Intervista a Fabrizio Bregoli

Per farti parlare della tua idea di poesia, ho scelto alcuni versi contenuti nell’ultima raccolta che hai pubblicato, “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Mi piacerebbe che tu partissi da questi, tratti da tre poesie del libro: “Io invece preferisco la poesia,/ la scienza bellicosa del disarmo./ Quel suo sparare a salve/ per non fallire un colpo”. E ancora: “Sovvertire gli assiomi, curvare/ e avvicinare i mondi: in fondo, a questo/ serve la poesia”. Infine: “La poesia non cambia nulla/ è il nulla che la cambia. La fa possibile”.

Dare una definizione di poesia o decidere se una composizione in versi possa essere o meno definita poesia è un’impresa ardua, di complessità paragonabile, a mio avviso, alla formulazione della teoria del campo unificato. Una decisione relativa allo stato di poesia o non-poesia di uno scritto è per molti aspetti un argomento che resta nello spazio dell’indecidibile. Ha senso invece parlare, come tu dici, di una propria personale e imperfetta visione della poesia nel suo farsi atto concreto attraverso la scrittura in versi. Le citazioni che riporti sono senz’altro significative per un tentativo di risposta in questa direzione. 

Credo che scrivere poesia appartenga alla ricerca di una forma di linguaggio che trascende il linguaggio quotidiano andando alla ricerca del nesso forte e originario che lega insieme Segno e Essere, Nome e Cosa. In questo senso la poesia è sempre un atto di insubordinazione alla visione consueta del mondo, prevede un corpo a corpo disarmante con la propria interiorità nella sua relazione con l’altro da sé, il che porta a scardinare le regole costituite: il processo è analogo a quello della geometria proiettiva a cui si fa riferimento nelle citazioni (cercare i punti di intersezione fra rette parallele) o alla fisica relativistica in tutte le sue declinazioni (acquisire consapevolezza della nostra dipendenza da un campo gravitazionale a noi estraneo, agiti da forze interferenti e interagenti fra di loro). 

La poesia è inoltre la fiducia inguaribile nel cambiamento anche se si è consapevoli che spesso quest’ultimo è irrealizzabile per una serie di vincoli o costrizioni che non lo consentono: è da questo contrasto fra attesa e realtà, constatata e determinata, che prende le mosse il mio ultimo lavoro, cosciente che è l’ammissione dello scacco che ci spinge a chiedere riscatto tramite la scrittura. Come ho sempre sostenuto, nessuna persona in perfetto equilibrio con sé e con il mondo, senza traumi personali o fratture interiori, potrebbe mai scrivere versi perché mancherebbe quella sensazione che “ci sia sempre qualcosa che non torna mai del tutto, che non quadra come dovrebbe” (insomma la ricerca di un punto di contatto con quel nulla a cui faccio riferimento): da qui, io credo, trae origine la poesia.

Mi pare che la tua poesia si muova tra due poli: da una parte, l’ammissione del vuoto e della ferita, dall’altra il tentativo del riscatto. Ma in cosa consiste questo riscatto? È un riscatto vivibile o solo immaginabile?

Quanto affermi è corretto, dimostra una tua perfetta comprensione della mia poesia, soprattutto dell’ultimo lavoro che tratta della difficoltà nel riconoscersi e nell’incontrarsi fino al limite della incomunicabilità proprio nel rapporto più intimo che possa esistere, quello che attiene alla relazione fra genitore e figlio.

Il riscatto consiste nel saper accettare lo stato delle cose, nel farsi attraversare dalla vita con il suo disegno imperscrutabile, fare tesoro dei propri errori sapendo che le responsabilità sono sempre condivise fra le parti in causa, che esiste sempre una via di fuga imperscrutabile che può scombinare le carte e riaprire la partita. Il riscatto è forse solo ipotizzabile e contrastato dai fatti oggettivi, dalle circostanze ineludibili ma deve essere sempre ricercato. La scrittura è proprio uno degli strumenti che ci permette di porre le basi utili a perseguire questa sfida, perché ci mette in comunicazione diretta con le nostre ragioni più intime, smaschera le convenzioni, ci mette a nudo rendendoci più autentici.

Quando si conosce un po’ la tua formazione e il tuo lavoro, viene spontaneo pensare che l’amore per la precisione del verso e i vari riferimenti alle scienze presenti nella tua scrittura siano dovuti anche al tuo background culturale. Una cosa è certa: l’immaginario a cui tu attingi è molto ricco, le corrispondenze che emergono sono estremamente suggestive e il tessuto che connette ogni elemento assolutamente solido. Ci sono passioni/discipline che più di altre hanno influito sulla tua poesia?

La mia formazione prevalentemente tecnica e scientifica che mi ha portato a conseguire la laurea specialistica in ingegneria elettronica e a lavorare per più di venti anni nel settore delle nuove tecnologie e delle telecomunicazioni rappresenta senz’altro un aspetto importante del mio background culturale, anche se non è l’unico. È sempre stata viva in me infatti l’attenzione verso la letteratura in senso lato, la filosofia e l’epistemologia in particolare, la storiografia soprattutto contemporanea. Le mie letture e i miei studi si sono sempre divisi sui due fronti. 

Ho sempre creduto che, scrivendo, ciascuno di noi debba attingere dal mondo che più lo rappresenta e usare il linguaggio con il quale ha creato nel tempo una maggiore familiarità: solo questo ci porta a una scrittura che sia al tempo stesso personale e autentica. Non a caso nel mio ultimo libro, coerentemente con il mio percorso e la mia estrazione culturale, si mutuano molti concetti dal mondo scientifico e tecnologico per rivitalizzare un linguaggio che altrimenti, trattando un tema autobiografico molto intimo, rischierebbe di sfociare in eccesso lirico o sentimentalistico, operazione che intendevo assolutamente evitare. Questo mi porta a usare anche termini specialistici e di settore che possono certo creare difficoltà al lettore comune, ma leggere un libro significa anche accettare la sfida di un linguaggio che è solo suo e quindi questo non può e non deve rappresentare un problema per il suo autore. Anzi, bisogna rifuggire dalla poesia palatabile o compiacente a tutti i costi, il che significa anche non allinearsi alle mode che sono valide solo per una o poche stagioni. Azzardato può risultare invece il risultato di chi attinga in poesia dal mondo tecnico e scientifico senza corretta cognizione di causa e studio specifico: il rischio è l’ostentazione o il gusto per la trovata esotica, non certo la coerenza nell’uso. 

Qualcuno ha scritto che leggere una mia poesia ricorda, per l’impostazione estremamente razionale, lo svolgimento della dimostrazione di un teorema: credo che sia corretto, se con questo ci si riferisce al bisogno di cercare la parola esatta, anche quando può risultare ispida o urticante rispetto al lessico comune o al bacino tradizionalmente umanistico della lingua letteraria. Tuttavia questo approccio razionale, quasi matematico, non è mai immune da scosse telluriche, sommovimenti interni, eccezioni stocastiche e relativistiche che si insinuano tra i versi creando quello spazio poetico che non è unicamente riconducibile a una logica causale e deterministica.

Che importanza ha nella tua scrittura e nel tuo vissuto il tempo? 

Credo che il tempo sia uno dei più grandi misteri per l’uomo, l’enigma per antonomasia. Veniamo balzati nel tempo alla nascita, lo viviamo attraversandolo e poi ne veniamo improvvisamente sbalzati, esiliati: il tutto apparentemente senza ragione o necessità. Inoltre il tempo viene sempre vissuto dal suo interno, senza possibilità di constatazione da un punto di vista esogeno: il che lo rende, in una forma tutta sua, soggetto al paradosso del gatto di Schroedinger.

Anche il tentativo di ancorare il tempo alla dignità di grandezza fisica ha subìto il suo smacco clamoroso con la teoria della relatività, dove l’unica costante di riferimento è una velocità, quella della luce, a cui il tempo è costretto a soggiacere ampliandosi o restringendosi a seconda del sistema relativistico in cui avviene, diventando esso stesso precario. Mi ha sempre affascinato il paradosso dei gemelli che compare anche nel mio ultimo libro: l’opportunità di vivere un tempo privilegiato ma senza la consapevolezza che sia tale se non a posteriori, mediante il confronto con l’identico da sé che ha vissuto in un suo tempo dimezzato.

Credo che per il tempo si possa dire lo stesso dell’algebra che, come riporto nel mio ultimo libro, deriva etimologicamente da un termine arabo che significa “riunire”, “aggiustare”: il tempo è come l’algebra l’arte della riparazione, la possibilità di effettuare attimo per attimo un consuntivo di chi siamo per offrirci l’opportunità di rimediare ai nostri errori, ricucire gli strappi, cauterizzare le ferite. La poesia è l’esercizio con cui cerchiamo di dare una misura al tempo, riportarlo in un insieme di coordinate praticabili, apporvi la nostra firma come se si trattasse di un testamento olografo con l’insidia costante di scriverne un apocrifo.

Come si è evoluta la tua scrittura negli anni? Parlaci brevemente dei libri che hai pubblicato.

Sono giunto tardi alla scrittura e ancora più tardi alla pubblicazione, sulla soglia dei quaranta anni. Alle prime raccolte per lo più autopubblicate, si sono aggiunte negli ultimi anni opere in cui ancora mi riconosco e che reputo più convincenti, a partire da “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016) che considero la mia vera opera prima, proseguendo con “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018) e con il recentissimo “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019). Ciascuna di queste opere ha una sua cifra distintiva che la rende estremamente diversa dalle altre, anche perché credo che un autore non debba mai ripetersi e lucrare su quanto ha già scritto, ma sia sempre necessaria la novità sia a livello contenutistico sia a livello stilistico: ogni libro è una faglia sconosciuta in cui viene attratta la nostra interiorità per generare una lingua nuova, un’idea non agita. 

Se i primi due libri che ho citato puntano a una poesia soprattutto scritta in terza persona e hanno come figura centrale il mondo in cui l’io si relaziona in una prospettiva storica, politica e sociale, con “Notizie da Patmos” è invece l’io a essere dominante, per un bisogno di scandaglio della interiorità alla ricerca di una materia comune, un sostrato umano e affettivo in cui gli altri possano riconoscersi. “Notizie da Patmos” è quindi un libro più esistenziale e intimo rispetto ai precedenti. 

Il mio è dunque un percorso in controtendenza rispetto a tutte le principali indicazioni critiche che vanno per la massima oggi: quest’ultimo lavoro vede centrale l’io, nessun depotenziamento o mascheramento (a patto che ce ne fosse bisogno nel nostro mondo contemporaneo così spersonalizzante e omologante, aldilà della tentazione narcisistica insita in ogni scrittura), ma riscoperta dell’io che si riappropria del coraggio necessario per parlare di sé, ricongiungersi all’altro. 

Sei molto attivo a livello di promozione della poesia, non solo attraverso recensioni di autori contemporanei, ma anche tramite articoli che ripropongono la lettura dei classici. A tuo parere, quali sono oggi i canali e le modalità migliori per far conoscere la buona poesia? E quali i possibili rischi di una diffusione indifferenziata, inflazionata?

Ho sempre pensato che Fabrizio Bregoli sia portato soprattutto a essere uno studioso e un lettore prima ancora e molto più che un autore. Chiunque scrive deve avere come priorità il ridimensionamento del proprio io, per la naturale propensione al protagonismo e al narcisismo, anche se inavvertiti. Per questo, se penso a me nel futuro, mi vedo sempre più lettore e sempre meno autore. Leggere significa entrare in condivisione, essere per gli altri.

Credo che sia molto importante in chiunque si occupa di poesia l’impegno alla sua diffusione, considerando soprattutto la scarsa attenzione che da anni viene rivolta a questo genere letterario. Va evitato però che tale impegno sia “pro domo”, ma deve rimanere disinteressato. Solo così diventa servizio, punto di aggregazione possibile.

Con questa logica, da inizio anno curo una rubrica su Laboratori Poesia, rubrica ideata insieme a Alessandro Canzian, dal titolo “Poesia a confronto” in cui si raccolgono e si analizzano sinteticamente poesie di autori diversi, anche molto lontani cronologicamente e culturalmente fra di loro, ma accomunate da uno stesso tema o motivo di fondo. Alcuni dei temi affrontati sono stati la figura della madre, i maestri, poesia vs. critica, epigrammi d’amore e altri temi più faceti come i dolci, i gabbiani, il vino, le upupe. Non c’è alcuna ambizione critica da parte mia in questo progetto; sono consapevole di non avere sufficienti strumenti per questo. La rubrica serve semplicemente a riavvicinare tutti alla poesia, magari anche chi la diserta da anni o ha solo reminiscenze scolastiche, con l’ausilio di una nota di lettura immediata e che susciti interesse, senza essere pedanti. Per questo si usa uno stile leggero e divulgativo, in linea con la forma comunicativa che ci si aspetta da un blog (necessariamente diversa da quella di una rivista letteraria o di un saggio specialistico). 

Non credo che la divulgazione della poesia rischi di inflazionarla, anzi è essenziale per favorire un riavvicinamento da parte di un pubblico più ampio. Troppa saccenteria allontana, annoia anche l’esperto o l’appassionato. 

La responsabilità a non inflazionare la poesia spetta invece agli autori. Molta poesia che ha svoltato in modo netto verso il prosastico o il raccontino, il compiacente o il paternalistico, il didascalico o il moraleggiante, la poesia che cavalca il tema del momento o scrive quanto il lettore si aspetta di leggere senza impegno e sforzo intellettivo, la poesia allineata ai desiderata della critica e dei maître à penser: ecco, è questa poesia che con molta probabilità finirà nell’indifferenziato. È solo questione di tempo.

Hai un desiderio, un progetto che ti piacerebbe realizzare?

Mi piacerebbe ampliare sempre più le mie conoscenze, perseverando nello studio, per la sola gratuità del conoscere. 

Per il resto spero che la vita mi riservi sempre il dono della sorpresa e della scoperta, la capacità di riconoscere i miei limiti e i miei errori, di migliorarmi sempre nel rispetto di me stesso e degli altri, avere sempre presente di essere anch’io – per quanto irrilevante di per sé – parte di quella grande avventura che ci vede tutti coinvolti come persone, come donne e come uomini. 

Cinque poesie:

Il senso della neve

L’inverno è l’indugiare del pensiero

il perdersi nel vuoto delle stanze

fuggendo l’aria succube nel gelo

raccogliere le gocce della brina

stillarne fiato a pelo delle labbra

e reggere al tranello del già detto

all’esile lusinga del cantabile:

donzelletta passero assiolo, questa

bella d’erbe famiglia e d’animali

nonna Speranza e ogni caro poetico

vecchiume di lune e favole belle

il pio bove, i cipressi del Carducci.

Altro il timbro degno del nostro tempo

col pollice alle nocche un Vanni Fucci

che uncina, che flagella, che dà strazio

Pluto, Minòs ch’avvinghia alla sua coda

Flegiàs, Semiramìs lussurïosa

e serve una parola rattrappita

potata come un pesco di febbraio

quando sferza le guance tramontana.

Serve un torsolo minimo di voce

senza ravvedimenti, mediazione

stanar l’arpeggio nello sciabordio

delle stoviglie, frugare le pieghe

remote della polvere, scoprire

la chiave del durare in ciò che è breve

lo spazio dove resta illeso il bianco

allo svanire certo della neve.

(Da “Il senso della neve” – puntoacapo, 2016)

*

Hai ragione, Piero, siamo alberi

spicchiamo frutto, da radici che

non ci appartengono, o meno ancora

saprofiti che ineriscono a schegge

di corteccia, ad una cruna di verde,

e come dici, poesia è questo

porgere la mano, sperare prossimo

il cambio della guardia, e continuare

nella corsa, passare la staffetta

già sapendo la meta irraggiungibile 

fragile la parola, perché l’unico

eterno che perdura è l’impossibile.

Perfetto nel non darsi.

Restano mani abrase, franto il fiato

l’orlo di buio che ci ha arato il viso.

(Da “Zero al quoto” – puntoacapo, 2018)

*

Di certa pruderie che non sospetti

La vita non si dice, non significa.

Ci s’avvicina come ad un asintoto

dimostra per assurdo la sua ipotesi.

È soluzione che condensa, satura

soggetta a sedimentazione rapida

per gravità vi bascula, precipita.

La vita non si còmpita, non indica.

Si recita ad accentazione sdrucciola

svicola se si sillaba, vi latita.

Ha persistenza solo per istanti

quel poco che vanifica l’antidoto

– consisterne finché si può, si deve –

e radica negli interstizi atipici

quegli attimi che addensa il temporale

per l’attrazione – nota – delle punte.

Frazione di millesimo che sgretola

residue parte e arte, come una zìqqurat

di sovrapposte, d’avventizie carte.

(Da “Zero al quoto” – puntoacapo, 2018)

*

Somiglianze

Oggi capisco meglio il tuo sbandare

per campi a fare legna, negli inverni

di pianura – quei loro labbri chiusi –

o il vegliare nel capanno di caccia

col respiro impallinato, e così

non impaurire i tordi, o i pomeriggi

passati in solitudine negli orti.

A unirci questo nodo inestricabile,

parole che non hai saputo dire.

In fondo non è proprio quest’ottuso

dialogo col silenzio, la poesia?

Quelle parole che non hai saputo

dire, urna di una luce mutilata

ma possibile, in fondo non è proprio

quest’ostinarsi a scriverne ammissione

di non saperle ancora, nemmeno io

davvero dire?

(Da “Notizie da Patmos” – La Vita Felice, 2019)

*

Non si scrive d’amore, caro Rilke.

Se ne può dire solo per pudore

la luce impenitente dello scandalo

l’arteria dove si frantuma il legno.

Eppure che cos’è questo tacerne 

se non per negazione dirne, ammetterci

imperfetti, cercarci oltre l’assunto

dello sguardo, quel sottinteso sordo?

Ed anche qui

l’amore lo si è scritto, in privazione

ipotesi che non si dà una prova.

Il nostro, un dimostrarlo per assurdo.

(Da “Notizie da Patmos” – La Vita Felice, 2019)

Fabrizio Bregoli, nato nel bresciano, risiede da vent’anni in Brianza. Laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore delle telecomunicazioni.

Ha pubblicato “Cronache Provvisorie” (VJ Edizioni, 2015), “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019).

Sue opere sono incluse in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) di Tomaso Kemeny e in “iPoet Lunario in Versi 2018” (Lietocolle, 2018), sulle riviste “Il Segnale”, “Alla Bottega”, “Le voci della Luna”, “Il Foglio Clandestino”, in numerose altre antologie, sui più noti blog di poesia.

Ha inoltre realizzato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per le edizioni Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (Seregn de la memoria, 2019).

Ha conseguito numerosi riconoscimenti per la poesia inedita, fra i quali gli sono stati assegnati i Premi San Domenichino, Daniela Cairoli, Giovanni Descalzo, Il Giardino di Babuk, il Premio “Dante d’Oro” dell’Università Bocconi di Milano, il Premio della Stampa al Città di Acqui Terme e più volte è stato segnalato e finalista ai premi Guido Gozzano e Lorenzo Montano.

Per la poesia edita gli sono stati assegnati, fra gli altri, i Premi Guido Gozzano, Città di Umbertide, Rodolfo Valentino e il Premio Letterario Internazionale Indipendente.

Collabora come recensore con il sito letterario “LaRecherche.it“, con la pagina Facebook “Poeti Oggi” e fa parte della redazione del blog letterario “Laboratori Poesia” per cui cura la rubrica “Poesia a confronto”.

Il sito dedicato alla sua poesia è: 

https://fabriziobregoli.com

2 pensieri su “Intervista a Fabrizio Bregoli

  1. L’ha ripubblicato su La poesia di Fabrizio Bregolie ha commentato:
    Raffaela Fazio mi mette “sotto torchio” con le sue domande su vita, poesia, scrittura: non è stato semplice ipotizzare delle risposte, è stata l’occasione per indagarsi, mettersi in gioco e a fuoco, fare il punto.
    Considerazioni personali, di certo imperfette.
    Fondamentale è stato il dialogo, il confronto reciproco in cui mi auguro che il lettore possa entrare con la sua lettura, il suo contributo.
    Grazie di cuore a Raffaela Fazio e al blog “La Poesia e lo spirito”, con tutta la sua redazione attenta e preparata.

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