Giovanni IBELLO, Dialoghi con Amin. Nota di Antonio Fiori

Come dice Luigia Sorrentino, il primo verso è un avvertimento ma è anche, in qualche modo, un avvenimento – “La poesia è un lunghissimo addio”, un addio interminabile, che non può tacere se non per sfinimento, se non nella morte. La poesia insomma, proprio cantando “lo smisurato addio” e denunciando l’inumano, tiene viva fino alla fine la speranza di una vita ‘alta’.  Tra le presenze di questo poemetto mi ha colpito particolarmente quella ondivaga di Dio. Prima invocato perché ci insegni a vivere e a morire (“Dio, gheriglio di stella/ insegnaci a svanire/ poco a poco/ insegnaci il dialogo amoroso/ tra i picchi delle braci/ e l’arpionata notte”) quindi provocato e quasi schernito (“mentre ancora/ tiri a sorte la vena/ dio anatema,/ ti sfiori trasognato le parpebre…”,  una chiamata in correità dove non possiamo non scorgere l’eco di quel grido disperato contro il silenzio divino davanti allo sterminio del suo popolo). Scopriamo che Dio ha un suo inesplicabile ‘cifrario’, che c’è “il dio delle cose lontane”, che ci può essere addirittura “…un dio demente/ che scalcia/ nel grembo della cancellazione”. Eppure il dominio nascosto è dell’amore: “l’amore è la mia tirannia”. Ecco, sentirsi fratello di Amin, dargli voce, essergli fedele, ha comportato per il poeta un ripensamento profondissimo del suo rapporto con Dio e con la parola. A questa poesia il lettore non può sottrarsi, nel senso che non può chiamarsene fuori, leggendola ad esempio come un poema oracolare o come un testo di poesia civile dalla facile condivisione. Qui anche il lettore è chiamato in correità, costretto all’interrogatorio nella cella della sua coscienza. (Antonio Fiori).

*

L’Universo tutt’uno a me
le mie palpebre chiudono le sue
l’Universo alla mia libertà fuso,
chi di noi due partorito ha l’altro?
Adonis

 

PARTE I: LUOGO DEL FRAMMENTO

 

La poesia è un lunghissimo addio.

 

Cercava la risacca nelle pinete
fiutava l’ombra di un ago sul fondale,
la panacea di un abbandono.
Conta fino a zero, le dissi
salta nell’arco cinerino.
È tutto calmo
qui è davvero tutto calmo,
il sole è una biglia di benzodiazepina.
C’è ancora un intreccio
di gelsomini carbonizzati sulla pietra.
L’estate,
una valanga di aceto sopra i fiori.
Ma in questo valzer di occhi crociati
non dire una parola,
non parlare.
Troveremo un altro modo per fare alta la vita.

 

La mia estasi rimane
lettera morta sul greto.
Brindo al disamore
al cuore profanato nell’acquaio
agli insetti fulminati nell’insegna.
Ci lega la parola feroce,
una giostra di penombre.
L’incanto di una teleferica,
l’esatto perimetro di un grido,
tu che muori
in quell’assillo di aranceti
che ritorna.
Era l’affanno antico,
l’anemone del giorno
divelto sopra i silos.

 

Un debole fiammato
l’umore dell’alba sulle gru.
Belve cadenti
questo è il solo nostro arsenale:
il daimon dello spreco
stelle allucinate
frammenti di temporale.
Amin, è quasi giorno,
ecco l’ignota rovina.
Oltre la vetrata
flagelli di margherite:
l’amore è la mia tirannia.

 

Amin, è quasi giorno,
è la resa dei fuochi invernali
l’ectoplasma del divenire.
Dio, gheriglio di stella
insegnaci a svanire
poco a poco
insegnaci il dialogo amoroso
tra i picchi delle braci
e l’arpionata notte.
Adesso è tutta luna nuova
mentre ancora
tiri a sorte la vena
dio anatema,
ti sfiori trasognato le palpebre…
Quanti millimetri ci separano dal buio?

 

 

La risacca ci insegna il solo rito possibile: lo smisurato addio.

 

 

Parte II: Teorema dei roghi

 

I fiori di tarassaco sulle rotaie
annunciano il disfacimento.
Questo è il cifrario di dio:
una giostra di tagliola e vento.

 

Utero incendio
Amin, il volo a trapezio dei cormorani è un alfabeto senza luna. Avrai una stella di
cenere sul fianco, uno stecco di mezzaluce. Una spilla conficcata nel cuore di neve, la
tua parola sarà l’inganno, la Mesopotamia dell’invisibile: uno che batte furiosamente
il viola dei polsi sulla rena.
Fermati, fermati primavera.

 

 

La parola era il nostro Yucatan.

 

 

Sonno pulviscolare
Sei smarrito nel cimitero della sete. Amin, sei solo come la sfinge. Devi scornarti con
l’assoluto, con il rinoceronte nero. Troveremo il dio delle cose lontane, troveremo una
foresta di spine nel buio oltremare. Notte di canicola e di antenne. Sei smarrito nel
santuario delle nebbie. In un rammendo di secondi luce ti pieghi sulle ginocchia,
mescoli il sangue e l’acquavite. Dicevi:
“Verrà la fine, verràla chiromante delle
ustioni.”

 

Verrà la vergine dei falò
verrà la vergine dai seni ulcerati,
un altrove di baci
al kerosene
un altrove di spine e diademi.
Ma noi
dimenticati relitti
ci amiamo nel buio degli hangar
e ripetiamo giaculatorie
dinanzi a un dio demente
che scalcia
nel grembo della cancellazione.

 

Ultimo grado di giudizio
La vergine si chiama Xanita. Xanita conosce il teorema dei roghi, sa leggere il crisma
del sangue, il sigillo della fiamma sui covoni. Voleva raggiungere il mare, lo zenit del
diluvio. Disse: “
Voglio il mare dei cigni arenati.” Poi attese il segnale, il moncherino
di luna… perché ogni cosa si annuncia solo mentre si sfigura.

*

Giovanni Ibello, Dialoghi con Amin

Prefazione di Luigia Sorrentino

Corte Micina Edizioni, 2018

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.