Intervista a Maria Clelia Cardona

C’è un nome che spicca tra coloro che si sono occupati della tua poesia: Mario Luzi scrisse la prefazione alla tua raccolta di versi “Il vino del congedo” del 1994. Quali elementi della tua poesia lo avevano colpito e qual è il suo lascito nella tua vita a livello umano e letterario?

Nel Vino del congedo molte poesie erano di argomento mitologico, nel senso che mi ero proposta di dare la parola a personaggi femminili del mito o della storia lasciati in ombra da una soverchiante presenza maschile. Euridice, Calipso, Persefone, Danae, Psiche, Lilith; e poi Santippe, la moglie di Socrate. Parlandone nella sua Introduzione Luzi scrive: “Ecco, mi dicevo, come il mito e i passi della classicità possono essere assunti di nuovo nella circolazione del sentire attuale, non come ricuperi o reperti o citazioni ma come immedesimazioni sostanziali della continuità univoca dell’umano. … il mito cessa di essere mitologico e la soggettività emotiva della Cardona invoca quel paragone come presente perennemente coevo alla sofferenza umana, e dunque alla sua.”

Della bellissima introduzione mi ha colpito non solo la sapienza critica, ma anche lo scavo nel non detto e nella complessità emotiva, la comprensione dei nodi di ambiguità insiti nel mito e nella percezione del mondo. Una grande lezione per me. Della poesia di Luzi amo soprattutto la capacità di sollevare la quotidianità su un piano di assolutezza che ne preserva sia la verità umana sia la sostanza metafisica. E poi la capacità di sperimentare stili e linguaggi anche diversi conservando intatta la riconoscibilità della voce. Voglio dire che ho amato soprattutto Quaderno gotico e Primizie del deserto, ma anche Nel Magma. E infine l’ereditare la lezione dei simbolisti, di Mallarmé, Rimbaud, Rilke, e insieme quella di Dante, Leopardi. Condivido poi l’idea che la poesia debba essere sostenuta dal pensiero. Un lascito importante del poeta sul piano umano: la pietas, unita a lucidità intellettuale, nei confronti di chi gli è stato vicino. E poi l’orrore per la guerra.   

Dal 1994 ad oggi cosa è cambiato nella tua poesia e cosa è rimasto costante? Quali sono gli snodi più importanti? Parlaci anche dei tuoi libri successivi.

Quando è uscito il mio secondo libro, Da un millennio all’altro (2004), Luzi mi ha scritto dicendo che vi ritrovava accenti a lui già noti, ma notava anche un progredire verso un “acquisto di libertà formale e interiore”. E in effetti, ho seguitato a fare riferimento al mito anche in quel libro e nei successivi, fino a Di fiato e di fuoco (2016), in cui riprendo il mito di Penelope, ma sempre con l’intenzione di evitare il classicismo accademico e il citazionismo, e anche di uscire dalle angustie della autobiografia per accedere a una maggiore condivisibilità, senza però correre i rischi di una attualizzazione meccanica, che avrebbe impoverito la splendida plasticità del mito. In Da un millennio all’altro ho voluto aggiungere alle poesie una mia nota nella quale spiego le ragioni del libro, e in genere il senso del mio riferirmi al passato: sono d’accordo con Eliot quando dice che in chi scrive oggi è presente tutta la letteratura occidentale da Omero in poi. Cerco quindi di valutare, nel momento del passaggio al nuovo millennio, il nostro confrontarci con una storia secolare che va dai versi di Callimaco trascritti sulle bende di una mummia al computer, e la compresenza in noi di voci dislocate in tempi diversi e nel tempo nostro. Saffo e Pasolini, per intenderci; Amelia Rosselli e Catullo; Leopardi e Marina Cvetaeva ecc.. Poi in questo libro e nei successivi, specialmente nei Giorni della merla (2018), c’è la mia volontà di adeguare il libro a un pensiero portante, con una attenzione sempre maggiore rivolta alla quotidianità e al rapporto concreto con i luoghi (Viterbo-Roma) e con la natura (animali, piante). L’antinomia perdita/ rinascita, dolore/gioia è alla base del libro, insieme al rivolgere il pensiero al mistero del cosmo, della parola, delle passioni.

Per formazione e per inclinazione personale, hai uno stretto legame con il mondo classico. Ma cosa significa per te “classicità”? Quali sono gli aspetti della classicità che ritieni tuttora attuali, vitali, stimolanti?

Per classicità non si intende compostezza aulica e bello scrivere, come si tende a credere, né il contrario di sperimentazione e modernità. Per restare ai latini, i classici hanno inventato il gioco lessicale (Plauto) e l’invettiva sarcastica (Marziale); l’ellissi vertiginosa (Tacito) e la crudezza scommatica (Catullo); il romanzo on the road (Petronio e Apuleio) e il pamphlet politico-civile. La loro lezione ci insegna soprattutto a dare un senso percepibile a ciò che scriviamo, senza dimenticare che alla base della poesia (e della letteratura in genere) c’è la forma, e che in ogni parola c’è un nesso inscindibile di suono e di senso, entrambi da rispettare. E che nella scrittura affiorano le nostre ombre, l’inspiegabile e inconoscibile magma dell’inconscio.   

Qual è il tuo rapporto con la natura? La natura è un rifugio, o una dimensione sempre più estranea all’essere umano? A tuo parere, la nostra vita si sta avvitando intorno a meccanismi in parte auto-corrosivi, “snaturati”?

Sì, la natura è in conflitto con la cultura umana. Crediamo di esserne i padroni e di poterla dominare, e, come si vede, andiamo incontro alle più gravi sciagure. Non rispettiamo l’autonomia degli animali, aspiriamo a un controllo totale dei viventi. Crediamo di poter distruggere impunemente ecosistemi millenari. Non riusciamo ad accettare né a capire la morte.

Quali sono secondo te le potenzialità della società attuale e quali le sue insidie?

Le potenzialità sono da ricercare negli strumenti altamente perfezionati con i quali si potrebbero risolvere problemi gravissimi, come quello della fame nel mondo, del sottosviluppo, dello sfruttamento, delle malattie. Le insidie sono implicite nell’uso cieco ed egoistico di tali strumenti, spesso impiegati per fini militari e rivolti a obiettivi di potere e di dominio. Sono da valutare, infine, le potenzialità della rete, che nel giro di pochi decenni ha influito in modo radicale su informazione, comunicazione, diffusione del sapere, rapporti interpersonali. I vantaggi sono evidenti; le insidie sono implicite nella possibilità di un uso rivolto ad alterare in modo pericoloso delicati equilibri sociopolitici e umani.  

Cinque poesie:

Il trasloco

La mente è ora come una casa

dopo un trasloco: di te che

l’abitavi restano graffi e chiodi

e rettangoli bianchi.

Tu non accadi più.

Si è intorbidata la luce

nell’usura del pomeriggio.

Stenderò un intonaco opaco 

su di te?

O forse nel fuggi fuggi serale

sarà l’avido buio della pietà

a cancellare ogni traccia?

da Da un millennio all’altro, 2004

*

Maddalena

L’epilogo è sancito dal severo silenzio

della città. Imbozzolata nello scialle

aspetto che l’autobus arrivi e che

arrivando mi porti la saggezza degli

antichi pellegrini – strade di pazienza

ammantate di polvere, la gemma chiusa

nel bastone, una fiala dell’acqua della vita,

gli occhi lavati dai ricordi, turchini

di promessi paradisi.

So che avrai un altro viso, altri

sguardi e nessuna memoria dei miei

capelli disciolti sui tuoi piedi.

Ti alzerai per un’altra giornata

nell’aria tremante di uccelli

e ancora del mio fumo, del mio fiato.

da Da un millennio all’altro, 2004

*

L’acacia nel vaso

Vedi quell’acacia piantata in un vaso

con le fogliette aleggianti sul balcone?

Un ciaociao ai colombi, una spina

puntata a guardia dagli insetti e per il resto

la poca terra e una promessa vana di radici

sulle pareti di coccio.

Le radici si attorceranno su se stesse.

Lo sa che aveva altrove

un destino di albero?

da I giorni della merla, 2018

*

Le lacrime di Santippe

Aveva un abbozzo di croce nera sul muso

la gatta tartaruga Santippe, assegnata al conforto

degli ultimi anni di un’umana.

Niente amori, nessuna cucciolata, qualcuno ha deciso

per lei – niente prati né tetti, nessun simile suo

con cui conversare – monacata a forza, diciamo,

votata a puntare dal balcone gli angelici e sinistri 

colombi torraioli, a miagolare alle stelle fuggitive,

alla nottivagante consorella luna 

codaditopo.

Tre volte evasa e ritrovata in un pertugio, stremata

dall’esperita alienità del mondo, 

non arresa, però con la testa affondata nel pelo della coda

per non più, per non altro vedere.

(Dopo una settimana a digiuno si accostò con dignità

 – senza rizzare la coda – alla scodella).

Santippe a dire femmina nemica dei filosofi

e del troppo umano parlare, confinata nel magnetico niente 

dove per gli animali e gli dei 

le parole si ritraggono di fronte alla vita.

Puniva con folgoranti unghiate le improvvide

carezze, mordeva a sangue gli ipocriti – non era

il gingillo di nessuno. 

Destinata dal fato a una morente umana

contrastava l’avanzare del freddo col tiepido 

brusio delle fusa – il linguaggio che parlano i mondi,

l’incognito amore delle sfere.

Non so del dolore. Quando l’umana è morta

ha lacrimato in silenzio nascosta 

fra il suo letto e una sedia.

da I giorni della merla, 2018

*

Algoritmo

Si chiama Algoritmo il dio che nel web

tutto vede e dispone (nascondersi è vano),

benevolo intreccia legami in questo

paradiso di voci.

È il silenzio che teme, il demonio

avverso al coro planetario.

Sei importante per noi, ti lusinga,

e lo sai che non è degli umani la voce

che vuole raggiungerti e stanarti.

C’è un coro di uccelli e di dei per le parole

che nessuno più dice.

da I giorni della merla, 2018

Maria Clelia Cardona è nata a Viterbo e  vive a Roma. È presente su numerose riviste e antologie e ha pubblicato opere di narrativa, raccolte di poesia, traduzioni e testi di critica letteraria. Fra le opere di narrativa: L’altra metà del demone (Marsilio, 1998); Il cappello nero (Marsilio, 2000); Furia di diavolo (Avagliano, 2008); Sottoroma (Empiria, 2013). Fra le raccolte di poesia: Il vino del congedo (Introduzione di Mario Luzi, Amadeus, 1994); Da un millennio all’altro (Empiria, 2004); Il segno del novilunio (disegni di Lucilla Catania), Il Bulino, 2011; Di fiato e di fuoco (Postfazione di Giovanni Tesio, Coup d’idée, 2016), I giorni della merla (Postfazione di Marco Vitale, Moretti e Vitali, 2018). Fra le traduzioni: Yves Bonnefoy, L’acqua che fugge, Poesie scelte 1947-1997, (Fondazione Piazzolla, 1998); Carmina Burana (Guanda, 1995); Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, (Ladolfi Editore, 2012). Fra le opere di saggistica: La storia della villeggiatura (Abete, 1994); L’essenza dei latini (con Luca Canali, Oscar Mondadori, 2000) e lavori riguardanti il mondo classico per Einaudi Scuola. È stata condirettrice della rivista letteraria “malavoglia”, collaboratrice di “Pagine” e cura una rubrica di poesia su “Leggendaria”. Sue poesie sono tradotte in inglese e in francese.

Un pensiero su “Intervista a Maria Clelia Cardona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.