Piedi 2: A piedi in città

di Kika Bohr

Dalla struttura alla scultura

Il mio studio in viale Jenner ha per tre quarti un soppalco in cemento armato che lo divide esattamente in due. L’entrata invece ha più di quattro metri d’altezza. Per un anno intero vi ho ospitato un enorme piede in tondino e tubi di ferro che era collocato lì proprio davanti alla porta, sicché per entrare ci passavo attraverso. Quel piede l’avevo disegnato alcuni anni prima ed era stato realizzato dal fabbro Parisi e dal suo aiutante trasponendo il modellino in scala 1:10.

Dancio salda il piede

Nell’officina del fabbro

Ogni pomeriggio, con uno scooter elettrico dei primi modelli che aveva un’autonomia di quaranta chilometri, andavo a Ponte Lambro, che è vicino all’aeroporto di Linate, dove questo Gennaro Parisi aveva una bella officina vicino al fiume in un non luogo bellissimo tra capannoni di lamiera e campi ancora coltivati e lì, dopo aver messo in carica lo scooter, abbiamo costruito quattro grandi strutture. Misuravamo, tagliavamo e piegavamo tondini secondo delle sagome di carta da pacchi che avevo disegnato e ritagliato a misura. Dancio (Iordan Neicev), l’aiutante bulgaro, saldava tutto.

Lui era un colosso di poche parole, molto preciso e intelligente nel suo modo di lavorare. Le strutture dovevano essere resistenti per poter sorreggere anche mille chili di terra (avevamo previsto di ricoprirle di terra cruda) e perciò il disegno del piede era stato fatto basandosi sulle figure dell’arco e del triangolo, tra l’altro come il piede vero, e come notava Leonardo da Vinci quando diceva “il piede, un capolavoro di ingegneria e un’opera d’arte”, perché effettivamente i piedi devono poter sorreggere tutto il peso del nostro corpo e sono basati su forme ad arco e a triangolo. I tondini erano di due dimensioni e per la struttura principale – cioè la base su cui erano saldate le dita – formata da un arco più un triangolo, abbiamo usato dei tubi che sono ancora più resistenti. E abbiamo dotato il piede di un bel pollicione! L’alluce, secondo Georges Bataille caratterizza l’essere umano rispetto alla scimmia antropoide e ha un’importanza fondamentale nella nostra posizione eretta. (Non sto qui a raccontare tutte le idee provocatorie di Bataille sui piedi, a volte però molto pertinenti, come quella che dice che, in genere l’umanità disprezza i piedi perché sono ancora vicini al fango mentre il sogno umano è di elevarsi verso l’alto…)

Avanti e indietro sull’autostrada

Alla fine della Maratona di Brescia (vedi storia del Piede 1) ero un po’ triste di non aver potuto costruire uno dei quattro piedi previsti, a causa del cattivo tempo che aveva molto ritardato i nostri lavori. In quegli anni non avevo ancora la patente B e Roberto, che con pazienza maritale mi aveva supportata nell’impresa e aveva guidato avanti e indietro sulla trafficatissima autostrada Milano-Brescia un camioncino – prestato dal fabbro – trasportando a due a due le quattro gigantesche strutture, beh, Roberto mi aveva appena chiesto la separazione! Sono riuscita a convincerlo di guidare per un’ultima volta quel camioncino per recuperare quella bella struttura fatta con tanto impegno e lui ha accettato. Siamo andati lì insieme, come due vecchi fratelli. Cosa ne avrei fatto di quella struttura? Non ne avevo la minima idea, ma più la guardavo e più mi pareva bella nella essenzialità del suo disegno. L’abbiamo deposta a Ponte Lambro dall’amico fabbro.

Ancora dal fabbro

Per circa un anno ogni volta che andavo dal fabbro vedevo il Piede nel prato un po’ selvaggio vicino all’officina. Poi, avendo bisogno di spazio, Gennaro mi ha chiesto se poteva spostarlo e l’idea era di metterlo sul tetto del suo capannone. Perché no? Non era troppo pesante e con Dancio l’hanno issato lì in cima. Che visione! Sembrava che camminasse nel cielo. La sagoma si vedeva incredibilmente bene e tutti i clienti del fabbro alzavano lo sguardo. Io ero molto contenta così. Mi sembrava la collocazione ideale e pensavo già ad altre sculture, quello mi sembrava il destino di questo Piede che ora pareva un disegno fatto nell’aria, con sfondo cangiante di cieli milanesi solcati da nubi, colonne di fumo e aerei.

Nel mio studio

Dopo l’esondazione del fiume Seveso e la conseguente modifica del piano regolatore del comune di Ponte Lambro, Gennaro Parisi ha dovuto spostarsi verso Cremona e la nuova officina non permetteva una simile collocazione del Piede. Che fortuna poterlo mettere nello studio di via Jenner, che avevo affittato da poco. Mi divertiva molto attraversarlo ogni volta che entravo. Però per vederlo bene mancava la distanza e in cuor mio avevo anche voglia che qualcuno lo potesse guardare.

Alla Biblioteca del Parco Sempione

sull’Ape al parco Sempione


L’occasione è arrivata quando sono stata invitata a esporre qualcosa al Parco Sempione. Ornella Piluso aveva organizzato una mostra in varie biblioteche di Milano e quella del Parco ha la caratteristica di avere uno spazio all’aperto con dei tavolini per poter studiare. E’ proprio lì che ho potuto portare il Piede e ho pensato di intitolare questa struttura ormai autonoma scultura: “A piedi in città”. In quel meraviglioso ambiente verde, fusione di cultura e natura, l’andare a piedi era la cosa che pareva più adatta. Però per trasportare il Piede come fare? Non avevo più Roberto, il fabbro era ormai lontano… finalmente ho trovato il Giulio, un anziano rottamatt (robivecchi) dalla parlata toscana che per una modica somma ha trasportato sul suo Ape la scultura, l’autrice e il suo cane da via Jenner al Parco Sempione. Immaginate la grande struttura nera a forma di Piede alta 3 metri sul piccolo Ape: sembrava un uovo di Pasqua! Ai bibliotecari il Piede era piaciuto molto e hanno voluto essere fotografati davanti ad esso. Dalle foto però mi sono accorta di come in realtà fosse più visibile e anche più poetico/spirituale sulla semplice tettoia del fabbro perché stagliato sul cielo rispetto al pur bellissimo sfondo rigoglioso del verde Parco Sempione, in cui si mimetizzava fin troppo.

A Gaeta

Gaeta, foto di Michele Carmellino


Da un paio d’anni frequentavo la Pinacoteca Comunale di Arte Contemporanea di Gaeta. Avevo partecipato alla prima e alla seconda mostra di Ambientarte, rassegna a cui erano invitati artisti che utilizzavano per le loro opere materiale di riciclo. Avevo anche partecipato a un Porticato Gaetano, una mostra annuale a cui intervengono soprattutto artisti del luogo, ma mi sono presto sentita adottata dagli organizzatori e da altri partecipanti. Così ho osato proporre la donazione di “A piedi in città” portando loro alcune foto dell’opera sia nella Biblioteca del Parco sia sul tetto del fabbro. Il presidente Antonio Lieto e la direzione artistica dell’Associazione Culturale Novecento sono subito parsi interessati ma anche preoccupati per il trasporto, per le spese e la modalità. Sul lungo tratto dell’Autostrada del Sole e altre strade da percorrere non si poteva certo usare un camioncino scoperto come sulla Milano-Brescia ancor meno un Ape! Alla fine si è trovato uno sponsor che aveva un abbonamento con il trasportatore Bartolini. Però la scultura andava imballata. Così l’ho rivestita tutta di pezzi di cartone recuperati nel supermercato vicino. Sembrava un’opera Pop tutta colorata quando è arrivato l’enorme camion rosso che quasi non riusciva più a uscire dal cortile di via Jenner. Antonio Lieto quando ha visto arrivare quel “piede” massiccio in cartone colorato, così diverso dal disegno lineare che aspettava è rimasto un po’ stupito.

Gaeta, foto di Stefania Fantone


Dopo un lungo lavoro di spogliazione però mi ha telefonato contento e con il loro aiutante rumeno Viorel della stessa stazza di Dancio, lo hanno collocato su un terrazzo in cima a Palazzo S. Giacomo, la sede della Pinacoteca. Col vento del mare e dei monti Aurunci il cielo che fa da sfondo al “A Piedi in Città” è sicuramente più vario di quello di Milano e di notte il piede illuminato risponde ai riflessi delle stelle.

Un pensiero su “Piedi 2: A piedi in città

  1. Ciao Kika, bellissimo il racconto che hai scritto per descrivermi il percorso della tua opera, ma ancora piu’ bella e importante e’ l’opera medesima: la sua “grandezza” sta nel fatto di aver superato tutte le difficolta’ per ottenerla e, ora, di vederla/le come la tua profonda sensibilita’ la/le ha sempre immaginate e fantasticate. Bisogna essere forti prima con sé stessi per poter vincere sulle semplici idee per poi ‘piegare’ gli elementi naturali al proprio volere artistico, come tu hai fatto. Auguri per le tue opere future e, ti prego, tienimi sempre informato sul tuo cammino verso le fonti dell’arte. Michele Carmellino

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