“Le amiche imperfette” di Maria Pia Romano

Recensione di Francesco Improta

Maria Pia Romano, Le amiche imperfette (ed. Besa muci)

Ho letto, affascinato come sempre dalla magia e dalla grazia della sua scrittura, l’ultimo romanzo di Maria Pia Romano, dal titolo fin troppo eloquente, Le amiche imperfette (Besa Muci 15€), quasi a voler sottolineare quanto sia difficile instaurare e coltivare un’amicizia sincera e disinteressata in un mondo in cui prevalgono l’egoismo, l’ipocrisia e il proprio esclusivo tornaconto.

 “Angelica, appartenente alla facoltosa borghesia leccese, moglie di un affer­mato cardiochirurgo, trascorre le sue giornate tra palestra, shopping, gite al mare (siamo infatti alla fine di una non meglio identificata estate salentina) e fre­quentazione di accorsati caffè. Spesso si accompagna a Francesca che la segue con un atteggiamento di devota sudditanza. Non avendo figli comincia ad avvertire la noia di queste giornate tutte uguali, decide allora, per riempire il vuoto che sente dentro, di scrivere un romanzo, spronata da Francesca che tra l’altro l’aiuta a trovare un editore disposto a pubblicare il libro di cui per il momento sono state scritte solo poche pagine. Ben presto Angelica si rende conto delle difficoltà oggettive contro le quali sembrano arenarsi i suoi progetti ambiziosi di entrare a vele spiegate nel mondo della narrativa. Viene meno anche l’ispirazione, sempre che precedentemente ci sia stata, e allora decide, dopo aver incontrato occasionalmente una compagna di liceo divenuta giornalista, di servirsi di lei come di una ghost writer. Le propone infatti, dietro congruo compenso, di continuare il romanzo. Elisa, questo è il nome dell’amica, in difficoltà economiche non può rifiutare l’offerta, potremmo dire parafrasando il Manzoni e pensando a quel che succederà poi: “la sventurata accettò”. A questo punto credo sia opportuno, per non privare i lettori della gioia della scoperta, tralasciare il resto della vicenda.

Il romanzo ha un incipit originale con i protagonisti che si presentano ai lettori mediante un selfie rivelando fin dall’inizio il senso d’inadeguatezza e di fragilità che, per motivi differenti, connota la loro esistenza.

La Romano descrive, infatti, in modo impeccabile il disagio esistenziale di chi vive in provincia, costretto ad una vita alienante e povera di soddisfazioni. La città in questione, Lecce (ma potrebbe essere qualsiasi altra città di provincia, non diversamente da ciò che dice Vittorini a proposito della Sicilia nella nota conclusiva di Conversazioni in Sicilia), è disegnata come un immenso contenitore di nevrosi, di malesseri e di pettegolezzi, incarnati questi ultimi dalle due sessantenni, Gina e Luciana, che abitano nel condominio Azalea, modellino in scala ridotta del capoluogo salentino, provinciale e pretenzioso al tempo stesso, frutto della gentrificazione di un quartiere periferico popolare. Ogni personaggio è, nel suo intimo, portatore di una profonda insoddisfazione alimentata dall’ambiente circostante che lo spinge a cercare compensazioni o risarcimenti psicologici nel fitness, nello shopping com­pulsivo, nel tradimento o nella “letteratura”, vissuta nella stragrande maggioranza dei casi come occasione mondana e non come bisogno dello spirito e della mente.

A ben guardare si tratta di un metaromanzo, un libro, cioè, in cui si parla della nascita e della gestazione di un romanzo e tutto questo consente di affrontare in maniera concreta ed icastica la crisi della piccola editoria in Italia, la difficoltà di produrre, distribuire e promuovere un prodotto letterario che non sia “usa e getta” o di semplice intrattenimento. Tali considerazioni, puntuali e corrette, recano con sé la passione e l’amarezza di chi le ha scritte e di chi vive quotidianamente un conflitto con sé stessa e con quel mondo di incompetenti o di lupi rapaci che gravita intorno alla scrittura e che penalizza la parte sana e meritoria dell’attività editoriale e del mercato librario.

Accanto, infatti, a questi editori senza scrupoli non vengono risparmiate le librerie, capaci di trasformare un evento culturale in un’occasione mondana, i relatori che pieni di sé si parlano addosso e le persone che non sono abituate a leggere e probabilmente non sanno e non vogliono leggere né ascoltare ma soltanto presenziare all’evento per esibire l’ultima acconciatura o la borsa griffata e se qualcuno acquista il libro, quest’ultimo, il più delle volte, rimane incellofanato a impolverarsi sugli scaffali della imponente libreria che, immancabilmente intonata al colore della tappezzeria, fa bella mostra di sé nel salone o nello studio del loro “prestigioso” appartamento. Senza contare che in molti casi a spingere a scrivere non è l’urgenza di dire o di cercare medicamenti, consolazioni o risarcimenti per le ferite che il mondo ha lasciato sulla nostra carne, per tacitare quella sofferenza che slabbra il cuore, come dice testualmente l’autrice, ma la vanità di vedere il proprio nome scritto su una copertina sgargiante o nell’articolo di un quotidiano, di una rivista patinata o di una rubrica televisiva. E questa è la parte più polemica del libro che assume talvolta il tono di un J’accuse.

Il romanzo, dal capitolo quindicesimo in poi, svolta decisamente e da storia di un’amicizia imperfetta sullo sfondo di una città di provincia diventa storia di una delusione d’amore, di un sogno infranto sul nascere, di una luce che si spegne prima di poter veramente illuminare una vita umbratile, qual era quella di Elisa, alle prese con un lavoro mal retribuito, con un cuore in inverno e due genitori vecchi e malati, bisognosi di assistenza continua. Anche in questa seconda parte non mancano, però, le unghiate nei confronti di una borghesia annoiata, vanitosa e insignificante, basti pensare alla presentazione del libro dinanzi a un pubblico più adatto a un ballo o un ricevimento mondano che a un evento culturale.

Ci sono pagine di straziante bellezza e sono perlopiù pagine descrittive (“Una carezza di colore sono i cieli di Puglia che si aprono a ventaglio in orizzonti limpidi, in cui a metà giornata compaiono venature di nubi che al tramonto si lasciano screziare dal rosso sfacciato del sole) o riflessive (Condividere le esperienze è una cosa che gratifica le amicizie semplici, che si beano del tempo passato insieme, senza indagare troppo sulle onde che abitano negli occhi), altre volte descrittive e riflessive insieme (Le risate sommesse delle due donne sono panni di lino messi a sventolare liberi al sole, in un giorno qualsiasi di un settembre generoso, in cui la luce attraversa le dinamiche del cuore e invoglia ad abbracciare la vita all’aria aperta. Uno stato di grazia, dolce da assaporare come i primi grappoli d’uva bianca”).  

Un libro bello, accattivante, polemico quanto basta nei confronti di una certa editoria inaffidabile, di una borghesia pretenziosa e irritante e di una città con tutti i vizi e i pregi della provincia, città a cui la Romano, con una straordinaria intuizione e uno scatto di originalità, attribuisce una voce e ne fa un personaggio, tra i più significativi di tutto il romanzo, che parla di notte da una radio libera.

Della scrittura ho già detto ma vale la pena ribadire l’eleganza, la ricercatezza, che non è mai affettazione, e l’efficacia del suo stile, nonché quella vivida brillantezza che scaturisce dalle sciabolate di luce meridiana che attraversano il romanzo.

Un libro godibilissimo da leggere assolutamente.

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