Giuseppe Conte, “Non finirò di scrivere sul mare”

Recensione di Francesco Improta

Giuseppe Conte, Non finirò di scrivere sul mare (ed. Mondadori, collana “Lo specchio”, 2019)

Ho sempre pensato che Giuseppe Conte fosse il maggior poeta italiano e la lettura della sua ultima silloge poetica, Non finirò di scrivere sul mare (ed. Mondadori), ha confermato e rafforzato, qualora ce ne fosse stato bisogno, questa mia convinzione.

In questo libro c’è tutto l’universo mitico, simbolico e poetico di Giuseppe Conte. Al centro di questo universo, come suggerisce il titolo, c’è il mare e non potrebbe essere diversamente per chi come lui è cresciuto con il rumore del mare nelle orecchie nella splendida Riviera ligure di ponente. Il mare è diventato per lui una categoria dello spirito, la fonte della sua ispirazione, l’origine e la fine della vita. Ossessione e disperazione, salvezza e perdizione, finitudine e infinito, avventura e mistero, il mare con il suo perenne movimento indica il divenire stesso della vita, il suo perenne fluire. Quel mare violato per la prima volta dalla nave degli Argonauti e percorso dalle triremi fenicie e dalle galee genovesi, come ci rammenta il poeta, quel mare che ha alimentato le fantasie di Conrad e di Pessoa, per il quale, però, – vale la pena ricordarlo il mare più bello è quello che non abbiamo ancora navigato, quel mare per Giuseppe Conte è soprattutto emblema di libertà:

    E se ti contraddici, è perché sei libero // e per i liberi, non hai dato all’uomo / / la possibilità di recintarti, di venderti // di fare di te lotti, proprietà // hai dato fiori di luce senza frutti // hai dato ricchezze, hai dato lutti // ma mai tutto te stesso. // Di te nessuno può dire: sei mio. Sei di tutti e di un esiliato dio.

Ed è anche la madre di tutti noi, non è un caso che nel dialetto ligure madre si dice ma’ come il mare, non diversamente dal francese in cui il mare e la madre si dicono entrambi la mer. E il francese, al di là delle competenze linguistiche di Conte, nel Ponente ligure dove lui è nato e vive tuttora, è quasi una seconda lingua. Nel dialetto ligure ma’, però, vuol dire anche male e questo accostamento ci richiama alla mente Il male viene dal mare dove il mare, presente in tutta la sua produzione narrativa e poetica, non è una scuola di libertà e di democrazia come ne Il terzo ufficiale né uno spazio di bellezza e di utopia come ne La casa delle onde né trasgressione e scoperta della sensualità come ne L’adultera, ma diventa teatro di morte e di distruzione. Un mare ferito, agonizzante, avvelenato dallo sver­sa­mento in esso di rifiuti tossici e da montagne di plastica che hanno formato vere e proprie isole inabitabili e mortifere come la Great Pacific Garbage Patch. Anche in questa silloge si accenna a questo aspetto del mare, al mare, cioè, come enorme pattumiera e come cimitero di migranti:

       cercavano la Terra Promessa // senza una spada, senza un timone // per bussola avevano la disperazione // ora giacciono come relitti // nel buio corrosi, disfatti // tra alghe, meduse, coralli.

Un mare abitato nell’immaginario popolare da terrificanti mostri marini, come si legge nel suo ultimo romanzo I senza cuore, e che agli occhi di Giuseppe Conte appare, invece, come una divinità, un tempio le cui porte restano sempre aperte e la cui sacra­lità è paragonata a quella delle moschee di Isfahan. Non ci dimentichiamo che lo scrittore ligure è stato un infaticabile viaggiatore, finché le energie lo hanno sorretto (ora si sente come uno di quelli che la vita ha stremato con troppe gioie e troppo dolore) e nelle sue opere ha riversato i ricordi e le emozioni di questo suo girovagare, così come ha trasfuso in questi versi echi, reminiscenze e suggestioni di illustri modelli letterari: da Sturluson a Borges, Valery, Montale, Biamonti e Leopardi, a tal proposito mi si è affac­ciato alla mente Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia:

Dimmi luna del mattino // luna evanescente, scialba, indefinita

Di’, perché è così breve la vita // perché ti assomiglia l’umano destino.

Intorno al mare che rimane centrale e dominante in questa raccolta ci sono tuttavia altri motivi non meno importanti, l’infanzia trascorsa a Porto Maurizio, il paesaggio ligure di ascendenza montaliana, la morte del nonno, la mancata paternità, l’amore per il jazz con l’omaggio a Jack Teagarden, la figura materna, una madre rotta dagli anni, tradita dalla vita e nelle speranze custodite gelosamente, affranta da rimpianto, malcon­tento e dolore, che spesso esclama nel dialetto ligure: U l’è ma’ vive, u l’è ma’ nasciüi (è male vivere, è male esser nati), che mi ha ricordato la conclusione dell’Ultimo viaggio di Ulisse di Giovanni Pascoli (Poemi conviviali): Non esser mai, non esser mai, più nulla ma meno morte che non essere più. In questi versi di Conte trovano spazio le passeggiate sul lungomare di Pondicherry, le soste nei caffè di fronte al mar ligure o a San Francisco, per rubare volti, brandelli di conversazione, colori ed emozioni. Un bisogno incessante di amare e una protesta di innocenza: Non ho conosciuto il mestiere della colpa e della santità // mi sono sempre sentito innocente, come viene ribadito nei versi conclusivi dove accenna alla mancanza di un’isola a cui tornare, al suo destino di viaggiatore senza rotta e senza bussola che ha come unica meta vivere, amare e scrivere. E con queste tre parole si conclude il poemetto, un vero e proprio gioiello, uno dei frutti più sapidi di tutta la sua produzione, una vera sinfonia in quattro tempi o movimenti, come del resto sug­geriscono le note poste in calce dall’autore. Una sinfonia che per il tema trattato e per il senso di immensità misteriosa e insondabile ad esso connesso ci riporta alla mente La mer di Debussy; anche Conte non diversamente dal musicista francese spinge il lettore a fare uso della memoria e dell’immaginazione per cogliere tutte le valenze e le impli­cazioni culturali ed emozionali dei suoi componimenti. Una raffinata tessitura di immagini, suoni e colori esaltati per di più da una ricercata elezione lessicale e da una ricca strumentazione retorica (metafore antitesi, sinestesie). Un arazzo, meglio ancora, uno splendido e preziosa tappeto persiano, visto l’amore di Conte per quella civiltà.

Grazie Giuseppe: un esempio di coerenza e di fedeltà al mare, all’amore, alla poesia e uno scrigno di gemme preziose per i lettori.

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