Vivalascuola. Tutti i bambini meritano il massimo dei voti

Tutti i bambini sono stati piccoli cittadini collaborativi e meritano il massimo dei voti. La classe docente guardi ai piccoli con il sorriso di chi appunta scherzosamente una metaforica medaglia sulla maglietta dei propri allievi, quasi a chiudere un brutto periodo di sofferenza collettiva. Per adesioni: scuola_e_societa@libero.it

Un appello: 10 in pagella a tutti gli alunni della primaria
di Giovanna Lo Presti

È mai possibile che ai maestri delle primarie non sia corso un brivido lungo la schiena dopo aver letto l’Ordinanza che regola lo svolgimento degli scrutini finali? Come si spiega il fatto che non sia ancora sorto un movimento collettivo, trasversale, variegato che chieda che almeno loro, i bambini, siano salvati dal grigio diluvio burocratico che ancora una volta sta sommergendo la scuola italiana?

L’unica spiegazione che ci diamo, in questo momento, è che in troppi insegnanti viva un “valutatore” una sorta di doppio malefico che non vede l’ora di misurare e definire, di circoscrivere il perimetro dell’apprendimento.

Accanto a questo doppio ci deve essere un’altra ombra, quella che scatena la “sindrome da primo della classe”, la quale spinge a credere che, valutando i propri studenti si certifichi anche la propria capacità di lavoro. “Vedi come sono bravo?” – dice l’insegnante vecchio stampo – “sono severo ed ho distribuito tante insufficienze”. “Vedi come sono bravo?” – afferma l’insegnante più “aggiornato” – “ho lavorato bene ed ho dato tanti bei voti”. Qui stiamo esagerando e mettendo in ridicolo, ma il problema c’è ed è grave: insegnare e valutare non sono la stessa cosa ed ogni sbilanciamento a favore della valutazione (che, come tutti sanno, aspira ad una scientificità molto discutibile) è, di fatto un impoverimento del processo dell’apprendere.

Se questo vale in tempi normali, vale tanto più nei nostri tempi eccezionali. I bambini sono stati reclusi ed hanno vissuto questi ultimi mesi con difficoltà. Gli adulti hanno decretato anche per loro la “didattica a distanza, sebbene l’esposizione di bambini a tablet, smartphone, schermi in età precoce sia stata considerata un pericolo da studiosi autorevoli.

E adesso, dopo averli tenuti in casa e fatti adattare ad una zoppicante “didattica a distanza” li vogliamo “valutare”! Cosa si sentono di valutare i maestri, l’impegno del bambino o della famiglia? Lo sforzo fatto a seconda dello strato sociale di provenienza, particolarmente grande per le classi meno abbienti e meno acculturale? O addirittura “i risultati raggiunti”? O forse i progressi fatti? Inorridiamo pensando ad una schiera di docenti che, anche in questa occasione, vogliono usare il voto, magari “cum grano salis”, giusto per usare un’espressione appena usata dalla Ministra per giustificare la necessaria, ineludibile e provvidenziale chiusura delle scuole.

Quest’anno è andata così: il virus ha ricordato a tutti la fragilità della vita umana ed ha reso ogni ingiustizia ancora più insopportabile, a confronto con il destino tragico dell’umanità.

Chiediamo dunque: dove sono i maestri, quei maestri di cui parla George Steiner? “Anche ad un livello modesto, come quello di maestro di scuola, insegnare, e insegnare bene, significa essere complici di possibilità trascendenti”. E queste “possibilità trascendenti” di cui il maestro è complice si scatenano decidendo per il 7 o per l’8?

Il nostro è un appello, rivolto a tutti coloro che non hanno bisogno delle direttive ministeriali per far bene il mestiere d’insegnare: maestre e maestri, date 10 a tutti i vostri piccoli studenti.

Lo meritano tutti e sarà non una “valutazione” di ciò che sanno ma il ricordo che, tra tutti i sentimenti che un adulto può nutrire nei confronti di un minore, quello della magnanimità è fra i più preziosi. I bambini sono stati bravi, tutti, persino quelli capricciosi e già un po’ guastati dal mondo che li circonda. Se qualche insegnante pignola o pignolo ha ancora dubbi sulla fattibilità del “10 politico” sfogli il PTOF della sua scuola: ci troverà obiettivi altisonanti (ad esempio: imparare ad elaborare un giudizio critico, divenire capace di relazionarsi con gli altri sviluppando atteggiamenti collaborativi, diventare autonomo nella ricerca di informazioni, etc.).

Tutti i bambini sono stati piccoli cittadini collaborativi e meritano il massimo dei voti. La classe docente guardi ai piccoli con un sorriso, che non è il sorriso paternalistico ma è il sorriso di chi appunta scherzosamente una metaforica medaglia (che sarà mai un “10”?) sulla maglietta dei propri allievi, quasi a chiudere un brutto periodo di sofferenza collettiva.

Ricordiamoci di Gianni Rodari, lontano da noi da quarant’anni; il suo non sia un anniversario destinato a passare invano.
Diciamo ai piccoli che c’è una scuola grande quanto il mondo nella quale Di imparare non si finisce mai,/e quel che non si sa/è sempre più importante/di quel che si sa già.

Rassicuriamoli: non c’è fretta, la tv ci ripete che abbiamo perso tre mesi, ma non è vero. Quanto ai compiti per le vacanze questa raccomandazione: Scrivi bene, senza fretta/ogni giorno una paginetta./Scrivi parole diritte e chiare:/Amore, lottare, lavorare.

Se l’idea di costituire comitati per il “10 politico” alle primarie incontra consensi, prego di scrivere al seguente indirizzo: scuola_e_societa@libero.it

10 pensieri su “Vivalascuola. Tutti i bambini meritano il massimo dei voti

  1. Un’occasione preziosa per ripensare la scuola e ripensarsi. Valutare con cuore e consapevolezza per guardare al futuro dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Gli ordini dell’istruzione sono diversi e necessitano di diverse strategie. Purtroppo assegnare un numero/livello/giudizio (soprattutto nella scuola primaria) significa registrare semplicemente una situazione di contesto famigliare più o meno favorevole, per il bambino. Non ha più senso. Sto estremizzando, ma gli insegnanti rischiano ogni giorno di essere degli impiegati/strumenti più o meno consapevoli di una gestione scolastica funzionale al mantenimento delle ingiustizie sociali e di modelli di istruzione superati nei fatti. Si è tornati pericolosamente indietro (ci si è arresi?) come se la vera istruzione (quella di qualità) fosse appannaggio degli strati più abbienti e già acculturati. Che questa crisi così grave possa offrire la possibilità di ripartire, di dar vita a un ambiente scolastico davvero inclusivo, dove non ci si rispiarmi (e risparmi!) nei confronti di nessuno. Dove non sia più possibile e lecito dire: “Tanto lui (o lei) non ce la farà, con la famiglia che si ritrova”.
    “Insegnare” prima di tutto (ci sono esempi fondanti a cui guardare, per trarre aiuto e forza) e poi valutare con il cuore, consapevoli che ogni arrivo deve essere un nuovo punto di partenza.

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  2. Come non essere d’accordo, da mamma ho vissuto le difficoltà della DAD in prima persona, e con tre bimbe alla primaria in tre classi diverse ho davvero sperimentato le più disparate proposte dei vari insegnanti per proseguire in qualche modo il programma e assegnare i compiti a casa, e alla fine di due mesi davvero faticosi un quesito non mi abbandona: a che pro? Cioè, con quali risultati? Di che cosa verrà tenuto conto in pagella? Dell’impegno (mio o loro?), dei voti (miei o loro?), delle presenze alle videolezioni? Dell’interesse mostrato (relativamente poco, non dimentichiamoci che questi bimbi NON sono a scuola, hai voglia spiegargli che non sono in vacanza…) Eppure sembra che loro, i bambini, lo abbiano capito da sé, ma la motivazione dove vogliamo che la prendano, senza la figura dell’insegnante, senza la forza della classe… Ma lo hanno fatto, hanno seguito le videolezioni, hanno fatto i compiti, hanno studiato, hanno reso conto alla mamma, che già rompeva le scatole da mamma, adesso fa anche la maestra, cioè ci prova. E allora come si fa? Bisogna andare in fiducia, e in fiducia vi dico che concordo con chi ritiene che tutti loro, i piccoli cittadini, meritano appieno il 10, tutti loro, per come hanno risposto alle richieste più disparate, per come ci hanno provato, perché in questo periodo di emergenza loro si sono dimostrati quelli responsabili.

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  3. La valutazione è qualcosa di molto complesso di cui si sta discutendo da appena è iniziata la DaD, anche prima a dire il vero, la valutazione in decimi spesso è stata oggetto di scontri, pare che si tornerà al giudizio. A prescindere, in molti non capiranno la valutazione.

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  4. Lo spirito di sacrificio, il coraggio, l’adattamento, la rassegnazione che hanno dimostrato questi bambini mi ha impressionata. Ho spesso immaginato di tornare bambina e pensato a come avrei reagito io ed ho la quasi certezza che in un contesto molto più libero e leggero qual era la vita di 40 anni fa non sarei stata così diligente! Mi auguro di cuore che ne esca una generazione resiliente, premiarli con il massimo dei voti mi sembra doveroso, qualsiasi altro voto sarebbe un voto alla famiglia e sarebbe ridicolo.

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  5. Rispondo all’appello inviatomi da Giorgio Morale il 2 giugno, Festa della Repubblica, che nella sua Costituzione afferma all’art. 33 “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” e all’art. 34 “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

    Non c’è dubbio che la chiusura delle scuole è stata per i bambini, i ragazzi e gli studenti una catastrofe dal punto di vista emozionale, relazionale, sociale; in più non ha consentito di raggiungere lo scopo del servizio scolastico: assicurare formazione. I problemi normali della scuola italiana: livelli di apprendimento diversi fra scuola e scuola e aumento anziché riduzione delle differenze di partenza fra gli allievi, sono certamente peggiorati con la chiusura e impediscono l’attuazione dei principi costituzionali richiamati sopra. Non si può proseguire ignorando ciò che è avvenuto in questi mesi.

    La didattica a distanza non ha potuto compensare il mancato svolgimento delle attività didattiche e diverso è stato, scuola per scuola, classe per classe e anche materia per materia, il tempo dedicato comunque agli allievi con una didattica innovativa.

    Non si può sottovalutare il problema del mancato apprendimento, soprattutto per gli studenti più fragili e privi di un sostegno culturale familiare; la soluzione non può essere, come chiede Giovanna Lo Presti su VIVALASCUOLA, “maestre e maestri, date 10 a tutti i vostri piccoli studenti”.

    Dare 10 a tutti, gesto semplice, dal tono secondo me vagamente consolatorio, inganna gli allievi e afferma: “è andato tutto bene”; cosa non vera soprattutto per i più fragili ed esime gli insegnanti dal fare ciò che è veramente necessario adesso: monitorare ciò che è avvenuto in questi mesi e quindi pianificare azioni di recupero diversificate e coordinate.

    La mia proposta è diversa, ha radici nella coscienza professionale dei docenti: come molte categorie nell’emergenza (medici e personale sanitario, addetti alle pulizie, alla distribuzione, ai trasporti…) anche gli insegnanti, continueranno a mettere a disposizione, oltre alle loro competenze ordinarie, anche quelle acquisite in questi mesi, e potranno dichiararsi disponibili a rivedere i propri studenti anche nei mesi estivi (ci sono 10 settimane fra metà giugno e fine agosto) con progetti dedicati al recupero per gli studenti più fragili, in cooperazione con le iniziative degli Enti Locali per le Scuole estive realizzate anche con l’intervento del Terzo Settore.

    E comunque potranno progettare sin d’ora le attività di settembre, collaborando alla definizione, scuola per scuola, delle indicazioni rispetto al distanziamento: gli spazi da utilizzare, per quale numero massimo di allievi, per quante ore, con quali attività, con quali cambiamenti negli arredi, nelle attrezzature…

    Potranno definire i bisogni (di apprendimento e di cura) degli allievi e delle famiglie e sulla base di questi potranno quantificare le risorse già disponibili (ore e competenze del personale docente e organico del personale non docente) e pretendere quelle aggiuntive necessarie (altre ore di insegnamento, altri spazi, altre attrezzature e strumenti…), coordinandosi con altre risorse presenti sul territorio, in modo che la scuola possa riprendere da settembre con la massima attenzione a tutti gli studenti, senza lasciare indietro nessuno.

    Rosanna De Ponti

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  6. Grazie, Rosanna, dell’attenzione. E grazie anche a Paola Renzetti, Anna Ottelli, Giovanna Marras, Laura Daniel.

    Al momento, Rosanna, sono preso da urgenze dovute alla chiusura dell’anno scolastico, ma il tuo commento è molto stimolante e mi riprometto di intervenire appena possibile. A presto, dunque.

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  7. Ecco, Rosanna, tra una videolezione e una videoriunione ho messo per iscritto le mie impressioni sul tuo commento. Innanzitutto ti dirò cosa penso sul fatto specifico, l’appello per il 10 ai bambini delle elementari.

    Qui si parla di scuola primaria, non di scuole superiori; si sta discutendo di una proposta per bambini il cui svolgimento dei compiti durante il periodo di isolamento per l’emergenza sanitaria è dipeso in modo pressoché totale dall’impegno delle famiglie, cosicché valutare i bambini equivarrebbe a valutare i genitori, come prima di me ha osservato Anna Ottelli. Per questo penso che la proposta di dare 10 ai bambini sia molto più sensata e comprensibile della direttiva della ministra che alla scuola superiore tutti siano ammessi alla classe successiva. Questo lo sanno bene genitori, nonni e tutti gli insegnanti che non si limitino a timbrare il cartellino ma sappiano qualcosa del contesto in cui vivono i loro allievi.

    Ma il tuo intervento, Rosanna, mi ha fatto molto pensare, perché, da persona di scuola quale sei, parlando della proposta specifica di dare 10 a tutti i bambini delle elementari, tu comunichi anche una idea della scuola e degli insegnanti, e si tratta di una idea che mi preoccupa molto.

    Gli insegnanti, tu dici, hanno 10 settimane di vacanza, dalla chiusura della scuola a giugno fino a settembre, perciò dovrebbero da una parte tenere aperte le scuole d’estate, dall’altra collaborare ai fini della ripresa, per definire, scuola per scuola, come effettuare il distanziamento, quali spazi utilizzare, per quale numero massimo di allievi, per quante ore, con quali attività, con quali cambiamenti negli arredi e nelle attrezzature. L’emergenza, tu dici, lo richiede.

    Non so se hai letto l’articolo sulla prima pagina de “Il Giornale” del 2 giugno con cui il direttore Alessandro Sallusti si scaglia contro la categoria degli insegnanti che, a suo dire, “nella sostanza non ha voglia di lavorare neppure in emergenza“. Anche lui confronta insegnanti e infermieri per concludere che “gli insegnanti non sono eroi“. E’ la stessa idea che anni fa hanno espresso Brunetta e Tremonti e che è stata sostenuta da “intellettuali” come Galli Della Loggia: quella dell’insegnante come fannullone. Si tratta come sai della tesi sostenuta da uno schieramento di destra che da un ventennio non fa che denigrare la scuola pubblica per poterla distruggere, sulla base di disinformazione e malafede. L’obiettivo, neppure tanto celato, visto che ogni tanto ci riprovano, è fare cassa sulla scuola pubblica, fare lavorare di più gli insegnanti a parità di stipendio.

    Una cosa che mi preoccupa in quello che tu dici è che nelle tue parole si potrebbe vedere una idea dell’insegnante di questo tipo; dell’insegnante come uno che non ha fatto nulla tutto l’anno, soprattutto, in questo 2020, dalla fine di febbraio in poi, quando le scuole sono state chiuse per la pandemia, e perciò adesso può impiegare il suo tempo estivo, anziché a lunghe vacanze, a fare qualcosa di utile tenendo le scuole aperte e facendo magari qualche lavoro di restauro dei locali.

    Gli insegnanti, come sai tu che sei un’insegnante, non hanno alle spalle un periodo di vacanza. Gli insegnanti hanno vissuto come tutti la tensione provocata dall’emergenza sanitaria e attraversato un periodo di superlavoro. Hanno fatto corsi accelerati di didattica a distanza, hanno lottato con la loro impreparazione e con le disfunzioni della tecnologia, hanno creato videolezioni che hanno richiesto molto più tempo delle lezioni in presenza per la progettazione e la programmazione tecnica, utilizzando, da casa, mezzi e risorse proprie. Per verificare quanto venivano svolgendo hanno assegnato molte più esercitazioni e compiti e questo ha aumentato il loro impegno per la predisposizione e la correzione. Per ovviare alla “distanza” hanno incrementato le comunicazioni telefoniche o via email per mantenere costantemente una relazione con studenti e famiglie, ecc.

    E adesso eccoli alle soglie della conclusione delle lezioni, alle soglie dei proverbiali “tre mesi di vacanza“, che li rendono privilegiati tra tutti i lavoratori. Ma come sai, essendo anche tu un’insegnante, molti insegnanti sono impegnati anche dopo la fine delle lezioni: innanzitutto con gli esami fin verso la fine di giugno-inizio di luglio; finiti gli esami di Stato, il 10 luglio cominceranno gli esami dei privatisti; infine, come sai, è attività ordinaria degli insegnanti dedicare una parte del tempo estivo a impostare le programmazioni, predisporre materiali, visionare i libri di testo ecc. Questo Sallusti finge di non saperlo, ma noi lo sappiamo.

    Tu però motivi la tua chiamata al lavoro estivo con l’emergenza. L’emergenza viene usata spesso truffaldinamente da chi ci governa per non assolvere i propri compiti e addossare responsabilità e carichi di lavoro a chi già il proprio lavoro lo fa. Invece molto più onestamente lor signori dovrebbero approfittare dell’emergenza per fare quello che si sarebbe dovuto fare ma non si è fatto in tempi ordinari: ad esempio si potrebbe approfittare della necessità del distanziamento imposta dalla pandemia per recuperare spazi che già esistono in tutte le città per destinarli in modo permanente all’insegnamento e risolvere il problema delle classi pollaio. E così si creerebbero anche posti di lavoro e si metterebbe in moto un circolo virtuoso di ripresa economica.

    L’esempio delle classi pollaio è uno dei tanti che mostrano la scuola italiana è sempre in emergenza, anche da prima della pandemia, e che l’emergenza l’hanno creata i governi che si sono succeduti da almeno un ventennio e che non hanno fatto che tagliare risorse alle scuole. Dall’edilizia scolastica al precariato al sostegno alle retribuzioni dei docenti, il taglio di risorse ha creato emergenze in tutti i settori, e non solo in tempi di Covid19. E lo stesso dicasi per la sanità come per la giustizia, per il lavoro, per l’ambiente, per i beni culturali. Ecco, dall’emergenza bisognerebbe uscire con scelte coraggiose e innovative, non provocando altra emergenza, che poi vuol dire povertà.

    In base a queste considerazioni la prima impressione che ho avuto leggendo il tuo commento è che si potrebbe vedere tra le righe di quanto scrivi da una parte l’idea dell’insegnante fannullone, dall’altra il modello speculare dell’insegnante come eterno volontario. Da una parte l’incompetente scansafatiche, dall’altra gli insegnanti “professionali“, che tappano i problemi della scuola con l’eroismo della volontà. I due modelli sono legati a doppio filo, poiché lo spirito di sacrificio del volontario prospera sul senso di colpa del fannullone. Penso che un insegnante professionale dovrebbe respingere ambedue questi modelli che non gli competono e rimandare le responsabilità a chi spettano.

    Un’altra cosa che mi preoccupa nel tuo commento è che tu definisci la didattica a distanza “innovativa“. Questo quando siamo di fronte a un fatto inedito: per la prima volta sentiamo dire ai nativi digitali, a una generazione iperconnessa: basta connessione, torniamo a scuola! Prima dell’esperienza generalizzata di didattica a distanza che è stata imposta dalla pandemia era un luogo comune propagandato da chi dirige la scuola definire innovativa la didattica a distanza. Adesso invece non si fa che leggere su tutti i giornali che di didattica a distanza non ne può più nessuno, dai docenti agli studenti ai genitori. E’ stata innovativa sulle prime, perché all’inizio era una cosa nuova e curiosa vedere l’insegnante sullo schermo del computer, ma adesso sentiamo dire dappertutto che tante ore di connessione hanno fatto male alla salute e all’umore. Non si può stare connessi tutto questo tempo, ci dicono i medici. Così non s’impara, ci dicono i pedagogisti. Ecco, a questo la didattica a distanza è servita.

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  8. Rispondo a Giorgio :
    Tu hai utilizzato la mia modesta proposta su cosa fare in questa situazione emergenziale per aprire un dibattito a tutto campo, ma soprattutto, leggendomi fra le righe, mi fai affermare cose che non ho scritto e, se me lo consenti, neppure pensato. Abbiamo letto tutti 38 stratagemmi per avere ragione di Schopenhauer. Sono costretta ad alcune precisazioni : tu scrivi:
    Una cosa che mi preoccupa in quello che tu dici è che nelle tue parole si potrebbe vedere una idea dell’insegnante di questo tipo; dell’insegnante come uno che non ha fatto nulla tutto l’anno, soprattutto, in questo 2020, dalla fine di febbraio in poi, quando le scuole sono state chiuse per la pandemia, e perciò adesso può impiegare il suo tempo estivo, anziché a lunghe vacanze, a fare qualcosa di utile tenendo le scuole aperte e facendo magari qualche lavoro di restauro dei locali.
    Ti rassicuro: ovviamente non ho ne’ scritto, ne’ pensato e neppure letto sui giornali di destra una cosa del genere: come puoi rileggere nella mia mail ho chiesto un impegno straordinario volontario, che mi sembra più utile del voto 10, nella situazione emergenziale che vede leso il diritto allo studio soprattutto dei più fragili. Ho chiesto di monitorare ciò che è avvenuto in questi mesi e quindi pianificare azioni di recupero diversificate e coordinate. So bene che in molte situazioni si è riusciti a fare moltissimo e in altre no : questo non è un problema per il diritto allo studio?
    Soprattutto ho chiesto, e ciò fa parte della normale progettazione didattica e di Istituto, di definire i bisogni (di apprendimento e di cura) degli allievi e delle famiglie e, sulla base di questi, quantificare le risorse già disponibili (ore e competenze del personale docente e organico del personale non docente) e pretendere quelle aggiuntive necessarie (altre ore di insegnamento, altri spazi, altre attrezzature e strumenti…), coordinandosi con altre risorse presenti sul territorio, in modo che la scuola possa riprendere da settembre con la massima attenzione a tutti gli studenti, senza lasciare indietro nessuno. E’ una richiesta sbagliata o eccessiva?

    Non replico ad affermazioni che non ho fatto sull’insegnante fannullone e su cosa si sarebbe potuto e dovuto fare nella scuola in questi anni, noto sommessamente che i tagli alla Sanità, pure pesanti, non sono stati invocati da medici, ospedalieri e da tutti coloro che hanno lavorato nell’emergenza più grave. Non sono neppure a favore della figura dell’insegnante missionario o volontario, sono per l’insegnante professionista, di una competenza alta come quella del medico, non professionale come scrivi tu.
    Infine non ho affermato che la didattica a distanza fosse una didattica innovativa, anzi nella mia frase la didattica a distanza viene dichiarata insufficiente e contrapposta a una didattica innovativa. Non confondo uno strumento con un metodo : si può fare didattica tradizionale in presenza e a distanza e lo stesso per vale per la didattica innovativa attenta ai diversi stili di apprendimento, alla motivazione dello studente e che può usare strumenti diversi, come tutti sappiamo. Abbiamo imparato ad usare uno strumento nuovo, continueremo a farlo se lo riterremo utile.
    Penso che il dibattito possa proseguire sul terreno più ampio delle scelte politiche che richiede assai più spazio e argomentazioni di un blog.

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  9. Concordo con l’appello.

    Chiedo anche il sostegno per un programma più importante e impegnativo sulla scuola da parte di tutte / tutti coloro che nella scuola hanno lavorato a tutti i livelli, tutti eguali poiché tutti importanti: docenti, assistenti, professori / professoresse, bidelli, direttori / direttrici, custodi, insegnanti di sostegno, famiglie di studenti disabili o troppo abili, presidi donne e uomini, donne / uomini delle pulizie.

    CHIEDIAMO
    alla ministra che faccia aprire gli spazi infiniti di cui il paese dispone per attuare seriamente il distanziamento, non sociale ma fisico, tra studenti e studentesse in luoghi adatti alla loro crescita culturale:

    MUSEI e CHIESE (gia’ provviste di banchi e forse non di adeguate toilette, ma si può. facilmente rimediare), CASERME ancora decenti e facilmente restaurabili.

    Diamo ai ragazzi la possibilità di trovarsi immersi nell’ITALIA BELLA che è il loro paese, che non deve essere riservato all’alta moda o alla Ferrari nelle sue volgari feste promozionali.

    Diamoci tutti da fare.

    L’ITALIA ha infiniti spazi assai belli che si possono adibire a scuole, senza doppi turni e corsi c. d. “smart work”…, che parola volgare!!!

    il lavoro dei giovani, lo studio, è il lavoro più importante e non deve essere smart ma serio.

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  10. Grazie dei chiarimenti, Rosanna.

    Sono contento che non ritieni innovativa la didattica a distanza, mi aveva indotto a pensarlo questa tua affermazione:

    diverso è stato, scuola per scuola, classe per classe e anche materia per materia, il tempo dedicato comunque agli allievi con una didattica innovativa

    Sono contento anche che non ritieni l’insegnante un volontario. Ribadisci comunque che

    ho chiesto un impegno straordinario volontario

    per attività di progettazione, che sono parte del lavoro docente, ma anche, dicevi nel primo intervento, per la

    definizione, scuola per scuola, delle indicazioni rispetto al distanziamento: gli spazi da utilizzare, per quale numero massimo di allievi, per quante ore, con quali attività, con quali cambiamenti negli arredi, nelle attrezzature.

    Un “impegno straordinario volontario” in questo momento supplisce temporaneamente a una carenza ottenendo il risultato di peggiorare l’emergenza già cronica.

    In questo momento il Governo dovrebbe produrre un progetto che, come si è detto più volte durante questa pandemia, approfitti dell’urgenza posta dall’emergenza per risolvere problemi di sempre: innanzitutto invertire lo smantellamento della sanità e della scuola pubblica.

    Ci vuole un progetto, quindi, e un punto di partenza potrebbe essere quello indicato da Marcella De Negri: adibire a locali scolastici i tanti edifici non utilizzati esistenti nelle nostre città. A Milano ad esempio si vogliono mettere in vendita a privati due scuole pubbliche: non è un controsenso?

    Il Governo invece con il Decreto scuola risponde tornando alla legge Casati, regio decreto del 1859 del Regno di Sardegna, esteso, con l’unificazione, al Regno d’Italia.

    La legge Casati assegnava ai Comuni il compito di realizzare l’obbligo scolastico, reperendo gli spazi, fornendo i servizi, retribuendo gli insegnanti. Sappiamo com’è finita: con un fallimento, perché i Comuni non avevano le risorse necessarie, per cui l’istruzione era diversa da una zona dell’Italia a un’altra. L’Italia ha cominciato a uscire dall’analfabetismo di massa quando nel 1911 con la legge Daneo-Credaro lo Stato si assumeva gli oneri della realizzazione dell’obbligo scolastico.

    Il Governo oggi assegna ai Comuni il compito di garantire gli spazi e la sicurezza: è il segno evidente che manca un progetto e il problema sarà non risolto o sarà risolto in modo provvisorio e diversamente da una zona a un’altra. Spendendo magari soldi per gabbie di plexigas (a quale azienda andranno?)* ma lasciando tutto come prima.

    Sarebbe questo il modo per realizzare il diritto a una istruzione per tutti?

    * Mi pongo la domanda di quale azienda sarà affidataria della produzione di gabbiotti di plexigas perché in Italia le cose vanno così: si comprano le mascherine dalla Pivetti, i camici per medici dalla moglie di Fontana, l’app Immuni dal figlio di Berlusconi…

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