7 pensieri su “Luigi Maria Corsanico legge Marcello Comitini. 16

  1. MARCELLO COMITINI – IL FOLLE
    Da: Marcello Comitini
    Formule dell’anima, 2011 © Edizioni Caffè Tergeste

    Lettura di Luigi Maria Corsanico

    Max Richter – From The Art of Mirrors

    Francisco Goya, Disparate pobre
    (1815 – 1819)

    Gesticolo, mi sbraccio quasi danzo
    lungo i muri nei viali ombrosi o in pieno sole
    fermo in mezzo ai marciapiedi
    che la gente percorre come un fiume.
    Scruto il signore in giacca e con gli occhiali
    rido alla ragazza che mi sfugge impaurita
    ghigno ai bambini divertiti
    strattonati dalla mamma.
    Supplico a un dio che mi risponde
    e al cielo e al vuoto.
    A squarciagola canto il desiderio, la mia fronte bassa
    il cuore rosso lunghe attese i miei rimpianti.
    Canto per chi mi ascolta e per chi ne ha paura
    per chi cerca l’alba e trova la tempesta.
    E a volte taccio.
    A volte un sudicio scalino per sedermi e piangere.
    A volte un albero in piazza per scalare una montagna.
    Arrampicarmi e urlare la risata aperta
    mano enorme che m’afferra
    alla nuca e mi costringe a ridere.
    E poi da un ramo i piedi penzoloni a brontolare
    con un viso di gesso e sguardo esterrefatto.
    Dal ramo non si vedono i tetti delle case.
    Tutt’intorno desolati pianeti
    di cemento colorato d’ocra e giallo.
    È la città che vedo,
    un affollarsi d’ombre uno sfilare di lucenti bave,
    linfa frenetica che scorre nelle strade
    e nella notte luccicando appare
    ricca di gioie e di piacere,
    senza rancori né inquietudini, senza rimorsi e senza colpe.
    E in me un affanno inesplicato assale
    e il gelo della notte mi spinge fuori dal mio insano ridere.
    Freddo e inaridito cammino per i viali oscuri,
    temendo che nei muri si spalanchino sospinte dal furore
    innumerevoli porte
    come lacrime nel terso rabbrividire delle stelle.
    Qui solo il vento della tramontana
    ridona vita alle memorie.
    E ora vedo queste madri ritte nel vano buio delle porte
    come statue scheggiate dall’oblio,
    soffiare sulle ceneri dei sogni.
    I vostri gesti intendo madri
    che sperate svegliare i vostri figli
    prima che i loro sogni si trasformino in rimpianti disperati.
    E torno quel che ero, torno a gridare
    “non sia per voi la vita il sordo rotolare
    del nottambulo tra la veglia e il sonno”.
    E torna l’alba, torna il sole a svegliare
    ombre assonnate e bave luccicanti
    A volte un albero in piazza per scalare una montagna.
    A volte un sudicio scalino per sedersi e piangere.
    Gesticolo, mi sbraccio quasi danzo.

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  2. „Ciò di cui un clown ha bisogno è tregua, la finzione di ciò che gli altri chiamano tempo libero. Ma questi altri non capiscono che la finzione del tempo libero per un clown consiste appunto nel dimenticare il suo lavoro, e non lo capiscono proprio perché loro si occupano della cosiddetta arte proprio durante il tempo libero.“
    Opinioni di un Clown- H. Boll

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