Poesia italiana del XXI secolo. Mariangela Gualtieri

di Rosa Salvia

Mariangela Gualtieri

Una lingua secca, incisiva quella di Mariangela Gualtieri, pochissimo bisognosa di appoggi,

che si muove nell’ambito di un lessico apparentemente elementare e comune, la cui raffinata letterarietà scaturisce dall’attenta disposizione sintattica e ritmica del discorso e dalle figure di ripetizione (arricchite talora da slittamenti semantici).

Nel contempo, la leggerezza della visione lascia spazio a una poesia-meditazione convergente

alla viscerale inchiesta sul nucleo di dolore che sta alle radici della condizione umana nella

consapevolezza della doppia natura della realtà, della sua unità e separazione, della simultaneità della vita e della morte, del tempo come fattore esterno piuttosto che qualcosa simile a una ripartizione fra passato e futuro.

L’io autobiografico in intenso, profondo scambio con il mondo, torna ad essere il punto di riferimento forte, naturale, trasgressivo, della “contemplazione di evento e parola”, alla maniera

di Mario Luzi. E il testo poetico, interagendo con il gioco delle immagini, crea un senso

d’inadeguatezza, un’emozione dissociata che non può esaurirsi in un unico evento, una sensazione di sovraccarico di significato in cui un solo groviglio d’immagini libera nuove energie ‘eccedenti’. 

Il ritmo dei versi si snoda attraverso temi quali privazione di vita, ma anche rinascita, riscoperta della natura, ascolto del silenzio, religiosità naturale ed elementare vicina in particolare, nella più recente raccolta Quando non morivo (Einaudi 2019), all’atteggiamento mistico di Dylan Thomas.

Con quell’ipnotizzante aggredire “l’oltremondo”, basti citare il bellissimo Dittico di Domande a Maria e le poesie con una forte connotazione religiosa della sezione finale Requiem, si arricchisce

ulteriormente l’appassionato e travagliato percorso spirituale di una poetessa che pone molti più misteri di quelli che svela con un versificare sempre permeato di stupore e perplessità, in cui funzione centrale hanno il corpo e la voce (anche grazie al fatto che la Gualtieri vanti una profonda esperienza teatrale). 

La sollecitazione estrema del corpo (un corpo quasi sempre spinto ai suoi limiti inimmaginabili, martoriato e glorioso al tempo stesso) e della voce, diventano anche sollecitazione estrema della lingua, necessità di piegare la scrittura poetica alla pronuncia, dunque alla voce, con tutte le sue incertezze, deformazioni e ridondanze semantiche e sintattiche. 

Tantissime infine le risonanze letterarie, da Bruno Schulz, al quale è dedicata un’intera sezione del libro Le giovani parole, ad altri autori amati con i quali la poetessa intreccia versi e parole in una sorta di grande e potente preghiera collettiva.

Propongo all’attenzione dei lettori la silloge Le giovani parole (Einaudi, 2015).

Faccio presente che la poetessa precisa nelle Note: Le giovani parole è tratto da

“I begli occhi del ladro” di Beppe Salvia, a cura di Pasquale Di Palmo

(Il Ponte del sale, Rovigo 2004)

Gemma dell’anno prossimo

*

In un momento

il bel mattino di sole

s’è ammassato nel bianco

e tutto un cielo di nebbie

passa come fumando

sui cipressi. Ed essi stanno

scuri e dimessi

in un’attesa. Fermi. Fissi.

Veri come la terra

che li cresce. 

Giganti immobilmente

neri.

Ma’

*

La mamma è una grande larva buona.

La giro nel letto, la metto a sedere

la imbocco, la lavo, le cambio il vestito.

È formica regina, piena di uova.

Ha perso voce e parola.

Un silenzio cala sulla sua faccia.

Ma questo suo sorriso allora

è una vittoria vera di millenni

un’inspiegabile aurora rosa

improvvisa, accesa, dentro casa

in un tempo che pesa e scocca piano.

La mamma è la mia nave-scuola.

M’insegna l’immobile attesa

come rendere tutto di sé pian piano

le gambe le mani la vista la voce

e ancora, per un soffio, un boccone

un po’ di luce, abitare un bene.

Le giovani parole

*

Questo giorno è un giorno di spine

di cose ghiacciate dentro cose nuove.

Di parole chiamate fin dal mattino

a pulire la camera mentale

tutta intasata di faccende.

Ma bisogna fermare ogni locomotiva

del pensiero, ogni muscolo servile

mettere toppe alle fessure perché il mondo

non entri nella casa, col suo assillo

di urgenze messaggere. Cosa volete da me?

Lasciatemi un po’ sola. Un po’ silente

Lasciatemi alla scuola dei morti

dove senza rumore si apprende

un vuoto appeso, un presente nutriente.

Tua prodigiosa visione

poesie per Bruno Schulz

*

Quando tutto è ermeticamente chiuso,

murato nel suo significato

Avevano facce di un residuo dolore

occhi appesi in cima alle facce

e l’insieme, sotto stanchi capelli,

parlava una lingua dimessa.

Perché facce cadete nell’ombra

e la partorite? perché facce

state sporche d’un buio imperfetto

e non gridate

e ciondolate e invecchiate!

perché facce invecchiate?

Esercizi al microscopio

*

E chi toglie mistero sia dato

in pasto al suo piccolo credo

e chi toglie mistero resti preso

nella sua rete di faccende

e lasci a noi un ozio salutare

di contemplante.

__________

Mariangela Gualtieri (Cesena, 1951), nel 1983 ha fondato insieme a Cesare Ronconi

il Teatro Valdoca. Fra le sue altre raccolte di versi: Antenata (Crocetti 1992),

Fuoco centrale e altre poesie per il teatro (Einaudi 2003), Senza polvere senza peso

(Einaudi 2006), Bestia di gioia (Einaudi 2010), Quando non morivo (Einaudi 2019).

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