Frammenti di Cinema # 28

“Hiroshima è il tuo nome”, le sussurra lei. “Sì, e il tuo nome è Nevers, Nevers en France”, gli risponde il suo amante. Lei è, appunto, francese. Lui è un ingegnere giapponese. Sono i protagonisti di Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, scritto da Marguerite Duras. E’ considerato il film d’esordio della Nouvelle Vague. I corpi abbracciati dei due amanti occasionali sono ripresi in primo piano, si fa fatica a distinguere l’uno dall’altro. Le loro forme sembrano delineare dei paesaggi lunari. I corpi sono dei luoghi. Comprendiamo così il reciproco riconoscersi con il nome delle loro rispettive città. Ecco, dunque, il corpo non è solo l’oggetto dell’amore e dell’erotismo. Può esserne un medium, un luogo di transizione da un mondo ad un altro.

Anche in un altro film, sebbene completamente diverso per stile, il corpo amato viene vagheggiato nelle sue forme come un luogo, un accecante e infuocato deserto in questo caso. Ne Il paziente inglese (1996) di Anthony Minghella, durante la seconda guerra mondiale, il conte ungherese Làszlò Almàsy subisce un drammatico incidente aereo nel deserto. Sopravvive ma resta ustionato per tutto il corpo. Si prenderà cura di lui Hana, una giovane infermiera canadese. Anche qui il corpo desiderato assume le forme di un paesaggio nei ricordi del protagonista. In entrambi i casi, l’effetto è impressionistico. Questa immedesimazione, infatti, è frutto della memoria. Non è un caso che Resnais usa per la prima volta nel cinema la tecnica del flash back.

Il film di Minghella richiama per stile Il tè nel deserto (1990) di Bernardo Bertolucci. Qui, però, siamo all’opposto della fusione di mondi diversi da cui siamo partiti. Lo scenario è il deserto del Sahara. “Probabilmente siamo i primi turisti che sbarcano qui dopo la guerra”, dice lui. “Noi non siamo turisti. Siamo i viaggiatori”, risponde lei. I turisti vogliono tornare a casa. I viaggiatori, invece, vogliono immergersi fino in fondo nella conoscenza che il viaggio comporta. Ed infatti, la protagonista, Kit, finisce per unirsi alla carovana di un giovane nomade. Subisce delle violenze ma trova soccorso in un ospedale di suore europee. Il film sembra suggerirci che la contaminazione pacifica è impossibile. Che il viaggio, anche quello metaforico dell’amore, porta sempre con sé il rischio di perdersi per sempre. Procedendo ancora una volta per contrasto stilistico, Crash (1996) sembra dare ragione a Bertolucci. Forse l’unico modo per comunicare è scontrarsi, proprio come la automobili. In questo film di David Cronenberg, insieme sensuale e raccapricciante, l’unica contaminazione possibile è tra il corpo e la macchina, proseguendo così nella riflessione iniziata con Videodrome (1983). Possibile, anzi concreta, ma non accolta, perché pur sempre è una perdita della nostra identità. I protagonisti del film arrivano a riunirsi per guardare filmati di incidenti stradali e si eccitano come se fossero film pornografici.

Il progetto più ambizioso è stato quello tentato da Lars Von Trier con Nymphomaniac I e II (2013) che del rapporto di Joe col suo corpo e con il mondo esterno ha realizzato addirittura un trattato in due volumi e otto capitoli. Se Joe è ossessionata dal suo corpo, Concita è l’oggetto di ossessione di Mathieu Fever in Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), l’ultima opera di Luis Bunuel. Lei diciottenne, lui borghese di mezza età. Concita è il fantasma che mette a nudo l’impotente desiderio di possesso e di dominio del suo amante. Ne In the mood for love (2000) di Wong Kar-wai la seduzione e l’amore si svolgono in un’incalzante attesa senza sbocco. Il titolo cinese, che si può tradurre in L’età della fioritura, è emblematico. I due protagonisti, Chow e Su, non riusciranno a fuggire insieme. La fascinazione di questo splendido film sta tutta nella costruzione di questa attesa. I due amanti si sfiorano ma non si intrecciano. Un’antica storia racconta che se una persona possiede un segreto che non può essere condiviso, dovrebbe andare in cima ad una montagna, scavare nella terra e sussurrarlo in quel vuoto per poi ricoprirlo. Nella scena finale, Chow, in visita all’Angkor Wat in Cambogia, sussurra in una cavità sui resti di un muro e poi la copre con la terra. Se il corpo è un luogo, qui quel luogo è il vuoto.

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