Stefano VITALE e Albertina BOLLATI, INCERTO CONFINE. Con introduzione di Vittorio Bo

 

Il linguaggio dei muri

 

Non muore

il linguaggio dei muri

messaggi a distanza

di graffiti dispersi

tra coltelli e martelli

fori di luce e sangue straziato

nel ricordo degli anni

passati a tracciare i confini

tra i giorni di piombo

e le parole di vetro

resta l’ombra di noi

e un altro paesaggio gira e passa*

vuoto che pesa

pianto sprecato

fame che non muore

 

a Filippo R.

 

*verso di Vittorio Sereni da “Ancora sulla strada di Zenna”

 

*

 

Strisce

 

Il confine del corpo

è il filo spinato della paura

da qui si deve cominciare

tra le pagine bianche brunite

dalle ferite fioriscono cicatrici

solchi di giorni magri

cenere e chiodi da attraversare

ancòra terra da masticare

nell’ombra che ci segue

è il presagio della notte

a passeggio sulle schegge

di lingue sconosciute

di naufraghi smarriti

senza le chiavi d’una casa

in un ventre di balena

buio dove affonda

la lama del presente

strisce di fuoco sulla pelle

sono zattere di silenzio

attimi dove non siamo mai stati.*

Miracolo della vita

è la percezione di sé

di colpo riflesso

nella vetrina d’un bar la mattina

un brivido striscia lungo la schiena

e un sorriso stupìto spunta sul viso

perché tu ti sei visto e sentito

a te stesso sorpreso

nell’istante presente ora svanito

oltre il flusso arrogante del tempo

anche se, lo sai bene, non servirà a niente.

 

*verso di Mark Strand da “Mappe nere”26

 

*

 

Ma a che serve ricordare?

La questione è sapere

esattamente cosa fare, adesso.

Così troviamo il tempo

per attraversare la strada

e comprare un mazzo di rose,

per la lampadina da cambiare

la lettera da spedire

la spazzatura da gettare.

Come vedi c’è sempre

qualcos’altro da fare

perché niente che ci rassomiglia

va lasciato andare.

 

*

 

L’impostura del presente

 

Escono dalla loro tana

neuroni affamati

nel frastuono che scuote

le stanze del presente

impazienti affannati

stringendosi attorno

al miele del Nulla

poveri contro poveri

sul greto dei sassi verdi di muffa

strisciano sbavano urlano

vele nere senza ritorno

s’apre una crepa madre d’abisso

distratta ragione rito rancore

rosario padrone che morde

baleno d’abbaglio senza figura

promessa profana pura impostura.

 

*

 

Cerca un punto fermo

spillo che ti tenga

appeso ad una carta

dai confini certi e chiari

colori sempre uguali

ma inutile è lo sforzo

si alza la marea

s’incurva l’orizzonte

sparisce quel sentiero

sgretolandosi il profilo

del mondo conosciuto

ritorna pietra, selva e canto

un nuovo grido scheggia

la certezza di quel muro

si sposta la linea dello sguardo

un metro più in là.

 

*

 

Se alzi un muro, pensa a ciò che resta fuori
Italo Calvino

 

Se attraversiamo la vita alla ricerca di sicurezze che ci consolino e ci garantiscano la nostra “appartenenza” come singolare e unica, saremo sempre più fragili di fronte al mutare del mondo e del tempo.

Siamo vivi e siamo ricchi se sappiamo cogliere nell’Altro la parte sempre mancante di noi stessi.
I versi e i colori di Albertina e Stefano disegnano un percorso possibile, concreto, ispirato, di questa ricerca attraverso la creazione di un loro vocabolario. Prima di tutto, la Parola, come in alfabeto muto dove alla ricerca della trasparenza di significato si oppone l’incertezza, l’imperfezione, l’attesa che giunge al termine della raccolta in modo inequivocabile: La chiave è nella Parola. Perché la parola rappresenta la forza di opporsi ai muri, il disperato desiderio di conoscere, la volontà di essere con gli altri.

E poi il Tempo, che è plastico, vario, contradditorio. Il tempo si raggruma, fa rumore, è misura e al tempo stesso è altro, fino a porsi al centro della nostra soggettività con la domanda finale sono io il mio tempo? che si confronta con le speculazioni della fisica contemporanea che ha spezzato il concetto di un tempo unico e misurabile.

I Bambini sono gli unici soggetti umani che vivono questi versi, perché conoscono il vero, sono magri di rugiada, sono forse loro cui è dedicato il pensiero dell’essere come le nuvole, con la libertà di pensare di poter cambiare tutto: forma, luce, colore.

Se ti sedessi su una nuvola non vedresti la linea di confine tra una nazione e l’altra, né la linea di divisione tra una fattoria e l’altra. Peccato che tu non possa sedere su una nuvola. Così recitano alcuni versi di Kahlil Gibran, che si pone di fronte al mondo con gli stessi occhi innocenti e aperti di un bambino, che non pensa a barriere, confini, muri, ma che desidera invece appagare la propria curiosità attraverso la conoscenza del nuovo, del non conosciuto, del diverso.
Il colore è nei vividi versi di Stefano e si esalta nel caleidoscopio delle illustrazioni di Albertina. Simbolica è la rappresentazione della finestra dentro la quale siamo prigionieri dei confini ma che oltre vede una pioggia di colori che ci congiunge con un’altra parte di noi.

Le variazioni cromatiche scelte per rendere concrete le parole rappresentano un controcanto simbiotico nel descrivere le emozioni, il sogno, il dolore, la speranza, fino al vasto orizzonte verde che chiude la raccolta.

Ci piace pensare che il sentiero di Stefano e Albertina ci porti in quel luogo dove non esistono più barriere, muri, rifiuti, ma libertà e mare aperto dell’anima.

Confine diceva il cartello
cercai la dogana, non c’era
non vidi dietro il cancello
ombra di terra straniera

Giorgio Caproni

Vittorio Bo

 

Stefano VITALE   Poesie

Albertina BOLLATI   Illustrazioni

Incerto confine

disegnodiverso (2019)

Introduzione di Vittorio Bo

 

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