di volta in volta agli errori del ministro; dalla retorica iniziale de #lascuolanonsiferma all’utopia di affidare tutto alla didattica a distanza.

Pur avendoci risparmiato uno dei loro anglismi, sappiamo bene che la didattica a distanza non può sostituire la scuola in presenza, solo surrogarla.

In molti hanno tentato di replicare tutte le dinamiche che si vivono al mattino nelle nostre di scuola, dimenticando che si insegna soprattutto con il corpo, la mente e il cuore allineati; ogni giorno ci provo e ogni giorno sperimento successi ma anche fallimenti.

Tutto il resto, che preside e docenti in queste settimane hanno tentato di attivare come se nulla fosse accaduto, come se la scuola potesse continuare normalmente con orari, valutazione, compiti in classe, verbali, collegi, registri e orpelli della burocrazia, io lo ho già abbandonati per strada da tempo, alienandole dalle mie preoccupazioni quotidiane.

Ho letto circolari di dirigenti scolastici normare il decoro nel vestirsi da parte di insegnanti e di studenti durante le video lezioni, circolari verbose, lunghe rotoli di carta igienica, inutili.

Fondamentale invece è stato per molti aver riscoperto la centralità della relazione educativa, l’aver capito, in barba ai sacerdoti della virtualità, che il rapporto tra presenza e distanza non è colmabile attraverso lo schermo del computer.

Ogni giorno a scuola si incontrano, vivono e si formano persone, individui, pensare che attraverso la tecnologia si possa risolvere tutto ci farebbe d’improvviso piombare in una realtà distopica come quella narrata da Bradbury nel capolavoro Fahrenheit 451, dove gli insegnanti insegnano a degli scolari tramite degli schermi.

Mi fa piacere che ora si parli di lezione all’aria aperta, di ridisegnare gli spazi architettonici, di rivedere il sistema aula, di ripensare alla didattica. L’aver sperimentato e capito che non basta, anche in classe, avere una lavagna multimediale o attivare piattaforme per la didattica a distanza, per parlare di rinnovamento, dobbiamo riguardare i fondamenti pedagogici del nostro insegnare.

Le “classi pollaio ad esempio non devono essere eliminate per esigenza sanitaria ma per scelta educativa, se veramente vogliamo mirare alla formazione della persona, del singolo, e non della massa indottrinata secondo i nostri desideri, i nostri stereotipi o i programmi ministeriali.

In tal senso in questo periodo ho puntato molto di più sulla scrittura, fare scrivere loro esperienze, sensazioni, nuove scoperte, mancanze, nostalgie.

Scrivete, scrivete, scrivete…” questo è l’appello che ho lanciato loro con sollecitazioni giornaliere, perché mai come oggi scrivere è terapeutico. La risposta è stata travolgente, testi, spunti, sollecitazioni scritte a tutte le ore del giorno… e anche della notte.

Arriverà il tempo anche per una riflessione sulle colpe politiche della nostra inadeguatezza ad affrontare il tutto, non dico quella sanitaria, per quello sarebbe bastato leggere il capitolo XXXI dei Promessi Sposi che sembra essere scritto nella Lombardia di oggi, ma quella scolastica.

Ricordare per non ripetere gli stessi errori.

Il taglio delle ore di lezione avvenuto con la riforma Gelmini, che ha colpito ore fondamentali come quelle di educazione civica.

Le magnifiche sorti della famigerata “buona scuola che hanno introdotto la figura dell’animatore digitale, il team informatico di docenti, internet in tutte le classi sono evaporate nel momento in cui la scuola è stata chiusa per l’emergenza e la maggior parte delle scuole era impreparata.

Vado a memoria e ripenso che solo un liceo della provincia di Reggio Calabria aveva già da tempo predisposto una piattaforma per tutta la scuola, formato i docenti e lavorato con tutte le classi virtuali predisposte ad hoc.

Il resto delle singole istituzioni scolastiche in materia ha sempre lasciato molto alla buona volontà dell’insegnante, salvo poi improvvisare e rimediare alla buona.

In conclusione abbiamo sperimentato tutti insieme, famiglie, studenti, insegnanti nuovi modi di apprendere, molti hanno capito finalmente quanto sia importante la scuola per un paese che possa definirsi “civile; più di tutto abbiamo compreso quanto siamo fragili, quanto siamo in ritardo e quante profonde diseguaglianze ancora oggi viviamo ed è per questo che la scuola è comunità necessaria.

La scuola è riuscita a tenere insieme le persone a distanza ma insieme, arriverà il tempo di ritornare e sarà ancora più bello rincontrare il motivo per il quale ogni giorno andiamo a scuola, che è quello di condividere la Bellezza con gli studenti, fra gli studenti, con e per gli studenti. [torna su]

* * *

La DaD ha scoperchiato il baraccone
di Sebastiano Aglieco

Insegno in una seconda primaria, della scuola del Parco Trotter. Classi complesse, per condizione culturale e sociale. Ben presto ci si è accorti che la didattica a distanza, inizialmente non un obbligo, costituisce, nella situazione attuale, l’unico modo per rimanere in contatto con bambini e famiglie.

Certo, questo è stato possibile solo perché un nostro genitore si è caricato dell’onere di gestire i contatti, fornendo anche supporto tecnologico, ma è passato quasi un mese prima di riuscire a contattare i bambini. Di alcuni di essi non si hanno più notizie. Altri, con strumenti minimi e connessioni preistoriche, faticano parecchio a collegarsi.

Ecco come ci siamo organizzati: poche lezioni nell’arco della settimana, e per un tempo limitato: poche e mirate attività di rinforzo in piccolo gruppo; non credo che il calderone di tutti i bambini e tutti gli insegnanti insieme per socializzare, serva veramente a qualcosa.

Non aggiungerei altre riflessioni alle centinaia di post apparsi in rete sull’argomento; si sono espressi esperti di informatica, psicologi, pedagogisti, ministro, Miur, direttori, insegnanti… un’enciclopedia frastornante di temi, spunti, radicalità, oscillazioni di pensiero, retorica, imposizioni, ricatti psicologici, ansie, persino ignoranza mascherata da supponenza.

Solo alcune, pochissime parole:

La didattica a distanza ha finito per scoperchiare il grande baraccone cognitivo che è la scuola e ha rimesso l’attenzione sul rapporto umano con gli alunni, con le questioni fondamentali della pedagogia: attenzione, ascolto, didattica personalizzata, e infine valutazione. Paradossale che si sia dovuto aspettare l’utilizzo di uno strumento asettico come il PC che con attenzione e ascolto parrebbe non avere niente a che fare!

La didattica a distanza, per i mezzi che richiede di utilizzare, ha drammaticamente illuminato la condizione sociale di molte famiglie: evidente lo spartiacque tra famigliericche”, dotate di strumentazione, e famiglie “povere”.

Così come la sanità pubblica, epurata da risorse nel corso degli anni, con le conseguenze che abbiamo visto, nella scuola pubblica, la condizione delle classi pollaio, la mancanza di strumenti tecnologici adeguati, ha dimostrato i limiti della didattica a distanza.

Qualche nota positiva, per il futuro: un utilizzo oculato della dad permetterebbe una ottimizzazione di alcune questioni:

Riunioni di classe, interclassi, collegi, etc… svolte in modalità dad, sono momenti molto più organizzati, svolti senza perdita di tempo, ed eviterebbero i noiosi e faticosi rientri a scuola degli insegnanti, in un orario in cui il Comune spegne i caloriferi;

Possibilità di rimanere in contatto con gli alunni più fragili, continuando a personalizzare gli interventi, per esempio nei momenti di assenza: malattia o, nel caso della mia scuola, vacanze prolungate nei paesi di origine;

Utilizzo di strumenti alternativi, con conseguente investimento creativo e pedagogico da parte dell’insegnante;

Non per ultimo, riconoscimento del lavoro svolto a casa dall’insegnante. [torna su]

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Questa DaD ha stufato i bambini!
di Giovanna Marra

I bambini amano i libri, ho fatto questa scoperta dopo avere inviato diversi Power Point in attesa che tutti loro fossero registrati sul canale scelto per la videolezione.

Dopo la prima settimana in cui ci siamo mossi gattoni inviando cosucce da ripassare, abbiamo usato nuovi sistemi per comunicare con le classi, compiti inseriti nel registro elettronico; di cui molti non genitori non avevano neppure le password, compiti inviati attraverso WhatsApp, per far sentire che c’eravamo.

La seconda settimana ci ha trovati spaesati e preoccupati, molti dei bambini avevano lasciato i libri in classe (specie in quelle scuole dove si pratica “La scuola senza zaino”).

I dirigenti che organizzavano collegi, di cui non si capiva l’importanza.

Mille domande si sono affacciate nella mente di ogni docente.

Ecco arrivare la sigla, noi in Italia amiamo le sigle, l’ultima è la DaD, quale infausto nome, per definire la didattica a distanza.

Noi a correre contro il tempo, in una manciata d’ore a ripensare a tutti quei corsi fatti in passato e mai utilizzati, c’era sempre altro da fare.

I corsi sui DSA, quelli per la sicurezza, il Coding e chi più ne ha più ne metta. Tutti chini sui nostri computer, a volte vetusti (questa parola pare sia molto attuale), a ricordare tutte le password per accedere alle piattaforme. Come novelli Vasco Da Gama sono diventati i nuovi Youtuber: angolazioni improvvisate, lavagne costruite su pezzi di legno raccattati in cantina, alcuni, i più esperti usano lavagne che si collegano ai computer, preparano video lezioni attraverso registrazioni improbabili. Un pensiero irrealizzabile attraversa la mente dei docenti: “dovevo studiare dizione”. Alcuni, veri pionieri passano giornate intere a realizzare videolezioni, pare non ci sia un limite di tempo definito un’ora, due ore, alcuni anche quattro ore al giorno.

Ed eccoli dopo avere consultato tutti i genitori e scoperto che in pochi avevano un computer o una connessione internet, sono arrivati davanti allo schermo.

Quei piccoli, là con le cuffie più grandi di loro, che ci guardano spauriti e salutano “Ciao maestra!”. Ci guardano, forse in attesa di risposte che non abbiamo.

Iniziano a parlare, raccontano le loro giornate di reclusi, alcuni hanno il giardino e giocano, ma da soli.

La nevicata marzolina li ha portati fuori a costruire un pupazzo o a scivolare sul bob. Forse si divertono, hanno i visi un po’ tristi, cerchiamo di rincuorarli.

Scrivono sulla chatvoglio tornare a scuola, mi sono stancato!“.

L’audio va e viene qualcuno sparisce, li chiami, “ci sei?“. Le loro voci si confondono con l’eco che pare abiti dentro i microfoni.

Finalmente decidiamo di fare lezione, loro chiedono il libro, lo vogliono, lo sentono loro, i quaderni non li possiamo usare sono rimasti a scuola, ma i libri fatti di carta, di disegni, su cui corre veloce lo sguardo dove possiamo sottolineare, scoprire parole nuove, farlo insieme è un po’ come stare vicini. Il fruscio della carta si sente appena.

Iniziano a leggere, le voci hanno una leggera incertezza, pian piano si fanno più sicure.

Mostrano i lavoretti fatti a casa: un coniglio spunta davanti allo schermo. Il disegno di dinosauro riempie il monitor, un arcobaleno fa capolino con una frase speranzosa.

Alcuni hanno iniziato a cucinare e postano le foto dei loro manicaretti.

Intanto intorno a noi il mondo cambia con la rapidità del vento, ma una voce costante rimane.

Dobbiamo valutare la DaD, ci guardiamo stupiti, rifare la programmazione e dare a questi giorni una parvenza di normalità che non esiste.

Forse torneremo come prima, forse!”. [torna su]

* * *

La didattica a distanza è un ossimoro
di Raffaele Salomone-Megna

La didattica è la pratica dell’insegnamento, che si avvale di tecniche e mezzi, liberamente scelti e non imposti dall’alto.
E’ un misto di esperienza, profonda conoscenza della disciplina, savoir-faire, difficilmente codificabile nonostante i pressanti sforzi della pedagogia nostrana, perché fondamentale è il rapporto interpersonale discente-docente.

Ma cosa intendiamo con l’espressione “didattica a distanza”?

Personalmente credo che “didattica a distanza” sia un ossimoro: due termini di certo inconciliabili, se riferiti all’istruzione ed all’educazione di fanciulli e giovani.

E vado ad argomentare quanto affermato.

Ma si pensa davvero che sia possibile insegnare a distanza a bambini di tre, quattro anni?

Per questi piccoli allievi il contatto fisico con gli altri bambini e gli adulti è indispensabile, avendo essi bisogno di sentirsi rassicurati e supportati nell’avvio del percorso di apprendimento.

E ancora si pensa davvero che un bambino di cinque o sei anni possa imparare a distanza, da solo, con l’unico l’ausilio di uno schermo, a leggere, scrivere e far di conto?

Sicuramente no, “o voi ch’avete li ’ntelletti sani”!

C’è anche una sparuta minoranza che, in buona o cattiva fede, afferma il contrario.

Li tolleriamo, poiché anche i talebani delle nuove tecnologie sono pur sempre figli di Dio!

Certo, ci sono casi nella recente storia italiana che sembrerebbero sconfessare quanto ho sopra affermato.

Mi riferisco alla celebre trasmissione che andò in onda alla RAI dal 1960 al 1968 “Non è mai troppo tardi”, ad opera del compianto maestro Alberto Manzi.

Una trasmissione di grande successo, che insegnò a leggere ed a scrivere a tanti italiani, italiani adulti però.

Sempre per riportare sesquipedali evidenze: si può insegnare uno strumento musicale per il tramite di una video-lezione? L’arpa, il violino, il pianoforte, i fiati… oppure giocare a pallavolo tramite video, sempre che non sia un videogioco?

E si ritiene davvero che si possa facilitare l’inserimento di un disabile nella società civile mediante lezioni a distanza, ma essendo escluso dal gruppo classe?

Io credo che sia impossibile, come impossibile è anche la valutazione a distanza dei discenti, altro aspetto fondamentale del loro percorso di apprendimento e di crescita.

L’istruzione, il trasferimento di quelle conoscenze e di quei saperi, che portano alla formazione di una cultura personale, avviene su base empatica e la distanza e la freddezza dello strumento che fa da tramite finisce per sterilizzarne l’acquisizione, rendendola superficiale, se non addirittura vana.

Educare non può essere un processo solitario, fatto senza guardare negli occhi i propri discenti, diversi per doti intellettuali, per estrazione sociale, per esperienze affettive, ma uguali per le opportunità che una scuola statale, veramente inclusiva, deve dare.

Solo nel gruppo classe essi vivono a contatto fisico con compagni e docenti, confrontandosi quotidianamente, per scoprire e conoscere insieme la realtà.

Affidarsi a freddi strumenti informatici significa non poter contribuire ad eliminare le disuguaglianze, non poter dare le stesse opportunità a tutti, anche perché l’accesso alla tecnologia ed all’utilizzo dei media dovrebbe essere garantito a tutti gli alunni, altrimenti rischiamo una scuola della disuguaglianza, già tale per ragioni economiche e sociali.

Il rapporto interpersonale docente-discente è fondamentale ed insostituibile, soprattutto oggi al tempo della società liquida, che ha ucciso Dio e nella quale le famiglie non hanno più padri.

Si insegna con le emozioni e per questo motivo, ancora oggi e dopo più di mezzo secolo, ricordo con che intensità il mio professore di ginnasio leggeva i versi dell’Iliade, secondo la traduzione del Monti, e così io ed i miei compagni finivamo per sentirci parte di un tutto molto più grande di noi.

Nella mia esperienza di alunno ho avuto la fortuna di avere pochi docenti, ma tanti veri maestri, esempi non solo di dottrina ma punti di riferimento per la vita.

Questo è l’insegnamento, questa è la vera didattica, tutto il resto sono dei succedanei, a volte anche dannosi.

In un mondo in cui abbiamo sempre più bisogno di veri maestri e sempre meno di dispensatori di sterili nozioni, a tutti gli effetti dei cash-dispenser, si vorrebbe invece far prevalere la teknè sul magisterio.

Le avanguardie educative, tra le quali comprendiamo la didattica a distanza, possono supportare, ma certamente non sostituire l’azione diretta del “magister”, presente fisicamente ed empaticamente con i propri allievi.

Certo, si possono trasmettere emozioni a distanza anche a coloro che non sono stati presenti all’evento che le ha cagionate, ma questa prerogativa è riservata ai grandi registi e ai grandi fotografi.

Altri maestri, per l’appunto. [torna su]

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SEGNALAZIONI

C’è già chi lo dice: DaD per tutti per sempre! Vedi il Dirigente Scolastico QUI
Spesso siamo rimasti ad un modello educativo di tipo trasmissivo in presenza, invece l’integrazione della didattica a distanza, con l’uso delle tecnologie, utilizzate in maniera intelligente, potrebbe sicuramente aiutare a migliorare diversi aspetti dell’apprendimento, innanzitutto la motivazione, perché è un approccio più simile al modo di essere degli alunni di oggi, ma soprattutto perché sviluppa la creatività.

… E il ministro: QUI
I dettagli del piano Scuola per il digitale nelle scuole in un comunicato del Ministero. Azzolina: “Passo in avanti importante. Lavoriamo per digitalizzare la scuola”. Oltre 400 milioni di euro per potenziare la connettività delle scuole portando negli istituti la banda ultralarga. L’obiettivo del Piano è garantire rapidamente una connessione veloce (velocità a 1 Gbit con 100 Mbits di banda garantita) all’81,4% dei plessi scolastici, quelli del primo e secondo ciclo, per un totale di 32.213 edifici.

Un Comunicato dei Coordinamenti Studenteschi del Nord-Est, che affronta in modo articolato i vari temi legati alle ricadute dell’emergenza nella scuola:

Partiamo da un dato. La scuola da anni necessita di un cambiamento strutturale e di nuovi finanziamenti, dopo decenni di tagli che, analogamente al mondo della sanità pubblica, l’hanno devastata… la didattica online non è scuola e non è diritto allo studio, e ce ne stiamo rendendo conto giorno dopo giorno insieme a molt* docenti… Oltre alle problematiche che viviamo in questo momento, sentiamo necessario porre delle riflessioni su quanto potrebbe accadere in futuro e in che modo ciò andrebbe ad influire sulla scuola pubblica… La potenziale introduzione delle lezioni online mette a repentaglio la scuola stessa, secondo diversi punti di vista.

Uno speciale della rivista Gli Asini dedicato alla didattica in tempo di emergenza sanitaria: QUI.

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RISORSE IN RETE

Le puntate precedenti di vivalascuola qui.

Da Gelmini a Giannini

Bilancio degli anni scolastici 2008-2009, 2009-2010, 2010-2011, 2011-2012, 2012-2013, 2013-2014, 2014-2015, 2015-2016, 2016-2017, 2017-2018, 2018-2019.

Cosa fanno gli insegnanti

Vedi i siti di Anief, Cgil, Cobas, Comitato Scuola Pubblica, Coordinamento Nazionale per la scuola della Costituzione, Cub, Gilda, Lavoratori Autoconvocati della Scuola Roma, Unicobas, Usb.

Finestre sulla scuola e sull’educazione

Aetnanet, Aetnascuola, Associazione Nonunodimeno, école, Educazione&Scuola, Education 2.0, Fuoriregistro, Gessetti Rotti, Gli Asini, Movimento di Cooperazione Educativa (MCE), Like@Rolling Stone, PavoneRisorse, Rete della conoscenza, Roars, ScuolaOggi,…

Siti di informazione scolastica

La Tecnica della Scuola, OrizzonteScuola, TuttoScuola.

(Vivalascuola è curata da Nives Camisa, Giorgio Morale, Roberto Plevano, Alberto Sabbadini) [torna su]

3 pensieri su “Vivalascuola. Dad nella pandemia e oltre? Non sarà una cosa seria?

  1. Pingback: Osservatorio Diritti,Notizie dal Mondo Salesiano, L’Avvenire dei Lavoratori, una petizione – DIARIO di viaggio di Daniele Dal Bon

  2. Marina

    Caro Giorgio,
    ho letto questo bellissimo numero di “Vivalascuola” e lo trovo fondamentale, dovrebbe essere diffuso e discusso in ogni ambiente scolastico. In sintesi ti elenco alcune considerazioni che voglio sottolineare (premesso che condivido pienamente l’intero …) solo per darti un mio feed-back che possa animare la continuazione di questo ragionare.

    1) G. Lo Presti – come sai, la apprezzo particolarmente. Sottolineo: la “minaccia tecnocratica” – la stupidità di Azzolina che fa della didattica a distanza una meravigliosa scoperta – il fatto che si apprende dentro una relazione – che questa DAD ha dei limiti gravissimi – che pensare una scuola “dopo” può solo voler dire piccoli gruppi, ritorno al rapporto umano, di fiducia e scambio per insegnare davvero, essere dei “maestri” non dei docenti – e la sua idea di NUOVO UMANESIMO, che io dall’inizio di questa emergenza (nel mio breve scritto “Notizie dal diluvio” che ti avevo mandato) ho cominciato a vedere come unica possibile uscita dal sistema del profitto “tout court”.

    2) Ginetta Latini – IN QUESTA DIDATTICA NON MANCA SOLO LA RELAZIONE, MA ANCHE IL CORPO! – si insegna dentro una relazione, si comunicano emozioni, si tetralizza, si recita si usa la voce lo sguardo la postura… è così che funziona, quando funziona bene. Poi c’è lo SPAZIO – lo spazio sociale, gli altri… non la casa! – e il TEMPO – che è un tempo dedicato, non invaso da altre mille interferenze esterne o interne (metto lo smatphone come oggetto del corpo dato che ormai per molti adolescenti lo è!)

    3) dal mio osservatorio – i bambini guardano lo schermo e cercano traccia delle relazioni che avevano… io l’ho usato per mantenere il contatto con i bambini che ho in terapia. Ma questo certo non sostituisce la relazione “in presenza”.
    Come docente, con gli allievi dell’Università, ho vissuto una sensazione “straniante” – mi mancavano i feed-back continui, i loro atteggiamenti ed le espressioni che durante una lezione mi “animano” e orientano il mio discorso, il suo tono, spesso anche rimodellando dei contenuti. Insomma, se per prevenire contagio, contenere l’epidemia, tutelare la salute, ha avuto un senso, non bisogna dimenticarne tutti i limiti e farne un oggetto di culto.

    In sintesi, secondo me si riesce a “passare” qualcosa (anche la propria esperienza) grazie alle emozioni e al “teatro del corpo” che ogni bravo docente mette in scena!

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  3. Pingback: Vivalascuola. La tragedia della pandemia e la farsa della “didattica a distanza” | La poesia e lo spirito

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