Intervista a Saverio Bafaro: l’ “ermeneutica del terrore”

Testo introduttivo e intervista di Pietro Romano

Saverio Bafaro (foto di Dino Ignani)

Una lingua criptica e oscura, che con meticolosa esattezza si inabissa nelle zone più remote dell’essere, introducendo il lettore «a un’ermeneutica del terrore». Un poeta, Saverio Bafaro, che fa del canto un nesso con tutte quelle forme archetipiche evase dal nostro immaginario per dare luogo a una rete di connessioni eterogenee.

1) Qual è il tuo rapporto con la tradizione poetica? Quali sono i tuoi modelli?      

La mia poesia è influenzata dal pensiero e dalle emozioni di molti grandi del passato, non necessariamente “poeti” in senso stretto: è “poeta” chi produce qualcosa di sorprendente ed eternante, il cui potere è in grado di incarnarsi nuovamente nelle vene, negli occhi e nelle orecchie. Se dovessi attenermi più strettamente a poeti, sceglierei in primis: Saffo, Leopardi, Rimbaud. Saffo per aver infuso nei versi l’affetto, Leopardi per aver infuso nei versi il pensiero scientifico, Rimbaud per aver infuso nei versi l’immagine cangiante. Scelgo questi autori perché continuano a folgorarmi e stimolarmi a ogni rilettura, mi permettono di immaginare e riflettere liberando il mio animo, mi consegnano a una visione allargata del mondo, più vasta e comprensiva, fatta di una pluralità di sensi. E questo è possibile, in ultima analisi, per via del fatto che la loro opera si rende misteriosa e inesauribile ad ogni nuovo approccio. Riconosco, inoltre, grande debito “filosofico” ad Eraclito. Attraverso le sue riflessioni ho imparato a osservare, pensare, attendere pazientemente, per poi solo alla fine formulare e pronunciare una mia visione. Ho fatto sempre in modo di voler dialogare con le grandi idee, non rinunciando mai, però, alla carnalità unica della poesia in grado di completare e rendere “vera” la conoscenza.   

2) Che cosa significa per te l’esperienza poetica?

La scrittura poetica ha rappresentato per me una forma di salvezza. Ho iniziato a scrivere intorno ai 12 anni, chiuso nella mia stanza, studiando e leggendo molto. Durante la mia adolescenza ‒ di sicuro il periodo più difficile della vita ‒ l’esperienza della poesia ha monitorato ogni cambiamento del mio corpo e dei miei pensieri, ha scandagliato ogni mio quotidiano dolore (‘dolore’ è la parola più usata negli scritti di quel periodo), traghettandomi pian piano verso il diventare adulto. Scrivevo in maniera febbricitante, con un’urgenza quasi nevrotica, ansioso di lasciare una traccia del mio giovane esistere (provo tenerezza verso quella parte di me e tutte le volte cerco di immedesimarmi con rispetto in chi sogna di scrivere…). Misi insieme migliaia di componimenti tra i 12 e i 18 anni e ci riuscii: la scrittura era diventata la mia unica vera compagnia.  Tuttavia, il mondo era “là fuori”, avevo bisogno di vivere e di partire. Scelsi, poi, le poesie che reputavo migliori e feci uscire una breve antologia. Toccai con mano il mio primo libello, ero fin troppo giovane, qualcosa divenne “reale”, tangibile di tutti quei miei pensieri in piena, infuocati come una colata di lava. Da lì in poi mi resi sempre più conto di quanto fosse importante scrivere per gli altri, suscitare il loro interesse, attivarne le emozioni. Gli anni dell’università trascorsero incrociando, con sempre maggiore consapevolezza, la riflessione poetica alle esperienze di vita, affrontando, tra l’altro, il trasferimento in una grande città come Roma, vissuta sempre con grande ambivalenza e nella quale più volte mi sono sentito “disperso” , non a caso, proprio nel contesto metropolitano di questa città, durante la fase finale dei miei studi in Psicologia, quando ancora ero senza una casa e un lavoro, ho ideato la raccolta Poesie del terrore.

3) Dai tuoi versi emergono rappresentazioni fortemente psicologizzate, tese a dare voce a una realtà altra cui si accede per oscure epifanie: C’è un buco/nella foglia d’Autunno/che dà dall’altra parte. Che cosa sono per te la morte e il dolore? Che cosa rappresenta ai tuoi occhi il mistero?

La psicologia è innanzitutto percezione. Il fenomeno della percezione mi affascina perché fonde insieme filosofia, psicologia e fisica. Nella poesia citata, infatti, invito il lettore a guardare “dall’altra parte” in un effetto straniante in quanto siamo abituati a terreni battuti, familiari, mentre ciò che ci è sconosciuto inquieta. Anche entrare a contatto con la nostra natura più nuda e intima, magari davanti a uno specchio può essere perturbante; ciò che più di tutti dovremmo conoscere è al contempo anche ciò da cui rifuggiamo, ovvero l’Io, esperito con coraggio e consapevolezza, distinto da ciò che gli è nocivo o semplicemente diverso. Continuando lungo questa scia, anche grandi categorie come la ‘morte’ e il ‘dolore’, tutto sommato, ne risultano “ridimensionate”, sono, infatti, figlie della percezione stessa: la morte è la cessazione della percezione, il dolore è frutto di una ferita inferta ingiustamente la cui voce necessita, dapprima, di essere urlata, e, poi, di venire risanata con la parola e la condivisione. La condizione umana nasce in forma “vulnerabile” e “nuda” rispetto alle altre specie, richiede tempi di accudimento e vicinanza molto più lunghi, esercita una dipendenza nei confronti dell’affetto, si separa molto difficilmente, consapevole della sua pericolosa esposizione al mondo, in cui Heidegger direbbe “siamo gettati”, sentendoci sempre orfani di qualcosa. Grazie alla mia professione di psicoterapeuta lavoro sistematicamente sull’accoglienza della parola unita all’azione del corpo, ai mille bisogni nascosti dietro le espressioni “di superficie”, accompagno progressivamente a partorire l’accettazione della finitudine umana e lo scoprire quanto essa sia una risorsa straordinaria di benessere nel poter godere di ogni attimo, rimanendo concentrati sulla vita.

4) Da quali considerazioni è nato il tuo lavoro Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014)?

Dal ‘terrore’ come genere letterario e dalla mia sfida a volerlo trasporre in forma poetica.  La figura sostanziale di Baudelaire, il quale intendeva con l’immagine de «I fiori del male» la “bellezza” o il “fascino” del male, iniziando a denunciare la spaccatura storica tra etica ed estetica e il conseguente decadimento della “corrispondenza” classica tra bellezza esterna e interna, ha il merito di avere “traghettato” in Europa  l’autore americano Edgar Allan Poe (il mio titolo è un evidente omaggio ai suoi “Racconti del terrore”). Il libro, di cui si può trovare su YouTube un booktrailer in cui avvicino poesia, immagine animata (le illustrazioni sono di Piero Crida), regia e suoni elettronici campionati ad hoc, rende omaggio e cita non solo la letteratura, ma anche le arti figurative (Schiele, Escher), la musica (taluni testi di humor nero dei Radiohead), il cinema psicologico, il fumetto (Dylan Dog). Contro una certa idea spersonalizzante e terroristica di fare giornalismo si scaglia la poesia di un solo verso: «Il Male che scambia le lettere». Ultimamente ho avuto modo di riattualizzare i temi del libro per via dell’avvento del Covid-19 con tutte le sue implicazioni. Quello che, all’apparenza, sembrava un libro tendenzialmente astratto e cerebrale, prevedendo i tempi, si è reso concreto ed emotivo, in quanto possibile strumento di riflessione ed azione. Il terrore, infatti, a differenza della paura che auto-salvaguarda e ha come fine la sopravvivenza, è una forma degenerata e improduttiva di paura, non più un’emozione evidente e manifesta, ma un ‘sentimento’ subdolo e diluito nel tempo, basato sulla prefigurazione immaginata (auto-creata), irreale, invisibile di un’esperienza dal forte impatto e, in quanto tale, insopportabile. L’organismo si blocca, si paralizza e sgrana gli occhi davanti alla sua visione interna, vivendo con l’intensa preoccupazione che quel “fantasma” possa essere visto là fuori. Per costruire i testi, non a caso, ho azzerato i sentimenti della speranza e dell’ironia, proprio quelli che mancano alla collettività, insieme alla grande risorsa dell’empatia. Il libro non è certo facile, non dà soluzioni. È come un “girone”, nella sua circolarità e “ricorsività” spinge a saturare le visioni per produrre un cambiamento interno di scenario. Il lettore noterà, infatti, come il punto di inizio è anche il punto di arrivo: «Figure in negativo appaiono / nel retro oscuro delle mie palpebre». Invisibile e visibile, inconscio e coscio si stanno incontrando per una più piena realizzazione dell’anima dell’uomo. Quando questo avviene, accade la possibile trasformazione, la comunicazione, il “ponte” tra mondi che permette di accedere, per chi apre il proprio cuore e la propria carne a tale possibilità, a un livello superiore, più integrato di consapevolezza, a quel terzo e ultimo cerchio disegnato da Gioacchino da Fiore: l’era dello Spirito.

5) Questo potere di ucciderti/ da un momento all’altro/ riempie di sangue i miei occhi irreali/ e fa risuonare inaspettatamente/ un gong nel mio cuore /reso feticcio da un demone. Che cos’è il terrore cui ti riferisci? Che parte ne ha l’io nella relazione con l’alterità?

La nostra può essere considerata, a tutti gli effetti, l’ “epoca del terrore” per via della mancata interiorizzazione di importanti riferimenti valoriali, di basilari idee etiche fondate sul rispetto. L’Altro è, di fatti, vissuto come “diverso”, da guardare con sospetto, temere, allontanare e possibilmente annientare. Si rende sempre più palese una profonda crisi dello “spirituale”, un concetto molto più vasto e comprensivo del “religioso”, Bergman, in questo senso, nei suoi film previde molto. L’Inconscio e le emozioni si ribellano a questa ferita della società. La poesia riportata può avere più livelli di lettura, è chiaramente orchestrata per avere una pluralità di sensi rendendo libero il lettore nelle possibilità di riflettervi dentro le proprie esperienze; tuttavia, la si può genericamente intendere come il “potere” dell’inconsapevolezza, dell’ignoranza, del razzismo nell’uccidere, senza ragione e preavviso “da un momento all’altro” (traumaticamente) un altro essere umano, con una supposta, e del tutto arbitraria, idea di superiorità narcisistica. Ne sappiamo qualcosa per i nuovi focolai di violenza e intolleranza riaccesisi in questi ultimi giorni in America. Il virus è l’Odio Irrazionale e prevaricante, in qualsiasi forma si manifesti, il Potere di usare e manipolare a nostro piacimento la vita altrui, l’incapacità di mettersi nei panni di ogni essere vivente sia esso uomo, animale o pianta.

6) Seguo un maestro oscuro/ la cui voce non oscura/ in un giorno non oscuro/ chiede chiaramente un’educazione alla morte. Leggendoti, a volte si ha la sensazione che le tue parole fungano da tramite per una seconda voce, quella di un “maestro oscuro”, la cui voce si distingue chiara reclamando un’educazione al morire. Inoltre, il binomio luce/ombra permea la raccolta, di fatto accentuandone la veste oracolare. Nota Deidier: “E che queste poesie svolgano un percorso d’interpretazione di quell’oracolo che gli è a monte e introducano il lettore a un’ermeneutica del terrore, ci è confermato da un altro dato. La rivelazione è ciò che impedisce a Bafaro di fare del terrore, nucleo tematico privilegiato di questa raccolta, uno straordinario, seppure inquietante veicolo percettivo”. Quanto costa a un poeta inabissarsi nel terrore?

Gli costa molto in termini di sofferenza e profondità. In fondo, se il poeta non fosse sensibile oltremodo, perderebbe la sua funzione. Questo non significa ‒ come molte teorie sulla letteratura hanno fatto credere ‒ vedere nel poeta il “genio”, l’ “ultra-uomo”, ma, al contrario, vedere in lui o in lei il simile più simile all’essenza della nostra specie, colui o colei in grado di entrare coraggiosamente nella carne, consapevole di quanto possa costare e lacerare, colui o colei abile nel rimpicciolirsi a tal punto da cogliere una visione rubata al mistero, appunto una rivelazione crudele e privilegiata allo stesso tempo. Così procedendo, la sua opera svela quello che solitamente è considerato sconveniente. L’esistenza del poeta entra, a quel punto, in contatto con un sentimento abissale e necessita continuamente di una doppia visione: distale e vicina, disumana e umana; in questo cammino e in questa “iniziazione” ha molto bisogno di essere consolato, aiutato, visto, anche quando cerca nella sparizione la dimensione ideale per poter produrre. Siamo circondati da un numero incredibile di autori impantanati in un livello superficiale, nel sentimentalismo e nel patetismo. Tutto ciò mostra unilateralmente il lato ‘luminoso’ della vita, ma sappiamo come, senza il lato ‘oscuro’ del mondo, diventa tutto piatto, falso e ingannevole e, prima o poi, il cuore degli uomini ne fa le spese. Inoltre, ‘luminoso’ non è sinonimo di ‘positivo’, così come ‘buio’ non è sinonimo di ‘negativo’, le due dimensioni si abbracciano e contaminano in un processo incessante finché siamo vivi, come è ben rappresentato nel simbolo dello Yin e dello Yang. Incarniamo sia la nascita sia la morte, le due dimensioni si contengono reciprocamente. È il compito più arduo dell’umanità comprendere ed accettare con gioia questo. Non è un caso che Eraclito (detto l’Oscuro) cripticamente praticava il suo amore per la conoscenza attraverso una fecondissima giustapposizione e “lotta” delle grandi coppie di opposti, instillando, così, negli ascoltatori la produzione di un “oltre”, di un magnifico “salto” al di là della stringente e spiazzante opposizione iniziale.

7)  La tua poesia possiede il dono dell’esattezza e restituisce con scrupolo chirurgico la molteplice natura dei particolari descritti: Da dove mi raggiungi/ così esile e bianca farfalla/ che in verità sei/ gigantesco demone. A tal proposito appare significativo quanto scrive Deidier in prefazione: «La realtà nel terrore, il terrore nella realtà: per questa via, le poesie di questo libro disegnano una geografia ulteriore, intima e relazionale, avvertendoci che siamo già, con un certo margine di sicurezza, su quel sentiero inatteso che conduce «dall’altra parte» e che all’improvviso traspare nel buco di una foglia autunnale. Non è la morte, o solo la morte, prima fonte di ogni possibile terrore: è piuttosto quella «lingua oscura», necessariamente oscura, che ci invita sulla «spiaggia inviolata» del nostro io originario”. In una rappresentazione come quella da te evocata, che destino spetta alla corporalità? E come distinguere la realtà dall’illusione?

È proprio il corpo stesso il più grande valore e la fonte più grande di realtà e verità. Ascoltarne le vivide emozioni è l’unica possibilità di essere pienamente umani. Fare il possibile per non negarne i messaggi, ma accoglierli e farne materiale prezioso di letteratura e di arte è il mandato a cui non si può rinunciare in alcun modo. I vissuti emotivi agiscono profondamente in noi, ci segnano e creano la nostra identità più reale, sensata e saggia. Sono loro, a tutti gli effetti, il criterio per disambiguare le sovrastrutture e le “fantasie” gonfiate e ingigantite create dal terrore: quel sentimento, come ho già accennato, strisciante, “sottocoperta”, sovradosato, anticipatorio di qualcosa che di fatto non esiste, esteso nel tempo rispetto all’istantanea, “buona” e sociale ‘paura’. La paura è, infatti, l’emozione vitalistica e pura da cui il terrore deriva in forma degenerata. Essa, a ben considerare, non ci fa ripiegare in noi stessi e ci fa chiedere, invece, aiuto, mettendoci in salvo dall’evidente e concreto pericolo posto davanti a noi. Quando la comunicazione umana, in genere, diventa autentica, diretta, leale (ovviamente lo stesso vale, nella fattispecie, per la poesia e per i suoi fruitori) si va incontro a una «spiaggia inviolata» fatta di una “lingua inviolata”, di un linguaggio incardinato nel corpo e nei suoi bisogni primari e fondamentali. La letteratura, di cui la poesia è il massimo esempio di espressione dell’Anima, ha un’urgente necessità di attingere a quei vissuti emotivi non-violati, non-compromessi e falsati, come portato “intimamente relazionale”, disponibile all’individualità e alla collettività insieme. Ecco come l’arte, nonché il gioco di corrispondenze e di reti di significati da essa prodotti, risultino squisitamente terapeutici, reinventino e rifondino valori materiali e spirituali che spingono per affiorare, rendendosi pienamente percepibili e condivisibili.

8) In “Eros corale” (2011, disponibile in formato e-book sul sito www.larecherche.it) leggiamo: “Avvenne la potenza superlativa/ paura d’estasi che spinse oltremodo/ il prepuzio dell’Essere/ insorto, dilatato nelle pareti/ a varcare la soglia/ conoscendo ogni voglia/ disegno, volontà, foga”. Ai tuoi occhi l’eros può configurarsi come chiave di accesso al mistero che pervade le cose? E che funzione attribuisci alle componenti pulsionali?

L’Eros, inteso come archetipo, è una potenza straordinaria, una forza propulsiva destabilizzante per molti aspetti, uno di quei vortici al cui interno troviamo tutta la gamma delle espressioni della Vita e della Morte. Imparare a cogliere, nella pratica erotica, gli aspetti di cura, affetto, gioco, desiderio e immaginazione può forse farci tornare a essere “animali simbolici”, come avrebbe detto Cassirer. Il rischio della nostra non-cultura è di carpire solo la bidimensionalità del fenomeno erotico, la sua pornografia, la sua “iconicità” svuotata di significati e di storie, senza il concetto del limite, del confine, del “velo” che ci permette di produrre e “completare” in noi la parte mancante, in ultima istanza, piena di entusiasmo e sacralità, di rigenerazione e armonia con l’universo. Vedere immediatamente la mera nudità impoverisce la divinità di Eros, nella misura in cui non ci fa più entrare in contatto col mistero, col passato, con la storia. Ma anche con la possibilità di costruire qualcosa di importante e duraturo attraverso l’ “immaginarsi nei panni di”, creando, in uno scambio incessante e sempre pronto a riattivarsi, energie forti, alimentate dal dialogo cutaneo, dalla condivisione dei respiri, dal rispetto verso le idee e i pensieri più nascosti e privati di un altro essere.

9) Considerata la tua ultima produzione, che linea di ricerca percorrerai per il futuro? Progetti o idee in cantiere?

La mia produzione più recente torna a rendere i versi più “lunghi”, meno epigrammatici di quelli che abbiamo visto qui insieme; il lavoro poetico vuole essere più descrittivo, più narrativo, continuando l’impegno verso una sintesi più accessibile tra pensiero complesso e immagine, nell’immediato, più evidente per chi legge. Sto lavorando a una nuova raccolta in cui ripenso, ri-narro, riattualizzo e metto in discussione il mito di Narciso. Faccio questo rivivendolo sia in chiave personale (e lo faccio attingendo a piene mani ai miei vissuti e alle mie vulnerabilità) che societaria alcune incarnazioni o manifestazioni di Narciso stesso. Cerco di cogliere, così, in questa nuova ricerca, i limiti e le risorse di questa grande narrazione dell’umanità, scrivendo di come abbia influenzato in maniera pervasiva tutti noi, finendo per sovrapporsi, nella modernità, con la figura del “non-Poeta”, individualistico, isolato nella sua stessa psiche, non empatico, disumanizzato e incapace di un messaggio diretto e vero. L’impresa non è di certo tra le più facili, spero, tuttavia, di riuscire a portarla a termine. Regalo, di seguito, ai lettori di questa intervista due anticipazioni:

Trasfigurazione del nome

Sette lettere compongono

il nome scandito del neonato,

il nome moltiplicato del fanciullo,

il nome trasfigurato del giovinetto

trovatosi nel bosco ad affrontare

l’incontro con una donna-albero…

Nell’eco da Lei profusa

la dispersione e il ritrovamento,

una sequenza di segni tornati

ad aderire alla carne

come una seconda pelle

a riflettere la ferita luminosa

inferta all’orecchio del mondo

***

Ma esiste in me

una diversa smania

di congruità e lotta

alla finzione, agli stacchi

e ai plurimi nascondimenti,

una sete di un filo

continuo d’acqua:

cristallina fonte

deturpata nel mentre

vuoi ora ritornare

alla tua origine

Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. Psicologo, psicoterapeuta, poeta e critico. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (2011); Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014). Di recente ha curato il volume Omaggio a Pavese (Orizzonti meridionali, 2019). Sue opere sono apparse all’interno di antologie di cui si segnala Quadernario  ̵̶  Calabria (LietoColle, 2017). È redattore della rivista di scritture poetiche «Capoverso». 

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