Il viaggio dei viaggi di Gianluca Barbera

Guido Michelone dialoga con l’autore sul nuovo romanzo

È fresco di stampa, dopo la quarantena del Coronavirus, il sesto romanzo di Gianluca Barbera, editore, saggista e da poco esponente celebrato di una rinata narrativa di viaggi e avventure, che, proprio grazie a lui, sta vivendo una seconda giovinezza, dopo i fasti dei narratori britannici e americani (e in parte anche italiani) di fine Ottocento.

In questo Il viaggio dei viaggio (edito dalla milanese Solferino) vengono raccontate via via le imprese di Darwin, Bolzoni, Magellano, Crusoe, Whalpole, Re Ferdinando, Nobili, Neil Armstrong, Marco Polo, saltellando nel tempo e nello spazio, ma soprattutto giocando con l’immaginazione, fino a capovolgere i destini dei protagonisti medesimi. Il libro però acquista un sapore pedagogico e un carattere edificante, anche grazie a un tour de force stilistico, che premia gli sforzi di un autore da sempre in mezzo ai libri al di qua e al di là delle barricate. Discutere con Barbera dei suoi libri resta quindi un momento di grande illuminazione creativa.

Gianluca Barbera, Il viaggio dei viaggi si colloca dopo Magellano e Marco Polo quale trittico ideale sul tema del viaggio, oppure riprende la tecnica dei tuoi primi romanzi a cornice o a scatole cinesi come Finis Mundi e La truffa come una delle belle arti o è una vita di mezzo o un’altra cosa ancora?

È la summa, il punto di arrivo di tutto il mio lavoro precedente. L’arte di viaggiare al centro. Viaggi nello spazio, nel tempo, nel cosmo, nell’aldilà, nel cyberspazio, nelle profondità della terra, negli abissi marini: grandi esodi, grand tour settecenteschi, l’Egitto dei Faraoni, l’allunaggio. Un’opera che sembra contenere il mondo intero, di oggi e di ieri.

Oltre questo, si può notare che al centro dei tuoi libri (anche di saggistica) ci siano storie di persone (vere e no), quasi biografie di figure al limite, anche se tra loro molto diverse. È una scelta consapevole e meditata o viene spontanea?

Scelgo quasi sempre figure archetipiche. Amo proiettarmi all’interno di un immaginario che affonda negli anni magici dell’infanzia e in quelli più complicati dell’adolescenza. Verne, Poe, Salgari, Stevenson, ma anche Borges, i miei riferimenti.

Al centro di queste figure, siano esse Polo, Magellano, Jesse James, ma anche Gheddafi e Anna Frank emerge, per come li vedi tu, il desiderio più o meno forzato di essere in un altro luogo o di avere con lo spazio fisico un rapporto conflittuale, da cui si esce vincitori o sconfitti. È così?

Il sogno di evadere dal proprio tempo, dalla realtà quotidiana attraversa tutti. Anche le grandi opere dei filosofi creano mondi che trascendono il nostro. L’iperuranio di Platone, il primo motore immobile di Aristotele, il dio panteistico di Spinoza, le monadi di Leibniz, il solipsismo di Berkeley, l’Essere di Parmenide e quello di Heidegger, il Dio che pensa sé stesso di Hegel, gli Eterni di Severino. Li ho letti come mondi fantastici, colossali costruzioni alla Gaudì, immani città invisibili. Comunque sì, mi piacciono i vinti, i cattivi, gli sconfitti. Titanici ma sconfitti. Sono le regole dell’epica. Ma anche della commedia. E io le pratico entrambe, mescolandole.

Un po’ come i protagonisti di Emilio Salgari tu, come persona, sembri l’opposto dei tuoi eroi e antieroi. Ti sei mai posto il ‘problema’?

Ho viaggiato, ma è vero, sono più un viaggiatore della fantasia, un “vagabondo delle stelle”. Proprio per questo mi abbandono a quel genere di immaginario. Il prossimo anno ho intenzione di compiere il giro del mondo seguendo il tracciato di Magellano. Cerco un giornale che finanzi la spedizione, in cambio di un reportage settimanale.

L’assunto del libro mi sembra nuovo: è un tentativo quasi pedagogizzante di recuperare il rapporto tra adulti e giovani (il professor Terranova, sia con una scolaresca sia con la propria figlia) attraverso una sorta di rito di passaggio?

Bravo, Il viaggio dei viaggi è una sorta di moderno “rito di passaggio”. Non mi è difficile raccontare i giovani, dentro di me la voce dell’adolescente a volte parla ancora. E io l’ascolto.

Sembra che Terranova (alter ego dell’Autore) voglia far appassionare i ragazzi al gusto del viaggio inteso come avventura, scoperta, iniziazione: ma il primo ad appassionarsi non è proprio lui?

Solo le persone appassionate sanno appassionare gli altri. Ho avuto la fortuna di avere dei professori appassionati che mi hanno trasmesso l’amore per la letteratura. Una professoressa di italiano delle medie che ci leggeva in classe Vino e pane di Silone. Una docente di inglese che al liceo mi fece conoscere a fondo Orwell in lingua originale.

Il viaggio dei viaggi è scandito da una situazione basica odierna (la scolaresca in visita a un fantomatico museo del viaggio), con gli episodi ‘storici’ inseriti nelle sale del museo, ma che vengono per così dire visualizzati nella narrazione. Come si collegano i due mondi? Con il sogno o l’immaginazione? O altro ancora?

I due mondi comunicano attraverso il canale dell’immaginazione, che si serve come medium degli oggetti strabilianti presenti nelle sale del museo dei viaggi e delle esplorazioni e di un libro dagli straordinari poteri, per il cui tramite la scolaresca precipita in una grande avventura attraverso i secoli e lo spazio, come a cavallo di una macchina del tempo.

Alla fine i piani della realtà e della fantasia si confondono: a quale dei due bisogna ‘credere’?

Mi sembra chiaro. La realtà non esiste proprio. Esiste solo il mondo come lo vediamo noi, ciascuno di noi. Attraverso i nostri sensi, la nostra mente. Non sono solo io a dirlo. Gli stessi scienziati lo riconoscono.

Terranova fa capire e amare soprattutto tre cose: il viaggio in sé, il viaggio interiore, il viaggio letterario sono dunque capaci di permettere alla narrazione di appassionare e coinvolgere più dell’esperienza diretta?

Ogni viaggio è anche e soprattutto un viaggio mentale. Se intraprendiamo un viaggio nelle condizioni di spirito sbagliate non godremo di nulla, nemmeno se ci trovassimo nel luogo più incantevole del mondo. Viceversa, se siamo nella giusta predisposizione d’animo, anche una passeggiata dietro casa risulterà un’esperienza incantevole.

Passando ai contenuti, i nove viaggiatori (in realtà molti di più, considerando chi sta vicino a loro anche nelle avversità) vengono quasi smitizzati rispetto alla vulgata che li descrive come eroi senza macchia: hai voluto di proposito compiere un’operazione destrutturante o è soltanto una delle tante tecniche di scrittura?

Non ho mai creduto agli eroi. Quando ne conosci uno in carne e ossa, la disillusione è immediata. Basta guardarsi su Youtube una delle rare interviste a Umberto Nobile, molti anni dopo la disastrosa spedizione al Polo Nord. Da ogni poro trasuda insicurezza, fragilità, orgoglio ferito. Umano, molto umano. Questo me lo ha fatto amare di più.

Alla fine sembra che tra i nove viaggiatori non vi siano vincitori e vinti: ma forse l’unico vincente è proprio Terranova con la sua fantasia?

L’unica a vincere è ancora una volta l’arte di raccontare. L’affabulazione. Il mito. Che io celebro in ogni libro.

Gianluca Barbera, Il viaggio dei viaggi, Solferino, Editore, Milano 2020.

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