Estratto di “Oltre il fuoco” di Javier Núñez

Estratto di Oltre il fuoco di Javier Núñez (ed. Le pecore nere, 2019)

“Bruciami”

Soy ceniza que nadie recoge
soy un llanto más.[1]
«Dame el fuego de tu amor».

“Sandro Espectacular”, 1971

(«Sono cenere che nessuno raccoglie, sono un pianto in più». Estratto del brano “Dammi il fuoco del tuo amore”, dall’album Sandro Espectacular, 1971)

A volte credo che potrei esserci riuscito. Solo a volte. È un pensiero che non ha molto senso. La vita può essere una linea più o meno retta da un punto specifico nella storia dell’umanità —la nostra nascita— a un altro punto determinato, finale, inevitabile —la nostra morte—. O può essere un cammino tortuoso, imprevedibile, soggetto ai capricci del caso; un sentiero immaginario che apriamo a colpi di machete, incapaci di vedere al di là del prossimo passo, e che scompare alle nostre spalle man mano che ci allontaniamo. Ma la vita è sempre un cammino unico. Le biforcazioni, le linee parallele che potrebbero essersi spalancate a un destino diverso, esistono soltanto nella coscienza retrospettiva dell’uomo. Ogni decisione, ogni scelta di fronte a un dilemma è irrimediabile. La più piccola azione di rifiuto di una rotta possibile è una condanna all’inesistenza assoluta nel tempo e nello spazio, ma non all’oblio. A volte, abbiamo la cattiva abitudine di credere che una decisione diversa avrebbe potuto portarci su una strada che non è mai esistita.

Mi trovai a uno di quei bivi quando frequentavamo il terzo anno. Mujica si fece espellere a fine maggio —allora sostenevo che lo avessero allontanato ingiustamente. Aveva preso per il collo e minacciato la professoressa di letteratura perché si era rifiutata di ammetterlo a un esame che aveva saltato senza giustificazione— e rimasi solo e triste. Quando mi parlò di vendicarsi della scuola mi sembrò una buona idea. Confesso che, in quel momento, ho pensato a qualche stupidaggine tipo rompere vetri, verniciare le pareti con una bomboletta, lanciare i banchi in cortile. Mujica aveva un’altra idea. «Stasera vedrai», mi disse.

Al tramonto, le forme della piazza —la sagoma delle panchine, la chioma dei pini, l’amaca immobile— svanivano in un cielo torbido. La luce della strada arrivava appena a illuminare una striscia del volto di Mujica, conferendogli un’aura irreale. Eravamo d’accordo di trovarci lì, a mezzanotte circa.

Mirta era solita addormentarsi alle dieci e mezza, al massimo alle undici. In estate andava a letto più tardi, ma a metà aprile, inizi di maggio manteneva l’orario invernale: cena alle otto e mezza, un po’ di telegiornale mentre lavava i piatti e il programma El mundo de Antonio Gasalla già a letto. A volte la sentivo ridere a crepapelle. Poi si creava un silenzio profondo, quasi mistico, interrotto appena dal mormorio insopportabile del televisore acceso. Credo si addormentasse prima, il sonno la vinceva quando era ancora poggiata sui cuscini, poi si svegliava sussultando per un coro di risate o per la musica di qualche pubblicità, spegneva il televisore e s’infilava nel letto.

Quel giorno, tuttavia, modificò la sua routine. Si coricò all’orario di sempre, ma nel giro di mezz’ora spense il televisore e uscì dalla camera trascinando le pantofole per cercare un libro che aveva in borsa. Non riuscii a vedere di che libro si trattasse. E scomparve di nuovo nella sua camera. Dalla porta socchiusa, al posto della luce azzurrina del televisore, filtrava quella più chiara della lampada. Quel giorno e negli anni successivi, ogni volta che rievocavo quel momento, pensavo che non riuscisse ad addormentarsi. Mirta solitamente non leggeva di notte. Credo leggesse all’ora di pranzo o forse al lavoro, perché a volte portava un libro in borsa. Leggeva anche il fine settimana nell’ora della siesta. Quasi mai di notte, le rare volte che ci provava, lo faceva seduta nel soggiorno per combattere infruttuosamente il torpore che si impadroniva di lei all’inizio della seconda pagina.

I bivi e le discrepanze della nostra vita, quando si ha tanto tempo —o tanta colpa— per analizzarli minuziosamente, nelle notti infinite che plasmano una cella, appaiono pieni di altri piccoli avvenimenti che li favorirono. Quel momento di lettura imprevista, per esempio. Se si fosse prolungato un po’ in più, soltanto un po’ in più, forse non starei raccontando questa storia, non così almeno. All’istituto mi sono interrogato molte volte su quel libro. Di chi fosse. Su che cosa. Se piegò l’angolo della pagina perché il sonno cominciava a dominarla nel bel mezzo di un paragrafo interminabile, o se aveva deciso di chiuderlo a fine capitolo perché iniziava a intuire che non sarebbe riuscita a proseguire la lettura. Credo che non lo saprò mai, anche qualora glielo chiedessi, Mirta non saprebbe rispondermi. Per lei quel gesto di chiudere il libro e spegnere la lampada dieci minuti dopo la mezzanotte fu qualcosa di trascendente, una delle ultime azioni quotidiane di un giorno come tanti altri. In quell’istante non poteva sapere che la luce appena spenta illuminava una fuga che, minuti prima, credevo si perdesse nell’oscurità della frustrazione.

—Pensavo non venissi —disse Mujica quando arrivai in piazza. Era quasi l’una meno venti.

—Mia zia —risposi, credendo che quelle due parole spiegassero ogni cosa.

Mujica mi fece cenno di seguirlo. Dietro un ligustro che costeggiava la sabbionaia aveva nascosto due zaini. Me ne passò uno, non molto pesante. Riconobbi l’odore che emanava.

—Odora di nafta.

—Certo, stronzo —Le luci di un’automobile in movimento gli infuocarono gli occhi, sfavillanti come se ardessero—. Bruciamo la scuola.

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